martedì 28 aprile 2020

C’è nella tristezza un contagio
amore mio, e da questo si vede
che abbiamo fatto comune cuore
e siamo uno che pare due.
Allora io
insemino la gioia
in questa cosa che non consiste
però esiste e tiene entrambi appesi.
La gioia ce la metto io.

Grândola Vila morena
Terra da fraternidade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti ó Cidade
Em cada esquina um amigo
Em cada rosto a igualdade
O povo é quem mais ordena
Dentro de ti ó Cidade
Dentro de ti ó Cidade, oh, oh, oh
Juro em ter a companheira
A sombra de uma azinheira
Que já não sabia a idade
Di strani pulviscoli stridono
le pareti, la nuca
intirizzita. Un perdersi occhiuto
per le pietre, le astute siepi di Cuma
– voci d’acqua, di buio, zampe
che frugano in botole d’azzurro -, un
beato non sapere chi
attizza il fuoco, spinge la ruota.
Fuggono gli anni, piste
incrociate, si addensano notizie, anche
le più improbabili, risaltano
ferite da archi e colombari, senza
nome balenano galassie. Nel vuoto
un muoversi, uno scuotersi allarmato.
Cumae: prato e naufragio..

Ce vo' tiempo ce vo' tiempo pe' fa' juorno
L'ora 'e notte ancora adda' suna'
Fore chiove pare gia' turnato vierno
I' nun dormo nun dormo e penz' a te
Sott' 'o sole quann'era ancora esta'
Sott' 'o sole quann'era ancora esta' a' a' a' a'
E lucente d'acque mare sott' 'o sole
Comme allora me pare 'e te vede'
Sott' 'o sole quann'era ancora esta'
Sott' 'o sole quann'era ancora esta' a' a' a' a'
Dimane a primma matina te vengo a sceta'
'O sole pure si chiove te vengo a purta'
Te vengo a purta'
Ce vo' tiempo ce vo' tiempo pe' fa' juorno
I' nun dormo nun dormo e penz' a te
Dimane a primma matina te vengo a sceta'
'O sole pure si chiove te vengo a purta'
Te vengo a purta'
Ce vo' tiempo ce vo' tiempo pe' fa' juorno
I' nun dormo e penz' a te

Mai c’è stata un’epoca in cui, come oggi, quello che si dice ha più importanza di quello che si fa. Basta che un reazionario dica di essere per la rivoluzione ed è un rivoluzionario. Che un mascalzone dica di essere per l’onestà ed è onesto.

domenica 19 aprile 2020


Se si legge per vivere tutto cambia. Non si tratta più di passare il tempo o di ingannare la noia, non si tratta di accrescere la propria cultura quantitativa e non si tratta di apprendere cose specialistiche: quando si legge per vivere, ciò che va in pezzi è la prigione in cui ognuno è chiuso, e quando la propria gabbia si è rotta, l’esperienza della libertà è così esaltante che cominciamo a vedere con dolore anche le gabbie altrui: e non ci basta essere liberi da soli in un mondo di prigionieri

giovedì 16 aprile 2020


mercoledì 15 aprile 2020

Caro Adriano
al telefono dici “va bene, sentiamoci..” e mi resta sempre il sentimento di averti disturbato. Che ci sentiamo un’altra volta, questa volta no! Non so se “ci sentiamo” sia uguale a “come stai?”, una espressione obbligata della forma, a cui bisogna sempre rispondere nello stesso modo.
Vorrei lamentarmi molto, ma non ho appigli e non so dove portare il mio lamento. Bisogna, mi pare di capire, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto. Bisogna sapere che quello che ci aspetta lo abbiamo già avuto e che adesso il naso prende perché il tempo incalza. E smonta i volti, ne riscrivere la trama. Io per esempio a volte ho l' impressione che il tempo cancelli gli zigomi come se questi fossero scritti con la matita, sicchè mi prende la nausea di avere quasi quarant' anni e una faccia da bambina pesta. Destinata a invecchiare in un solo giorno, dopo una decisiva tempesta ormonale (le facce un certo punto si rivestono del carattere dell' opinione che sia ha di se. Credo che lo status serva a questo; a difendersi dallo smascheramento del tempo).
A Vienna ho conosciuto il Dalai Lama. Rispondeva ai giornalisti con molta leggerezza mescolando le parole alle risate. Ha detto che milioni di cinesi crescono senza avere la nozione della spiritualità né del sentimento della religione. Lui può insegnare loro la nonviolenza e questa è l' unica possibilità vera per la Cina e per gli altri che il bene vinca sul male. Quest' ultima cosa la dico io: per i tibetani non c'è bene e non c'è male.
C'è solo il divenire la trasformazione e la completa partecipazione all' attimo che segue l' attimo.
questo vuol dire essere centrati in se stessi, godere dell' universo, essere un vuoto dove passa ogni cosa.
Dove non c'è paura. E’ una condizione che conosciamo anche noi sebbene non la perseguiamo come permanente nella sua trasformazione. A me accade di provarla quando faccio una cosa qualunque, lavare i piatti o giocare con la bella Mimina, e sono tutta in quella cosa.
Allora, prima che la mente mi mostri me stessa, nell' atto compiuto (quando arriva la mente è già tutto accaduto) io provo un grande benessere e una assoluta mancanza di fatica.
Naturalmente mi accade di essere vuoto anche quando scrivo. Allora è come se la scrittura fosse automatica, come se io non ci fossi. C'è un grande silenzio e le parole vengono da sole. Sono belle perfette: il punto più vicino alla verità che mi è concesso di conoscere. La creazione accade nel vuoto. E questa è la preghiera. Così quando mi sono mescolata alla folla dei fedeli del Dalai Lama e l' ho raggiunto, mi è presa una specie di paralisi e non riuscivo a risolvermi a fare più nulla.
Sono stata spinta verso di lui e mi sono aggrappata alla mano che tendeva. Ho sentito una esplosione di calore al centro del petto e un dolore acre alla gola, come quando si corre molto e viene la fatica del respiro. Sono rimasta alcuni secondi incapace di tirare il fiato, con il sentimento che avrei potuto svenire.
Poi ho aperto i polmoni ed ero felice come quando da piccola tornavo da una processione (ho sempre pensato che le processioni fossero un appuntamento mio personale con i santi la Madonna il Sacro Cuore di Gesù). Quando sono tornata in albergo cercavo su me stessa il segno lasciato dall' energia dell'incontro. C'era, ma tu mi prenderesti in giro.
Ho pensato che fosse giusto apparire sui giornali nascosti interamente da lettere Save Tibet come tibetani che dimostravano all' interno della Conferenza dei Governi.
Una buona azione viene sempre premiata. Era d'accordo anche Calvino: il premio del bene è il bene compiuto. Queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi. Come dice Sergio, sono una razzista dell'intelligenza. Secondo me sono una ragazza della via Pal.
Allora “ci sentiamo”…

