mercoledì 8 gennaio 2020

I figli invecchiano. Ma non invecchiano loro. Invecchiano te. I figli ti invecchiano perché passi le giornate curvo su di loro e la colonna prende per buona quella postura; perché parli lentamente affinché capiscano quel che dici e questo finisce per rallentare te; perché ti trasmettono malattie che il loro sistema immunitario sconfigge in pochi giorni e il tuo in settimane; perché ti tolgono il sonno per sempre. Assonnato e curvo, lento, acciaccato, sei nella terza età.
I figli ti invecchiano anche perché quando arrivano al mondo mettono fine, con violenza inaudita, a quella stagione di aperitivi feste e possibilità che ti sembravano il senso stesso della vita. Murato in casa e reso cieco da una congiuntivite, hai un vago ricordo di ciò che eri e di ciò che avresti ancora potuto esprimere, ma non sai più dire con precisione, hai solo molto sonno. I figli si insinuano nella tua mente in modo subdolo e perverso. Se sei con loro, ti soffocano; se non ci sono, ti mancano. Ci è successo di voler scappare dopo troppe ore insieme a loro, e poi trascorrere la serata in un ristorante a guardare le loro foto sul telefonino, straziati da una nostalgia senza senso (li rivedevamo dopo un’ora).
Parlo di figli al plurale perché quando avevamo solo la prima, l’impresa ci sembrava ancora fattibile; Emma era gentile, dormiva, e sebbene l’assetto famigliare fosse nuovo, avevamo ancora l’illusione di essere noi stessi. Il secondo è arrivato come una deflagrazione. Abbiamo concepito Nico durante il tour promozionale di un film; alberghi e ristoranti gratis, autista e ogni genere di comfort, in quel clima di euforia e fiducia nel futuro in cui tutto era spesato (credevamo che sarebbe durato in eterno come gli italiani pensavano del boom economico) all’ennesimo bloody mary abbiamo fatto un figlio. Dopo tre settimane eravamo nel nostro appartamento di Roma, le mani nei capelli, tra le cartelle equitalia, fuori tuoni e fulmini.
Nove mesi dopo, quell’appartamento era un 41 bis. E quand’è così ogni scusa è buona per uscire: si litiga per chi deve fare la spesa o pagare il bollo della macchina, ci si catapulta fuori alla prima citofonata dell’Ama, e la sera ci si affaccia dalla finestra del bagno valutando le possibili conseguenze di un salto nel vuoto. Quando poi finalmente riesci a uscire di casa (la baby-sitter è la tua nuova esaltante, costosa droga) ti rendi conto che il mondo fuori è ormai diverso e non fa più per te; la gente è vitale e allegra, tonica, e crede nel futuro. E tu ti aggiri a Trastevere come un revenant, lo sguardo perso, l’andatura incerta, l’inconfessabile desiderio di voler solo tornare a casa.
Inoltre perdi le tue certezze ideali; provavi una pena infinita per quelli che odiavano i weekend e bramavano il lunedì perché il lavoro li teneva lontani dai figli: ora sei così anche tu. Guardavi con sufficienza quelle case anni ’60 con una zona pensata per la tata: le desideri con tutte le forze e la notte fai sogni catastali. Ti sembrava sconcio che una famiglia viaggiasse con la filippina al seguito: non sogni altro. Sei un conservatore, non ti riconosci allo specchio, e va benissimo così.
I figli poi tirano fuori la tua rabbia, perché devi saper dire NO anche quando non ne hai voglia, o quando quel giorno non hai la struttura emotiva per farlo. Settimane fa abbiamo esortato Emma ad addormentarsi da sola, e quando poi l’ha fatto, in solitudine, bravissima, siamo stati attanagliati da un tale senso di colpa che siamo andati a svegliarla per chiederle come stava e come era andata, cosa ne pensava, e lei ci ha guardato con un senso di confuso disprezzo, girandosi assonnata dall’altra parte. I figli infine ti invecchiano perché sei già vecchio. In paesi dinamici ed evoluti, dove la democrazia non è un concetto così imprendibile come da noi, i genitori hanno 25 anni, sono forti, flessibili, giustamente incoscienti. Quando abbiamo avuto Emma avevo 37 anni, e tra i genitori del nido ero detto “Il giovane”; intorno a me, padri di cinquanta o sessant’anni con lo sguardo spento, la lombalgia e l’alito cimiteriale di chi non dorme da mesi. E avevo comunque l’impressione che molti di loro fossero più in forma di me.
Ma più di tutto, conta ciò che i figli fanno alla tua mente. I figli ti fanno ripiombare, con una forza che neanche l’ipnosi, nel tuo passato più doloroso e remoto: l’odore degli alberi alle otto del mattino prima di entrare a scuola, la simmetrica precisione dell’astuccio, la catena sporca della bici, le merendine, la ghiaia, le ginocchia sbucciate. Questi ricordi, non so dire perché, sono la mazzata finale. La vita stessa, che credevi di aver incasellato in categorie discutibili ma tutto sommato valide, o comunque tue, sfugge via. Sei una piccola parte di un tutto più complesso e i gin-tonic hanno smesso di darti l’illusione dell’eternità. Sei un pezzo di un grande ingranaggio, e siccome siamo in Italia, l’ingranaggio è vecchio, arrugginito e si muove a fatica. D’altra parte, il tuo cuore non è mai stato così grande.