Mariateresa
estate '94

domenica 12 aprile 2020

sarà che c'è un buco nella pancia, uno nuovo
e vuole spazio si dilata si spande esplode fino in gola e mozza il fiato e poi ti soffoca
allora c'è solo una cosa da pensare
io sono vivo
e funziona
il buco è sempre lì, ma adesso respiri

Bisogna dedicarsi pian piano
precisamente
a briciole per uccelli sul davanzale nord
Piegati su di sé lavare il pavimento
come il corpo di un Dio bambino
Guardare i piatti sgocciolare
come una luna che spazza via l'ovvio tra gli alberi
Perdere intenti e rimedi
contro il restare
Soffermarsi cauti
su ogni vuoto di voce
e affetto di silenzio
Lavorare come minatori
al capezzale delle parole
aspettare disperati
In cambio del fiore di gelsomino

dolce compagno
resisti ancora
dammi la mano
io sono qui
'A nuttata è passata
e stanno ancora durmenne chille là 'ncoppa,
vulesse sapè comme fanno cu stu calore..
si jamme annanze accussì scoppierà n'epidemia
nu brutto culera, che saccio?
'a peste d'e surice, 'na malaria spagnola, 'a freva gialla,
e allora forse hanno ragione loro, chille là 'ncoppa
è meglio ca se dorme, quando se dorme, nun se sente niente..

'a morte ccà è sulo festa a mare
nu rinfresco
un giro pirotecnico
cchiù terribile 'e n'invasione
più inoffensivo dello squittio di un topo
aret'a Dragonara, pe Miseno
pe dint'e bbuche astritte da villa 'e Vespasiano,
felicità è nu muorzo 'a nu dito 'e nu cristiano
- mmocca.
Tutto è parola muta
nu film visto all'aria d'o Castiello
ca nuttata ferma
azzeccata 'ncopp'a pelle comme a nu francobollo.

E ca io so stato ccà l'avranno immaginato
sbirciato a cocche parte
rimediato nello zero di una storia mai vissuta -
nun esistono passagge mmiez'a ll'ombre
ne varchi tra le acque,
se ci sono solo acque.
Niente.
aggio pruvato a muzzecà 'a passione
senza me fa vedè
standomene nascosto
chello che lascio è l’IMPOSSIBILE
scheggie, crastule, piccoli frammenti
e’ carte mie c’abbruciano, cenere.

Vengono da me, ogni tanto, ricordi del forte sentore
di hashish
e m’addormono.
i tempi felici verranno presto

lì dove c'è il pericolo cresce anche ciò che salva

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

Non è facile essere un uomo libero: scappare dalla peste, organizzare incontri, aumentare la potenza di agire, influenzarsi di gioia, moltiplicare gli effetti che esprimono il massimo di affermazione. Fare del corpo una potenza che non si riduce all'organismo, fare del pensiero una potenza che non si riduce alla coscienza.

è tutto così semplice,
sì, era così semplice,
è tale l’evidenza
che quasi non ci credo.
A questo serve il corpo:
mi tocchi o non mi tocchi,
mi abbracci o mi allontani.
Il resto è per i pazzi.
Stasera ci vedremo. Ci diremo
parole che potrebbero portarci
per sempre lontani da noi. Ma anche è possibile
che dopo il sonno e dopo molti sonni
si venga a una notte chiarissima, a un’altra
giornata da intraprendere.
E ora mi chiedo
dov’è la forza che prego per noi.
Se tra i miei occhi alla radice della fronte
o sotto lo sterno dove il sussulto si ostina
o nella vetta dell’albero che spia la pioggia
o in te che patisci sulle piccole spalle
il peso del dio senza conoscerlo.

Di sollievo in sollievo tutte
le carte sparse per terra o sul tavolo, lisce per credere
che il futuro m'aspetta.
Che m'aspetti il futuro! Che m'aspetti che m'aspetti il futuro
biblico nella sua grandezza, una sorte contorta non l'ho trovata
facendo il giro delle macellerie.
Hai bisogno di te
hai bisogno di questo tempo in cui non si cucina e non si prega
Si sta
Soli improvvisati
abbandonati e senza senso
si sta, frastornati
e vuoti. Si sta
e l'indomabile fiducia
accucciata fuori dalla porta
come un cane folle
di devozione
dorme sonni che contengono alba

se te ne vai
domani portami con te
[ma po' addo jamme]
Ricorro a te di nuovo
dopo averti spergiurato.

Succede così soltanto
con i più stretti parenti anziani,
con le sostanze della nostra dipendenza.
Mi succede con te.