sabato 16 novembre 2019


Coglierò per te l'ultima rosa del giardino, la rosa bianca che fiorisce nelle prime nebbie. Le avide api l'hanno visitata sino a ieri, ma è ancora così dolce che fa tremare. E' un ritratto di te a trent'anni, un po' smemorata, come tu sarai allora.
Da un altro punto furono viste le stagioni
fino lì sconosciute
solo allora poté sedersi ad ammirare
il senso dell’alternanza.
Non c’è arrivo non c’è sosta non
c’è partenza, ma il succedersi senza tregua.
Questo sì, che a ogni livello ne succeda
un altro, per generazione spontanea
l’aveva saputo della ruota che girava
mentre i mondi finivano, a volte.

Forse è troppo arduo essere individualmente degli "Hoff- nungsträger", dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze e le delusioni che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande il carico di amore per l'umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere

Non sono che il contabile dell'ombra di me stesso
Se mi vedete qui a volare
E' che so staccarmi da terra e alzarmi in volo
Come voialtri stare su un piede solo.
Difficile non è partire contro il vento
Ma casomai senza un saluto.
Non sono che l'anima di un pesce con le ali
Volato via dal mare per annusare le stelle
Difficile non è nuotare contro la corrente
ma salire nel cielo e non trovarci niente.
Dal mio piccolo aereo di stelle io ne vedo
Seguo i loro segnali e mostro le mie insegne
La voglio fare tutta questa strada
Fino al punto esatto in cui si spegne

Ti cercherò sempre
sperando di non trovarti mai
mi hai detto all’ultimo congedo
Non ti cercherò mai
sperando sempre di trovarti
ti ho risposto
Al momento l’arguzia speculare
fu sublime
ma ogni giorno che passa
si rinsalda in me
un unico commento
ed il commento dice
due imbecilli


L'immaginazione del secolo XVIII è ricca di figure sospese per aria. Non per nulla agli inizi del secolo la traduzione francese delle Mille e una Notte di Antoine Galland aveva aperto alla fantasia occidentale gli orizzonti del meraviglioso orientale: tappeti volanti, cavalli volanti, geni che escono da lampade. Di questa spinta dell'immaginazione a superare ogni limite, il secolo Xviii conoscerà il culmine col volo del Barone di Munchausen su una palla di cannone, immagine che nella nostra memoria si è identificata definitivamente con l'illustrazione che è il capolavoro di Gustave Doré. Le avventure di Munchausen, che come le Mille e una Notte non si sa se abbiano avuto un autore, molti autori o nessuno, sono una continua sfida alla legge della gravitazione: il Barone è portato in volo dalle anatre, solleva se stesso e il cavallo tirandosi su per la coda della parrucca, scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa. Queste immagini della letteratura popolare, insieme a quelle che abbiamo visto della letteratura colta, accompagnano la fortuna letteraria delle teorie di Newton. Giacomo Leopardi a quindici anni scrive una storia dell'astronomia di straordinaria erudizione, in cui tra l'altro compendia le teorie newtoniane. La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava.

Calves are easily bound and slaughtered
Never knowing the reason why
But whoever treasures freedom
Like the swallow has learned to fly
How the winds are laughing
They laugh with all the their might
Laugh and laugh the whole day through
And half the summer's night


quel che si lascia da parte, quel che si aggira
le cose rare e quelle a mucchi

giovedì 14 novembre 2019

L’uomo fermo ha davanti colline nel buio.
Fin che queste colline saranno di terra,
i villani dovranno zapparle. Le fissa e non vede,
come chi serri gli occhi in prigione ben sveglio.
L’uomo fermo – che è stato in prigione – domani riprende
il lavoro coi pochi compagni. Stanotte è lui solo.

Le colline gli sanno di pioggia: è l’odore remoto
che talvolta giungeva in prigione nel vento.
Qualche volta pioveva in città: spalancarsi
del respiro e del sangue alla libera strada.
La prigione pigliava la pioggia, in prigione la vita
non finiva, talvolta filtrava anche il sole:
i compagni attendevano e il futuro attendeva.

Ora è solo. L’odore inaudito di terra
gli par sorto dal suo stesso corpo, e ricordi remoti
lui conosce la terra – costringerlo al suolo,
a quel suolo reale. Non serve pensare
che la zappa i villani la picchiano in terra
come sopra un nemico e che si odiano a morte
come tanti nemici. Hanno pure una gioia
i villani: quel pezzo di terra divelto.
Cosa importano gli altri? Domani nel sole
le colline saranno distese, ciascuno la sua.

I compagni non vivono nelle colline,
sono nati in città dove invece dell’erba
c’è rotaie. Talvolta lo scorda anche lui.
Ma l’odore di terra che giunge in città
non sa più di villani. È una lunga carezza
che fa chiudere gli occhi e pensare ai compagni
in prigione, alla lunga prigione che attende


centinaia di posti in cui nascondersi

in sogno, giro di nuovo, attraverso una soglia, e poi, ecco. Esistono ancora pietre su cui può sedersi un pellegrino, in questa città? Ancora portici nell'ombra in cui di colpo il rumore della folla impazzita si attutisce, e entri in un piccolo giardino di aranci nel cuore della città? Dove sono? In alto c'è il cielo azzurro dei sogni, ma appare da un quadrato di fresca ombra. Si direbbe un chiostro, ma non lo riconosco. Non somiglia a nessun luogo che io ricordi. E' il chiostro di fronte al Duomo? Non lo so, di colpo ho la sensazione di essere straniero nella mia città


Innanzitutto io credo che - per arrivare a sentirsi autenticamente figlio di qualcuno, sia in senso letterale che metaforico – bisogna battere, nolenti o volenti, e paradossalmente, le piste disagevoli e un po’ amare del tradimento.
Vale a dire: bisogna provare ad attestarsi altrove dalla corrente, diciamo così, naturale, del proprio sangue, dei proprio cromosomi, e questo altrove, poi, guardare, considerare, capire, studiare, ciò che ci lega sul serio, nel profondo, al nostro imprinting originario, gettando a mare, quando è il caso, come inutile e dannosa, tutta la trita zavorra del luogo comune, del pregiudizio, del folclore, della passività imitativa dei modelli tramandati. Bisogna farsi, insomma, prima di tutto, estranei, stranieri, forestieri, rispetto a se stessi, rispetto al proprio genòma, rispetto al proprio habitat di nascita e cultura, e poi tornare in patria. Bisogna, idealmente e concretamente, camminare, camminare, allontanarsi, estradarsi, esularsi, per terre e lingue ignote, per capire veramente di chi si è o di chi si è stati – magari senza neppure sospettarlo – autenticamente figlio o adolescente.