Mi consola chissà perché pensare
che non sei arte ma appena
il documento della mia incapacità
di non fare storie,
il mio magone
ogni volta che l'emozione è attuale
e che per sorseggiarla
senza scottature
sono forzato a farne novella,
tiritera della memoria.

quando arrivo da fuori, appena tocco questa mia zona natale, comincio senza accorgermene a parlare in dialetto. Nessuno crederà che una volta ebbi la voglia repentina di mangiare del pane del mio paese, così partii sui due piedi da Milano, e quella notte mi addormentai col letto pieno di briciole.
Dice che è una questione di linguaggi».
«Linguaggi?».
Lei fece lo sguardo affilato che le conoscevo bene.
«Non linguaggi per scrivere romanzi» disse e mi turbò il tono svalutativo con cui pronunciò la parola romanzi, mi turbò la risatina che seguì. «Sono linguaggi di programmazione. La sera, dopo che il bambino s’è addormentato, Enzo si mette a studiare».
Aveva il labbro inferiore secco, spaccato dal freddo, il viso sciupato dalla fatica. Eppure con quale fierezza aveva pronunciato: si mette a studiare. Capii che, malgrado la terza persona singolare, non s’era appassionato solo Enzo a quella roba.
«E tu che fai?».
«Gli tengo compagnia: lui è stanco e da solo gli viene da dormire. Insieme invece diventa bello, uno dice una cosa, uno ne dice un’altra. Lo sai cos’è un diagramma a blocchi?».
Scossi la testa. Gli occhi allora le diventarono piccolissimi, mi lasciò il braccio, cominciò a parlare per tirarmi dentro a quella sua nuova passione. Nel cortile, tra l’odore del falò e quello greve dei grassi animali, della carne, dei nervi, questa Lila incappottata ma anche chiusa in un grembiule blu, le mani tagliate, arruffata, pallidissima, senza ombra di trucco, riprese vita ed energia. Parlò di riduzione d’ogni cosa all'alternativa verofalso, citò l’algebra booleana e tante altre cose di cui non sapevo nulla. Eppure le sue parole, al solito, riuscirono a suggestionarmi. Mentre parlava, vidi la casa poverissima di notte, il bambino che dormiva nell'altra stanza; vidi Enzo seduto sul letto, fiaccato dalla fatica ai locomotori di chissà quale fabbrica; vidi lei stessa, dopo la giornata alle vasche di cottura o allo spolpatoio o alle celle a meno venti gradi, che sedeva con lui sulle coperte.
Li vidi entrambi nella luce formidabile del sacrificio del sonno, ne sentii le voci: facevano esercizi coi diagrammi a blocchi, si allenavano a ripulire il mondo dal superfluo, schematizzavano le azioni d’ogni giorno secondo due soli valori di verità: zero e uno.
Parole oscure nella stanza miserabile, sussurrate per non svegliare Rinuccio.
Capii che ero arrivata fin là piena di superbia e mi resi conto che – in buona fede certo, con affetto – avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c’era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell’una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell’altra.

lunedì 3 febbraio 2020

Ti scrivo della mia stanchezza immotivata.
Oggi sarebbe un giorno calmo
quasi felice
se tra le nuvole un sole appuntito
non occhieggiasse
talvolta in tralice
talvolta liberato in piena gloria.

Scarti violenti di luce e vaste ombre
dilaganti senza preavviso
senza riposo mi accasciano
e per poco - amico - non mancavo
a questa lettera che pure è confortante.

Scrivi che tu sei felice e che leggi
tutti i libri che non riesco a tenere in mano:
quasi mi cura saperti sereno attivo
e molto lontano.

giovedì 30 gennaio 2020

Tutto sopporta tutto e si vorrebbe
cedere, uscire, non essere più.

Ma ancora dieci passi prima della scarpata,
prima del piombo in cuore,
ancora dieci attimi prima della corsa ultima
nella luce del fosforo,
ancora dieci anni per chiedere la pietà.

Ma anche per rivivere e lavorare,
e disperare per rivivere
morire per lavorare,
disperare per morire,
lavorare per rivivere.

Nei tuoi capelli ho accolto odor di vento
sui tuoi ginocchi tu bronzina a te
sui miei ginocchi tu bronzina, quale
lieve bronzina quale
liev’ombra di necessità: te cingendo, che va:
per l’anima tua sciolta
tu sciolta un incanto sereno
così come i sogni che porta
scirocco sul mare Tirreno.

martedì 28 gennaio 2020

Come posso spiegarti, mia gioia, stupenda gioia dorata, quanto posso essere tuo con i miei ricordi, le mie poesie, i miei impeti, i miei vortici interiori? Come posso spiegarti che non posso scrivere una parola senza ascoltare come tu la possa pronunciare; posso solo ricordare le sciocchezze vissute con un rimpianto così acuto per non averlo vissuto insieme a te, anche se il più personale, il più indescrivibile. Non parlo semplicemente di un qualsiasi tramonto dietro l’angolo di una strada. Mi capisci, gioia mia?

Sono pronto a darti tutto il mio sangue, se necessario. È difficile da spiegare. Suona un po’ sciatto, ma è quello che sento. Ti dico che con il mio amore posso affrontare dieci secoli di fiamme, canzoni ed eroismo, dieci secoli interi, immensi e alati; pieni di cavalieri che cavalcano ardenti colline; di leggende sui giganti; della ferocia di Troia; di vele arancioni; di pirati e poeti. E questa non è letteratura, se tu ti mettessi a rileggere con attenzione scopriresti che i cavalieri sono diventati grassi.

A E.

[Torino,] 15 settembre 1932

Sono stato male tutto il giorno a non vederti sulla strada di Crevacuore

E., com’è brutta Torino. E il più triste di tutto questo è che ci dimenticheremo, senza esserci quasi nemmeno conosciuti. Non so quel che tu veda in me, ma io indovino in te un miracolo di femminilità e di tenerezza, che, come si è formato avanti agli occhi a poco a poco in tutta l’estate, così ora colla medesima lentezza andrà svanendomi nelle nostre lettere. E., ho paura che i nostri ultimi giorni di * - li dimenticheremo mai? - siano stati come una crisi, un punto massimo, oltre il quale non andremo.

Questo per ora è un pensiero che mi dispera, ma il giorno in cui mi lascerà indifferente ci pensi, E.? Non è la disperazione, la sofferenza, che ci deve far paura - questo è nulla, è anzi ciò che ci può rendere più meraviglioso un altro incontro - ma il momento che non soffriremo più, che non ce ne importerà più, questo è il terribile.

E pensare che probabilmente noi tra poco dovremo perderci, senza quasi esserci conosciuti, senza sapere di noi più che uno sguardo, un bacio alle dita, qualche carezza.

Che cosa pensi tu, E.? Perché tremi quando sono con te? Cosa c’è dentro ai tuoi occhi quando mi guardi sorridendo e poi ti fai seria, quasi ostile, e poi torni a sorridere? Queste cose le perderò senza averle mai conosciute.

Io d’amore non so piangere E. - piango a sentire un’ingiustizia, una crudeltà, un dolore di bambino - e non posso nemmeno consacrarti delle lacrime per tutto il dono immenso che hai fatto a me in questi giorni. Piangerò forse quando ripenserò - e sarà tardi - al tesoro di quell’amore sprecato così, per uno che non ne vale la pena: tant’è vero che lo lascia ora morire senza nemmeno commuoversi, senza tentare di far nulla per conservarselo, meritarselo.

Ma che altro potremmo fare? È inutile mentire: in amore conta il corpo e il sangue, conta la stretta, la vita, e noi dobbiamo star staccati, dobbiamo avere giudizio, ragionare; mentre la ragione non conta dinanzi alla vita.

Tu sprechi il tuo amore, E. Io non so di volerti bene se non ti sono stretto vicino, e questo temo voglia dire che non ti voglio quel bene che tu desideri.

Ma di una cosa sarò gioioso, se non temessi che tutto fosse per finire con quello: i nostri pomeriggi a * a guardarci negli occhi e carezzarci. Quelli non li dimenticherò mai. Fa, E., che tutto non finisca qui: dammi una probabilità di amarti meglio, di esserti più fedele nei miei pensieri, più degno di te!

Se mi scriverai, devi giurarmi che a Bra staremo sempre insieme senza stancarci.

Ma dove andremo a finire E.? C’è qualcosa di più assurdo dell’amore? Se lo godiamo fino all’ultimo, subito ce ne stanchiamo, disgustiamo; se lo teniamo alto per ricordarlo senza rimorsi, un giorno rimpiangeremo la nostra sciocchezza e viltà di non avere osato. L’amore non chiede che di diventare abitudine, vita in comune, una carne sola di due, e, appena è tale, è morto. A pensarci, si viene matti! È inutile, l’amore è vita e la vita non vuole ragionamenti. Ma possiamo noi lasciarci andare giù così alla disperata? Dove andiamo a finire? Non so trovare parole di conforto per te che valgano, se non ricordarti quel giorno che eravamo stretti insieme, in piedi, e pareva che uno dei due dovesse condurlo a fucilare e invece era tutta gioia. Ricordami quell’attimo, E., se mi scrivi, e dimmi di quando saremo a Bra.

Ti bacio così, come vuoi tu, anche se sei stata cattiva a non venire sulla strada di Crevacuore.

Avevamo cinque anni
Correvamo sui cavalli
Io e lei, contro agli indiani
Eravamo due cow-boy
Bang bang, di colpo lei
Bang bang, lei si voltò
Bang bang, di colpo lei
Bang bang, a terra mi gettò
No, non si può fermare il tempo
Non si può mutare il vento
Quindici anni aveva lei
Ricordo quando mi baciò
Bang bang, di colpo lei
Bang bang, lei si voltò
Bang bang, lei mi baciò
Bang bang, e a terra mi gettò
Sempre al mondo ci sarà
Chi quei colpi sparerà
Sempre al mondo ci sarà
Chi quei colpi sparerà
A vent'anni, all'improvviso
Senza dir perché né dove
Se ne andata, lei mi ha ucciso
Come fosse un colpo al cuor
Bang bang, di colpo lei
Bang bang, lei si voltò
Bang bang, lei se ne andò
Bang bang, a terra mi lasciò

Good morning, heartache, you ole gloomy sight
Good morning, heartache, thought we'd said goodbye last night
I turned and tossed until it seemed you had gone
But here you are with the dawn
Wish I'd forget you
But you're here to stay
It seems I met you
When my love went away
Now everyday I start by saying to you
Good morning, heartache, what's new?

Stop haunting me now
Can't shake you, no how
Just leave me alone
I've got those Monday blues
Straight through Sunday blues

Good morning, heartache, here we go again
Good morning, hearache, you're the one who knew me when
Might as well get used to you hangin around
Good morning, heartache, sit down

mercoledì 22 gennaio 2020

comprò un romanzo: Piccole donne. Si decise a farlo perché lo conosceva già e le era piaciuto moltissimo. La Oliviero, in quarta, aveva dato a noi più brave libri da leggere. A lei era toccato Piccole donne con la seguente frase di accompagnamento: «Questo è per le grandi ma per te va bene», e a me il libro Cuore, senza nemmeno una parola che mi spiegasse di cosa si trattava. Lila si era letta sia Piccole donne che Cuore, in pochissimo tempo, e diceva che non c’era confronto, secondo lei Piccole donne era bellissimo. Io non ero riuscita a leggerlo, a stento avevo finito Cuore entro i termini stabiliti dalla maestra per la restituzione. Ero una lettrice lenta, tuttora sono così. Lila, quando aveva dovuto ridare il libro alla Oliviero, si era rammaricata sia di non poter rileggere di continuo Piccole donne, sia di non poterne parlare con me. Perciò una mattina si decise. Mi chiamò dalla strada, andammo agli stagni, nel posto dove avevamo seppellito dentro una scatoletta di metallo i soldi di don Achille, prendemmo il denaro e andammo a chiedere a Iolanda la cartolaia, che esponeva in vetrina chissà da quando una copia di Piccole donne ingiallita dal sole, se bastava. Bastava. Appena diventammo proprietarie del libro cominciammo a vederci in cortile per leggerlo o a mente, l’una vicina all’altra, o ad alta voce. Ce lo leggemmo per mesi, così tante volte che il libro diventò sudicio, sbrindellato, perse il dorso, cominciò a cacciare fili, a sgangherare i quinterni. Ma era il nostro libro, lo amammo molto. Dicevamo: quando diventeremo ricche faremo questo, faremo quello. A sentirci, pareva che la ricchezza fosse nascosta in qualche posto del rione, dentro forzieri che una volta aperti mandavano bagliori, e aspettasse solo che noi la trovassimo. Poi, non so perché, le cose cambiarono e cominciammo ad associare lo studio ai soldi. Pensammo che studiare molto ci avrebbe fatto scrivere libri e che i libri ci avrebbero rese ricche. La ricchezza era sempre un luccicore di monete d’oro chiuse dentro innumerevoli casse, ma per arrivarci bastava studiare e scrivere un libro. «Ne scriviamo uno insieme» disse Lila una volta e la cosa mi riempì di gioia. Forse l’idea prese piede quando lei scoprì che l’autrice di Piccole donne aveva fatto così tanti soldi che aveva dato un po’ delle sue ricchezze alla famiglia. Ma non ci giurerei. Ne ragionammo, dissi che potevamo cominciare subito dopo l’esame di ammissione. Acconsentì, però non seppe resistere. Mentre io avevo molto da studiare anche per via delle lezioni pomeridiane con Spagnuolo e la maestra, lei era più libera, si mise al lavoro e scrisse un romanzo senza di me.