bene, se mi dici che ci trovi anche dei fiori in questa storia, sono tuoi
E adesso la città quasi è una mappa
di tanti fallimenti e umiliazioni;
da questa porta ho ammirato i tramonti,
davanti a questo marmo ho atteso invano.
Qui l’indistinto ieri e l’oggi nitido
mi hanno elargito gli ordinari casi
d’ogni destino; qui i miei passi intessono
il loro labirinto incalcolabile.
Qui l’imbrunire di cenere aspetta
il frutto che gli deve la mattina;
qui l’ombra mia si perderà, leggera,
nella non meno vana ombra finale.
Ci unisce la paura, non l’amore;
sarà per questo che io l’amo così tanto.

areto a 'st'uocchie culurate 'e bene
ce aggio astipate tutt'a vita mia
l'anne ca so' vulate stanno 'nzieme
e tutt'e cose ca dicive
tu 'e 'nfunnive 'e verita'
e io te credo
pecche' si' 'o vero
pecche' si' tu ch'appicce
'o cielo quann'e' sera
pecche' si' tu ca si'
sto' male staie cchiu' male
si nun dormo nun t'adduorme
faie 'a nuttata 'nzieme a me
e io te credo
comm'a na fede
quanno me dice tuorne
ampresso sto' 'mpenziero
quanno me chiamme
pe' telefono addo' stongo
pe' me di' quanne te manche
pe' me di' so' pazza 'e te
quanno sto' sulo stongo 'n compagnia
tengo 'o respiro tuoio sempe cu mme
veco 'o fantasma tuoio pe' tutt'e vie
tu si' quase comme 'a dio
si vuo' tu me faie campa'
e io te credo
pecche' si' 'o vero
pecche' si' tu ch'appicce
'o cielo quann'e' sera
pecche' si' tu ca si
sto male staie cchiu' male
si nun dormo nun t'adduorme
staie scetata 'nzieme a me
e io te credo
comm'a na fede
quanno me dice tuorne
ampresso sto' 'mpenziero
quanno me chiamme
pe' telefono addo' stongo
pe' me di' quanne te manche
pe' me di' so' pazza 'e te
il passato è un animale grottesco

C'è una storia. Quand’ero ragazzo, dovevo recitare un brano comico per il talent show della scuola. C’era questa giacca figa che volevo mettere perché mi avrebbe fatto sembrare Albert Brooks. Per mesi risparmiai per questa giacca, ma quando finalmente racimolai abbastanza, andai al negozio ed era andata. L’avevano venduta a qualcun altro. Così, andai a casa e lo dissi a mia madre. Lei disse: «Ti sia da lezione. Questo succede se si desiderano le cose». Era davvero brava nel dispensare lezioni di vita che sembravano buttare la colpa di tutto su di me.
Ma poi, il giorno del talent show, mia madre aveva una sorpresa per me. Mi aveva comprato la giacca. Anche se non sapeva come dirlo, significava che mi voleva bene.
Ora, questa è una bella storia su mia madre. Non è vera, ma è una buona storia, no? L’ho rubata da un episodio di Maude che vidi quando ero bambino, quando lei parla del padre.
Quando lo vidi ricordo di aver pensato 'ecco una storia che voglio raccontare al funerale dei miei genitori', ma non ho altre storie del genere, tutto quello che so sull'essere buoni l'ho appreso dalla tv..e in tv i personaggi incasinati imperfetti alla fine ti sorprendono con questi grandi gesti.
E una parte di me crede ancora che sia questo l'amore.
Ma nella vita vera il grande gesto non basta, devi essere costante, devi essere affidabile sempre!
Non puoi mandare tutto a puttane per poi buttarti in mezzo all'oceano a salvare il tuo migliore amico, risolvere un mistero e volare in Kansas, devi farlo tutti i giorni e farlo è cosi difficile!
Quando sei piccolo ti convinci che i grandi gesti potrebbero bastare, che anche se le cose non sono come volevi ad un certo punto potrebbero sorprenderti con qualcosa di meraviglioso
amu lu silenziu
chi mi fascia lu silenziu
e duci s'abbannuna supra di mia
c'un suspiru di puisia;
amu lu silenziu
chi mi grapi li vrazza
e m'incupuna
sutta scialli di rasu,
sutta veli e giumma
e mi porta luntanu
supra pinni di palumma.
Amu li nichi paisi
cu casi furmichi
e strati majsi:
si veni lu misi
d'austu,
di cavudu giustu,
ca nuddu passa
e tutti li cosi
parinu pusati

Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
vavattenne deritto pe 'lla
troppo tiempo hè aspettato
pe chello che hè avuto
jurnate jettate vicino a me
Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
mo può fà tutto chello che vuò
nun te mettere scuorno
ma guardate attuorno
e vide 'a che parte può accumincià
Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
nun tenimmo chiù niente 'a ce dà
quann 'o suonno è fernuto
chiù ampresso te scite
e chiù ampresso si pronta p'ascì
Chi ha avuto ha avuto
penza 'a salute
e io a chi penzo si nun ce staje tu
mo ca 'o treno è partuto
chi è sagliuto è sagliuto
e chi no resta nterra a guardà

gli amici arrivano, suonano il campanello
che piacere vederti
e come va oggi, e tu versagli un altro goccio
quei due, quelli dei bei tempi
quello snello, lunare, moro triste,
e quello della neve a forma di cuore
i miei amici se ne vanno in mezzo alle cose
con la felicità nel fazzoletto
ma non sono felici, non hanno dove lasciarsi
andare vivi e
domani sarà peggio per questo
benny goodman
e certo mille pesos al mese di stanno ammattonando
il sentiero e a tutti
povera piccola erba strappata, crescione d'estate
gli piace andarci su
chiocciole chiocciole chi vuole
mostrare le corna al sole
e se questa oscurità non li contiene tutt'e due
dove trovarmi a me? nel mio amaro tè di mate
nel mio ufficio all'incrocio di via san martin
e corrientes

in un vortice di polvere
gli altri vedevan siccità
a me ricordava
la gonna di Jenny
in un ballo di tanti anni fa
Sentivo la mia terra
vibrare di suoni, era il mio cuore
e allora perché coltivarla ancora
come pensarla migliore

mercoledì 9 gennaio 2019

Questo tempo sabbatico
prima di una partenza, questo tempo
rubato al tempo, questo tempo non mio
né degli altri, il tempo della valigia
e del ritardo, questo lusso sospeso,
questo margine ricco,
quando, audace e irresponsabile, posso
quello che neanche gli anni mi concedono,
dove accorrono i pensieri più negletti
e sono accolti, e tra un pigiama
e una camicia s'insedia maestoso
ma arrendevole il possibile, dove potrei
persino telefonarti e dichiararmi
folle d'amore, questo unico tempo vero
involontario che ci è dato
per grazia di partenze, questo
non è nient'altro che preghiera.

Mo meva ascì sta forza?
mo meva ascì ca nun sto allero?
me movo indo a nu cuorpo
me movo e nun me pare overo e fà
turnannno a cchiu presenza
risico e bbotte a restà sulo
cusut c'a cuscienza
sai che me vene'o ggenio e lamentà?
posso maje ascì? e me 'nchiommo
posso ascì mai! ma nun va o'pere
si care piglio scuorno
'ati mumenti nun saccio passà
mo meva ascì sta forza?
mo meva ascì ca nun sto allero?
'e vvote gira stuorto
me so fermato senza 'e ce pensà

mercoledì 26 dicembre 2018

Fermi a un passaggio a livello
mi hai parlato di te
in un modo che io non conoscevo,
piano mi hai sfiorato una mano
sussurrando parole dimenticate.
Ma in un baleno
è schizzato via il treno
abbiam smesso di guardarci
poi mi hai chiesto se era un merci.
Torna a parlarmi di te
a parlare del cuore,
delle cose dimenticate.
No: mi hai guardato ridendo
sei rimasta lì muta
muta come ti ho conosciuta.

ospiterò la tua vita
con il silenzio che fa.
ospiterò la tua vita
senza domandare le parole come prova
dell'amore che parlare non saprà.
un'altra volta e nella sorte
e in ogni giorno, in ogni parte
sposami.
sono sicuro.
oltre non sopporterei
tutto questo silenzio.
io devo parlarti.
io parlerò.
qn'altra volta e ti prometto
che dopo un'ora starò zitto.
quanta gelosia sfusa della sposa mia che fa l'offesa,
silenziosa senza una posa che sia pure una scusa per fare l'offesa,
io non t'accontento mai.

ho perso la testa, e del cuore.
ho perso la testa, ho le prove.
oh, me la dici una parola?

ospita tu la mia vita
con le parole che ho.
ospita tu la mia vita,
tutta la vita che ti parlerò.

..non so rassegnarmi, mai, in nessun momento del mio giorno: l'estate che passa, il frumento ieri e l'altro ieri biondeggiante sulla terra, ed ora segato e trebbiato, l'improvviso ricordo di Sergio fanciullo che faceva il bagno con me nel fiume, ed ora è giovane brutto e grigio.
Affondiamo in una palude di volti, mani, riccioli, voci: sono enormi, illogiche, inesprimibilmente assurde le relazioni che legano gli uomini tra loro.
Io, io sono di una tristezza senza pari, continuamente in lotta con gli avvenimenti della vita, troppo belli e dolci per essere goduti.
Non mi soccorre la speranza di un qualsiasi avvenire perchè amo troppo il presente, lo amo con una violenza uguale al ricordo, alla memoria.
Qualsiasi cosa mi capiterà, sarò felice, perché io vorrei rimanere immobile in questi giorni, in questa età, in questa infelicità.
E invece i giorni mi passano sotto i piedi senza toccarmi, piuttosto simili alle ombre delle nuvole che passano sui sassi del Tagliamento.
In certi momenti, se non cado in una specie di incantesimo, o pazzia, è solo per la mia indole che per natura è pura, serena e allegra

...ti abbraccio affettuosamente
salutami i tuoi

Pier Paolo

lunedì 17 dicembre 2018


C’è chi meglio degli altri realizza la sua vita.
E’ tutto in ordine dentro e attorno a lui.
Per ogni cosa ha metodi e risposte.
E’ lesto a indovinare il chi il come il dove
e a quale scopo.
Appone il timbro a verità assolute,
getta i fatti superflui nel tritadocumenti,
e le persone ignote
dentro appositi schedari.
Pensa quel tanto che serve,
non un attimo in più,
perché dietro quell’attimo sta in agguato il dubbio.
E quando è licenziato dalla vita,
lascia la postazione
dalla porta prescritta.
A volte un po’ lo invidio
- per fortuna mi passa.

giovedì 13 dicembre 2018


domenica 2 dicembre 2018


Lui si guarda intorno e non ha già
più terra dove andare
lui si guarda intorno e non ha già
più terra dove andare
e a diciott'anni un lavoro non lo cerca più
a diciott'anni un lavoro che gli serve a fare
se si guarda intorno e non ha già
più terra dove andare
se si guarda intorno e non ha già
più terra dove andare.

Così suo padre gli fa cenno d'aspettare
e il sindacato gli fa segno di firmare
lui si guarda il cielo, il cielo è un Comitato Centrale.

Per certe donne è una questione di stile
ah, che disgrazia le questioni di stile
lui si gurda intorno e non c'è un'ombra
nella quale sparire
lui si gurda intorno e non c'è un'ombra
nella quale scomparire, eh no.