un giorno tutta questa aritmia ti sarà utile
Che smania, che freva,
'sta giacca, stu segno 'e russetto...
Sultanto na notte,
sapisse che male mm'ha fatto!
Torna, core 'e stu core
pe' n'ata vota ancora
te voglio abbracciá.
Giacca rossa 'e russetto
quanta cose mme faje ricurdá!
Maje na vota mm'ha scritto
giacca rossa 'e russetto addó' sta?
Tutt"e ssere ll'aspetto
cu 'a speranza ca dice: "Stó' ccá!"
Giacca rossa,
tu mme faje chiagnere
senza lacreme
appriesso a te

mercoledì 8 gennaio 2020

Quanti se ne sono andati…
Quanti.
Che cosa resta.
Nemmeno
il soffio.
Nemmeno
il graffio di rancore o il morso
della presenza.
Tutti
se ne sono andati senza
lasciare traccia.
Come
non lascia traccia il vento
sul marmo dove passa.
Come
non lascia orma l’ombra
sul marciapiede.
Tutti
scomparsi in un polverio
confuso d’occhi.
Un brusio
di voci afone, quasi
di foglie controfiato
dietro i vetri.
Foglie
che solo il cuore vede
e cui la mente non crede.

Lampi
fuori nel buio temporale
e lampi
qui nel Teatro Comunale
lampi
sulle signore ingioiellate
e lampi
su legni e trombe lucidate...
Io, che sono qui per rivederti,
io, che sono qui per ritrovarti,
io, che sono qui per adorarti,
io, che non so un tubo di concerti...
Sul dal loggione io ti osservo
bella
che tuo marito ne è superbo...
forse
forse tu vuoi che io ci sia
e aspetti
di avere un lampo di follia...
ma già
le luci sfumano nell'ombra
ecco
ti sei voltata, o almeno sembra...
ma ora
il buio cala e non rimane
altro
che l'incantesimo sublime.

Non pensate mai di essere arrivate alla forma definitiva: c’è sempre almeno ancora una svolta imprevista, sempre. Se c’è un augurio che posso farvi, allora, è di non cadere mai nella trappola della rassegnazione e dell’accettazione: quasi sempre quella che si presenta come «la vita com’è», secondo un’espressione cara ai realisti (gente che in segreto ama la schiavitù), è una truffa. Si può uscire, scartare, fare ancora un giro, magari due, magari di più, e poi sorprendersi di come era facile e possibile quello che sembrava impedito dalla logica ferrea di un mondo che ci mettiamo addosso come una prigione ed è invece solo fantasia, malata fantasia che si spaccia per realtà

Someone to hold you too close
Someone to hurt you too deep
Someone to sit in your chair
And ruin your sleep
And make you aware of being alive
Someone to need you too much
Someone to know you too well
Someone to pull you up short
And put you through hell
And give you support for being alive
Make me alive, make me confused
Mock me with praise, let me be used
Hey Joe, I said
Where you gonna run to now, where you gonna go?
I'm goin' way down south
Way down to Mexico way
Alright
I'm goin' way down South
Way down where I can be free
Ain't no one gonna find me
Ain't no hang-man gonna
He ain't gonna put a rope around me
You better believe it right now
I gotta go now
Hey, Joe
You better run on down
Goodbye everybody

I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te. I figli ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro e la colonna prende per buona quella postura; perché parli lentamente affinché capiscano quel che dici e questo finisce per rallentare te; perché ti trasmettono malattie che il loro sistema immunitario sconfigge in pochi giorni e il tuo in settimane; perché ti tolgono il sonno per sempre. Assonnato e curvo, lento, acciaccato, sei nella terza età.
I figli ti invecchiano anche perché quando arrivano al mondo mettono fine, con violenza inaudita, a quella stagione di aperitivi feste e possibilità che ti sembravano il senso stesso della vita. Murato in casa e reso cieco da una congiuntivite, hai un vago ricordo di ciò che eri e di ciò che avresti ancora potuto esprimere, ma non sai più dire con precisione, hai solo molto sonno. I figli si insinuano nella tua mente in modo subdolo e perverso. Se sei con loro, ti soffocano; se non ci sono, ti mancano. Ci è successo di voler scappare dopo troppe ore insieme a loro, e poi trascorrere la serata in un ristorante a guardare le loro foto sul telefonino, straziati da una nostalgia senza senso (li rivedevamo dopo un’ora).
Parlo di figli al plurale perché quando avevamo solo la prima, l’impresa ci sembrava ancora fattibile; Emma era gentile, dormiva, e sebbene l’assetto famigliare fosse nuovo, avevamo ancora l’illusione di essere noi stessi. Il secondo è arrivato come una deflagrazione. Abbiamo concepito Nico durante il tour promozionale di un film; alberghi e ristoranti gratis, autista e ogni genere di comfort, in quel clima di euforia e fiducia nel futuro in cui tutto era spesato (credevamo che sarebbe durato in eterno come gli italiani pensavano del boom economico) all’ennesimo bloody mary abbiamo fatto un figlio. Dopo tre settimane eravamo nel nostro appartamento di Roma, le mani nei capelli, tra le cartelle equitalia, fuori tuoni e fulmini.
Nove mesi dopo, quell’appartamento era un 41 bis. E quand’è così ogni scusa è buona per uscire: si litiga per chi deve fare la spesa o pagare il bollo della macchina, ci si catapulta fuori alla prima citofonata dell’Ama, e la sera ci si affaccia dalla finestra del bagno valutando le possibili conseguenze di un salto nel vuoto. Quando poi finalmente riesci a uscire di casa (la baby-sitter è la tua nuova esaltante, costosa droga) ti rendi conto che il mondo fuori è ormai diverso e non fa più per te; la gente è vitale e allegra, tonica, e crede nel futuro. E tu ti aggiri a Trastevere come un revenant, lo sguardo perso, l’andatura incerta, l’inconfessabile desiderio di voler solo tornare a casa.
Inoltre perdi le tue certezze ideali; provavi una pena infinita per quelli che odiavano i weekend e bramavano il lunedì perché il lavoro li teneva lontani dai figli: ora sei così anche tu. Guardavi con sufficienza quelle case anni ’60 con una zona pensata per la tata: le desideri con tutte le forze e la notte fai sogni catastali. Ti sembrava sconcio che una famiglia viaggiasse con la filippina al seguito: non sogni altro. Sei un conservatore, non ti riconosci allo specchio, e va benissimo così.
I figli poi tirano fuori la tua rabbia, perché devi saper dire NO anche quando non ne hai voglia, o quando quel giorno non hai la struttura emotiva per farlo. Settimane fa abbiamo esortato Emma ad addormentarsi da sola, e quando poi l’ha fatto, in solitudine, bravissima, siamo stati attanagliati da un tale senso di colpa che siamo andati a svegliarla per chiederle come stava e come era andata, cosa ne pensava, e lei ci ha guardato con un senso di confuso disprezzo, girandosi assonnata dall’altra parte. I figli infine ti invecchiano perché sei già vecchio. In paesi dinamici ed evoluti, dove la democrazia non è un concetto così imprendibile come da noi, i genitori hanno 25 anni, sono forti, flessibili, giustamente incoscienti. Quando abbiamo avuto Emma avevo 37 anni, e tra i genitori del nido ero detto “Il giovane”; intorno a me, padri di cinquanta o sessant’anni con lo sguardo spento, la lombalgia e l’alito cimiteriale di chi non dorme da mesi. E avevo comunque l’impressione che molti di loro fossero più in forma di me.
Ma più di tutto, conta ciò che i figli fanno alla tua mente. I figli ti fanno ripiombare, con una forza che neanche l’ipnosi, nel tuo passato più doloroso e remoto: l’odore degli alberi alle otto del mattino prima di entrare a scuola, la simmetrica precisione dell’astuccio, la catena sporca della bici, le merendine, la ghiaia, le ginocchia sbucciate. Questi ricordi, non so dire perché, sono la mazzata finale. La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l’ingranaggio è vecchio, arrugginito e si muove a fatica. D’altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande.


sabato 16 novembre 2019


Coglierò per te l'ultima rosa del giardino, la rosa bianca che fiorisce nelle prime nebbie. Le avide api l'hanno visitata sino a ieri, ma è ancora così dolce che fa tremare. E' un ritratto di te a trent'anni, un po' smemorata, come tu sarai allora.
Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Non c’è arrivo non c’è sosta non
c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
Questo sì, che a ogni livello ne succeda
un altro, per generazione spontanea
l’aveva saputo della ruota che girava
mentre i mondi finivano, a volte.

Forse è troppo arduo essere individualmente degli "Hoff- nungsträger", dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l'umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere

Non sono che il contabile dell'ombra di me stesso
Se mi vedete qui a volare
E' che so staccarmi da terra e alzarmi in volo
Come voialtri stare su un piede solo.
Difficile non è partire contro il vento
Ma casomai senza un saluto.
Non sono che l'anima di un pesce con le ali
Volato via dal mare per annusare le stelle
Difficile non è nuotare contro la corrente
ma salire nel cielo e non trovarci niente.
Dal mio piccolo aereo di stelle io ne vedo
Seguo i loro segnali e mostro le mie insegne
La voglio fare tutta questa strada
Fino al punto esatto in cui si spegne

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo
Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto
Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli


L'immaginazione del secolo XVIII è ricca di figure sospese per aria. Non per nulla agli inizi del secolo la traduzione francese delle Mille e una Notte di Antoine Galland aveva aperto alla fantasia occidentale gli orizzonti del meraviglioso orientale: tappeti volanti, cavalli volanti, geni che escono da lampade. Di questa spinta dell'immaginazione a superare ogni limite, il secolo Xviii conoscerà il culmine col volo del Barone di Munchausen su una palla di cannone, immagine che nella nostra memoria si è identificata definitivamente con l'illustrazione che è il capolavoro di Gustave Doré. Le avventure di Munchausen, che come le Mille e una Notte non si sa se abbiano avuto un autore, molti autori o nessuno, sono una continua sfida alla legge della gravitazione: il Barone è portato in volo dalle anatre, solleva se stesso e il cavallo tirandosi su per la coda della parrucca, scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa. Queste immagini della letteratura popolare, insieme a quelle che abbiamo visto della letteratura colta, accompagnano la fortuna letteraria delle teorie di Newton. Giacomo Leopardi a quindici anni scrive una storia dell'astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l'altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.

Calves are easily bound and slaughtered
Never knowing the reason why
But whoever treasures freedom
Like the swallow has learned to fly
How the winds are laughing
They laugh with all the their might
Laugh and laugh the whole day through
And half the summer's night


quel che si lascia da parte, quel che si aggira
le cose rare e quelle a mucchi

giovedì 14 novembre 2019

L’uomo fermo ha davanti colline nel buio.
Fin che queste colline saranno di terra,
i villani dovranno zapparle. Le fissa e non vede,
come chi serri gli occhi in prigione ben sveglio.
L’uomo fermo – che è stato in prigione – domani riprende
il lavoro coi pochi compagni. Stanotte è lui solo.