Lui si guarda intorno e non ha già
più terra dove andare
lui si guarda i piedi e non ha scarpe adatte per
continuare a ballare
lui se guarda il cielo non ha santi a cui telefonare
lui se guarda il cielo, il cielo gli fa segno di andare

sabato 24 novembre 2018

Cosí prosegui, passando da una periferia all'altra, e viene l'ora di partire da Pentesilea. Chiedi la strada per uscire dalla città; ripercorri la sfilza dei sobborghi sparpagliati come un pigmento lattiginoso; viene notte; s'illuminano le finestre ora piú rade ora piú dense. Se nascosta in qualche sacca o ruga di questo slabbrato circondario esista una Pentesilea riconoscibile e ricordabile da chi c'è stato, oppure se Pentesilea è solo periferia di se stessa e ha il suo centro in ogni luogo, hai rinunciato a capirlo. La domanda che adesso comincia a rodere nella tua testa è piú angosciosa: fuori da Pentesilea esiste un fuori? O per quanto ti allontani dalla città non fai che passare da un limbo all'altro e non arrivi a uscirne?

venerdì 23 novembre 2018

Mia cara piccola ragazza,
per molto tempo avrei voluto scriverti la sera, dopo una di quelle uscite con gli amici che presto descriverò in “A Defeat”, di quel tipo quando il mondo è nostro. Volevo portarti la mia gioia del vincitore e posarla ai tuoi piedi, come facevano all’epoca del Re Sole. E poi, stanco per tutto il vociare, sono sempre e solo andato a letto. Oggi lo sto facendo per sentire il piacere, che ancora non si conosce, di trasformare all’improvviso l’amicizia in amore, la forza in tenerezza. Stanotte ti amo in un modo che non hai conosciuto in me: non sono né consumato dai viaggi, né avvolto nel desiderio della tua presenza. Sto padroneggiando il mio amore per te e lo sto girando verso l’interno come elemento costitutivo di me stesso. Questo accade molto più spesso di quanto dico a te, ma raramente quando ti sto scrivendo. Cerca di capirmi: ti amo mentre faccio attenzione alle cose esterne. Tu sei mia, le cose sono mie, e il mio amore altera le cose intorno a me e le cose intorno a me alterano il mio amore. A Tolosa ti ho semplicemente amata. Stasera ti amo in una sera di primavera. Ti amo con la finestra aperta.

giovedì 22 novembre 2018


lunedì 19 novembre 2018

Ai miei editori

A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna.
 Emilio Salgari

domenica 18 novembre 2018


venerdì 9 novembre 2018

Ti ricordi che nebbia
Ci ha seppelliti una settimana
Ricordi che abbiamo sbagliato strada
E risalendo la valle
Abbiamo scoperto che il cielo era sgombro
Eppure nemmeno lì sotto
Neppure lo schifo d'inverno
Nemmeno l'inferno
Vorrei starti lontano
Te lo dico più piano
Lo penso ogni volta che devo partire
È sempre bello tornare
Confuso, spaccato, fatto, sfatto
È bello percorrere i sensi vietati guidando veloce con gli occhi bendati raggiungerti e dirti mi piaci
Cazzo se mi piaci

Ma quanto tempo è passato?
È ricominciata l'estate
Tutto si ripete
Me ne vado lontano
E non scrivo e non chiamo
E non so bene se voglio partire
È sempre bello tornare
Confuso, spaccato, fatto, sfatto
È bello percorrere i sensi vietati guidando veloce con gli occhi bendati raggiungerti e dirti
sei la mia città fuori dal centro
sei la mia città fuori dal tempo
e quando tornerò, qualcosa cambierà

domenica 4 novembre 2018


chi mai la storia fino in fondo
del vecchio potrà raccontare?
pesare su un piatto l`assenza?
valutare in piena coscienza
tutto ciò che viene a mancare?
dei tanti dolori del mondo
stimare la somma e la mole?
rinchiudere il niente in parole?

venerdì 2 novembre 2018

Cara Aida, fino a oggi tutte le follie di cui un uomo è capace io le ho provate: nato in una notte di tempesta, vissuto tra le tempeste e gli oceani ove l’anima diventa selvaggia, e le pazzie del giornalismo ove la pazzia diventa un dovere, la mia vita doveva essere tempestosa per necessità. Ma un giorno ho veduta voi, e in me si è operato uno strano cambiamento: ho sentito il bisogno di amare, ma realmente amare fuori dalle tempeste in cui ero fino a ieri vissuto; ho sentito come il bisogno di porre un freno agli impeti ardenti del sangue febbricitante e agli impeti irrefrenabili dell’anima selvaggia. E non so, da giorni sento per la seconda volta in vita mia, una strana fiamma invadermi questo cuore che non credevo più accessibile ad alcuna reale passione dopo una terribile disillusione provata nella prima gioventù, che ho trascinata, terribile martirio, nelle mie corse attraverso i mari per lunghi anni.
Sento come un tormento che non so domare. Sono strane tempeste che certi giorni mi scoppiano nel cuore; strani fremiti che mi corrono per sangue e come un desiderio di libertà.