Le colline gli sanno di pioggia: è l’odore remoto
che talvolta giungeva in prigione nel vento.
Qualche volta pioveva in città: spalancarsi
del respiro e del sangue alla libera strada.
La prigione pigliava la pioggia, in prigione la vita
non finiva, talvolta filtrava anche il sole:
i compagni attendevano e il futuro attendeva.

Ora è solo. L’odore inaudito di terra
gli par sorto dal suo stesso corpo, e ricordi remoti
lui conosce la terra – costringerlo al suolo,
a quel suolo reale. Non serve pensare
che la zappa i villani la picchiano in terra
come sopra un nemico e che si odiano a morte
come tanti nemici. Hanno pure una gioia
i villani: quel pezzo di terra divelto.
Cosa importano gli altri? Domani nel sole
le colline saranno distese, ciascuno la sua.

I compagni non vivono nelle colline,
sono nati in città dove invece dell’erba
c’è rotaie. Talvolta lo scorda anche lui.
Ma l’odore di terra che giunge in città
non sa più di villani. È una lunga carezza
che fa chiudere gli occhi e pensare ai compagni
in prigione, alla lunga prigione che attende


centinaia di posti in cui nascondersi

in sogno, giro di nuovo, attraverso una soglia, e poi, ecco. Esistono ancora pietre su cui può sedersi un pellegrino, in questa città? Ancora portici nell'ombra in cui di colpo il rumore della folla impazzita si attutisce, e entri in un piccolo giardino di aranci nel cuore della città? Dove sono? In alto c'è il cielo azzurro dei sogni, ma appare da un quadrato di fresca ombra. Si direbbe un chiostro, ma non lo riconosco. Non somiglia a nessun luogo che io ricordi. E' il chiostro di fronte al Duomo? Non lo so, di colpo ho la sensazione di essere straniero nella mia città


Innanzitutto io credo che - per arrivare a sentirsi autenticamente figlio di qualcuno, sia in senso letterale che metaforico – bisogna battere, nolenti o volenti, e paradossalmente, le piste disagevoli e un po’ amare del tradimento.
Vale a dire: bisogna provare ad attestarsi altrove dalla corrente, diciamo così, naturale, del proprio sangue, dei proprio cromosomi, e questo altrove, poi, guardare, considerare, capire, studiare, ciò che ci lega sul serio, nel profondo, al nostro imprinting originario, gettando a mare, quando è il caso, come inutile e dannosa, tutta la trita zavorra del luogo comune, del pregiudizio, del folclore, della passività imitativa dei modelli tramandati. Bisogna farsi, insomma, prima di tutto, estranei, stranieri, forestieri, rispetto a se stessi, rispetto al proprio genòma, rispetto al proprio habitat di nascita e cultura, e poi tornare in patria. Bisogna, idealmente e concretamente, camminare, camminare, allontanarsi, estradarsi, esularsi, per terre e lingue ignote, per capire veramente di chi si è o di chi si è stati – magari senza neppure sospettarlo – autenticamente figlio o adolescente.

bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi
E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

areto a 'st'uocchie culurate 'e bene
ce aggio astipate tutt'a vita mia
l'anne ca so' vulate stanno 'nzieme
e tutt'e cose ca dicive
tu 'e 'nfunnive 'e verita'
e io te credo
pecche' si' 'o vero
pecche' si' tu ch'appicce
'o cielo quann'e' sera
pecche' si' tu ca si'
sto' male staie cchiu' male
si nun dormo nun t'adduorme
faie 'a nuttata 'nzieme a me
e io te credo
comm'a na fede
quanno me dice tuorne
ampresso sto' 'mpenziero
quanno me chiamme
pe' telefono addo' stongo
pe' me di' quanne te manche
pe' me di' so' pazza 'e te
quanno sto' sulo stongo 'n compagnia
tengo 'o respiro tuoio sempe cu mme
veco 'o fantasma tuoio pe' tutt'e vie
tu si' quase comme 'a dio
si vuo' tu me faie campa'
e io te credo
pecche' si' 'o vero
pecche' si' tu ch'appicce
'o cielo quann'e' sera
pecche' si' tu ca si
sto male staie cchiu' male
si nun dormo nun t'adduorme
staie scetata 'nzieme a me
e io te credo
comm'a na fede
quanno me dice tuorne
ampresso sto' 'mpenziero
quanno me chiamme
pe' telefono addo' stongo
pe' me di' quanne te manche
pe' me di' so' pazza 'e te
il passato è un animale grottesco

C'è una storia. Quand’ero ragazzo, dovevo recitare un brano comico per il talent show della scuola. C’era questa giacca figa che volevo mettere perché mi avrebbe fatto sembrare Albert Brooks. Per mesi risparmiai per questa giacca, ma quando finalmente racimolai abbastanza, andai al negozio ed era andata. L’avevano venduta a qualcun altro. Così, andai a casa e lo dissi a mia madre. Lei disse: «Ti sia da lezione. Questo succede se si desiderano le cose». Era davvero brava nel dispensare lezioni di vita che sembravano buttare la colpa di tutto su di me.
Ma poi, il giorno del talent show, mia madre aveva una sorpresa per me. Mi aveva comprato la giacca. Anche se non sapeva come dirlo, significava che mi voleva bene.
Ora, questa è una bella storia su mia madre. Non è vera, ma è una buona storia, no? L’ho rubata da un episodio di Maude che vidi quando ero bambino, quando lei parla del padre.
Quando lo vidi ricordo di aver pensato 'ecco una storia che voglio raccontare al funerale dei miei genitori', ma non ho altre storie del genere, tutto quello che so sull'essere buoni l'ho appreso dalla tv..e in tv i personaggi incasinati imperfetti alla fine ti sorprendono con questi grandi gesti.
E una parte di me crede ancora che sia questo l'amore.
Ma nella vita vera il grande gesto non basta, devi essere costante, devi essere affidabile sempre!
Non puoi mandare tutto a puttane per poi buttarti in mezzo all'oceano a salvare il tuo migliore amico, risolvere un mistero e volare in Kansas, devi farlo tutti i giorni e farlo è cosi difficile!
Quando sei piccolo ti convinci che i grandi gesti potrebbero bastare, che anche se le cose non sono come volevi ad un certo punto potrebbero sorprenderti con qualcosa di meraviglioso
amu lu silenziu
chi mi fascia lu silenziu
e duci s'abbannuna supra di mia
c'un suspiru di puisia;
amu lu silenziu
chi mi grapi li vrazza
e m'incupuna
sutta scialli di rasu,
sutta veli e giumma
e mi porta luntanu
supra pinni di palumma.
Amu li nichi paisi
cu casi furmichi
e strati majsi:
si veni lu misi
d'austu,
di cavudu giustu,
ca nuddu passa
e tutti li cosi
parinu pusati

Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
vavattenne deritto pe 'lla
troppo tiempo hè aspettato
pe chello che hè avuto
jurnate jettate vicino a me
Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
mo può fà tutto chello che vuò
nun te mettere scuorno
ma guardate attuorno
e vide 'a che parte può accumincià
Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
nun tenimmo chiù niente 'a ce dà
quann 'o suonno è fernuto
chiù ampresso te scite
e chiù ampresso si pronta p'ascì
Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
e io a chi penzo si nun ce staje tu
mo ca 'o treno è partuto
chi è sagliuto è sagliuto
e chi no resta nterra a guardà

gli amici arrivano, suonano il campanello
che piacere vederti
e come va oggi, e tu versagli un altro goccio
quei due, quelli dei bei tempi
quello snello, lunare, moro triste,
e quello della neve a forma di cuore
i miei amici se ne vanno in mezzo alle cose
con la felicità nel fazzoletto
ma non sono felici, non hanno dove lasciarsi
andare vivi e
domani sarà peggio per questo
benny goodman
e certo mille pesos al mese di stanno ammattonando
il sentiero e a tutti
povera piccola erba strappata, crescione d'estate
gli piace andarci su
chiocciole chiocciole chi vuole
mostrare le corna al sole
e se questa oscurità non li contiene tutt'e due
dove trovarmi a me? nel mio amaro tè di mate
nel mio ufficio all'incrocio di via san martin
e corrientes

in un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora
come pensarla migliore

mercoledì 9 gennaio 2019

Questo tempo sabbatico
prima di una partenza, questo tempo
rubato al tempo, questo tempo non mio
né degli altri, il tempo della valigia
e del ritardo, questo lusso sospeso,
questo margine ricco,
quando, audace e irresponsabile, posso
quello che neanche gli anni mi concedono,
dove accorrono i pensieri più negletti
e sono accolti, e tra un pigiama
e una camicia s'insedia maestoso
ma arrendevole il possibile, dove potrei
persino telefonarti e dichiararmi
folle d'amore, questo unico tempo vero
involontario che ci è dato
per grazia di partenze, questo
non è nient'altro che preghiera.

Mo meva ascì sta forza?
mo meva ascì ca nun sto allero?
me movo indo a nu cuorpo
me movo e nun me pare overo e fà
turnannno a cchiu presenza
risico e bbotte a restà sulo
cusut c'a cuscienza
sai che me vene'o ggenio e lamentà?
posso maje ascì? e me 'nchiommo
posso ascì mai! ma nun va o'pere
si care piglio scuorno
'ati mumenti nun saccio passà
mo meva ascì sta forza?
mo meva ascì ca nun sto allero?
'e vvote gira stuorto
me so fermato senza 'e ce pensà

mercoledì 26 dicembre 2018

Fermi a un passaggio a livello
mi hai parlato di te
in un modo che io non conoscevo,
piano mi hai sfiorato una mano
sussurrando parole dimenticate.
Ma in un baleno
è schizzato via il treno
abbiam smesso di guardarci
poi mi hai chiesto se era un merci.
Torna a parlarmi di te
a parlare del cuore,
delle cose dimenticate.
No: mi hai guardato ridendo
sei rimasta lì muta
muta come ti ho conosciuta.

ospiterò la tua vita
con il silenzio che fa.
ospiterò la tua vita
senza domandare le parole come prova
dell'amore che parlare non saprà.
un'altra volta e nella sorte
e in ogni giorno, in ogni parte
sposami.
sono sicuro.
oltre non sopporterei
tutto questo silenzio.
io devo parlarti.
io parlerò.
qn'altra volta e ti prometto
che dopo un'ora starò zitto.
quanta gelosia sfusa della sposa mia che fa l'offesa,
silenziosa senza una posa che sia pure una scusa per fare l'offesa,
io non t'accontento mai.

ho perso la testa, e del cuore.
ho perso la testa, ho le prove.
oh, me la dici una parola?

ospita tu la mia vita
con le parole che ho.
ospita tu la mia vita,
tutta la vita che ti parlerò.

..non so rassegnarmi, mai, in nessun momento del mio giorno: l'estate che passa, il frumento ieri e l'altro ieri biondeggiante sulla terra, ed ora segato e trebbiato, l'improvviso ricordo di Sergio fanciullo che faceva il bagno con me nel fiume, ed ora è giovane brutto e grigio.
Affondiamo in una palude di volti, mani, riccioli, voci: sono enormi, illogiche, inesprimibilmente assurde le relazioni che legano gli uomini tra loro.
Io, io sono di una tristezza senza pari, continuamente in lotta con gli avvenimenti della vita, troppo belli e dolci per essere goduti.
Non mi soccorre la speranza di un qualsiasi avvenire perchè amo troppo il presente, lo amo con una violenza uguale al ricordo, alla memoria.
Qualsiasi cosa mi capiterà, sarò felice, perché io vorrei rimanere immobile in questi giorni, in questa età, in questa infelicità.
E invece i giorni mi passano sotto i piedi senza toccarmi, piuttosto simili alle ombre delle nuvole che passano sui sassi del Tagliamento.
In certi momenti, se non cado in una specie di incantesimo, o pazzia, è solo per la mia indole che per natura è pura, serena e allegra

...ti abbraccio affettuosamente
salutami i tuoi

Pier Paolo

lunedì 17 dicembre 2018


C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E’ tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
E’ lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.
A volte un po’ lo invidio
- per fortuna mi passa.