E pure ti ho amato, ti amo ancora immensamente: ti sogno nelle mie notti tormentose e assorbi tutto il pensiero mio e soffro in silenzio, tacitamente dell’indifferenza tua, e quanto anche! Non so, tu mi hai stregato, sento per istinto che tu mi spezzerai l’anima, che mi avvelenerai questa fantasia che lotta giorno per giorno per farmi un nome, sento che il nostro amore per qualcuno di noi sarà terribile, sarà fatale a questo qualcuno, e questo sarò io perché non saprò mai dimenticarti.

Mia cara Aida, quantunque molte, forse troppe tempeste abbiano attraverso i nostri cuori, ricorderò sempre con affetto colei che ho scelto a compagna della mia vita, e che doveva essere la luce dei miei occhi e dei miei pensieri.

Ti amo Aida,
un bel bacio, il tuo Selvaggio malese
Emilio Salgari

giovedì 1 novembre 2018


domenica 28 ottobre 2018

There is a man that live next door
In my neighborhood
And he gets me down...

He gets in so late at night
Always a fuss and fight
All through the night

I've got to get away from here
This is not a place for me to stay
I've got to take my family
We'll find a quiet place

Hear the pots and pans they fall
Bang against my wall
No rest at all

I've got to get away from here
This is not a place for me to stay
I've got to take my family
We'll find a quiet place

martedì 23 ottobre 2018


Roma, 6 gennaio 1961

Caro Einaudi,

ho ricevuto le «filastrocche» e tocco il cielo con tutte e dieci le dita. Devo proprio dirle grazie dell'edizione bellissima, molto più bella di come potevo aspettarmela. Il libro rallegra piccoli e grandi solo a sfogliarlo e ispira una gran simpatia, credo di poterlo dire come se si trattasse del libro di un altro. In famiglia mi guardano e trattano con accresciuto rispetto, e per la prima volta posso chiudere la porta del mio studio (anche se ci vado a leggere un libro giallo). Insomma, ho ricevuto i calzoni lunghi: se ha dei nemici, disponga di me.

Suo
Gianni Rodari

giovedì 11 ottobre 2018


mercoledì 12 settembre 2018

Ho tanta fede in te che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltremondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha un senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e il tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senz’accorgersi ch’era una rinascita.

L’ umiltà è conditio prima.
I nostri contemporanei sono stupidi, ma prostrarsi ai piedi dei più stupidi di essi significa pregare.
Si prega così oggi. Come sempre. Frequentare i più dotati non vuol dire accostarsi all’assoluto comunque.
Essere più gentile dei gentili. Essere finalmente il più cretino.
Religione è una parola antica.
Al momento chiamiamola educazione.

mercoledì 29 agosto 2018

blu santa chiara



















Sole
nun schiarà
fino a quanno
n'ata vota
accumminciamme a rispirà

Un giorno moriremo, ma il canto viene prima.
Nonna tu nei cortili dell’estate, già alzata all’alba,
sola ad aprire imposte e ricevere il sole,
accompagnando la febbre dei miei ultimi sogni con lo strofinio appena udibile dei tuoi pasi,
entrando dalla parte del giorno a restituirmi il mondo nella fragranza del caffellatte.
Non dimentico nulla, io crebbi sulla sponda della tua vestaglia e dei tuoi scialletti,
del tuo gusto per il lilla che ti fa come una cenere di colombe fra i capelli e le guance,
e sento un’altra volta il soave andare delle pantofole che ti portai dal Cile.
E sto vedendo la lunghissima treccia che tu lasci libera
quando ti alzi, come un ricordo dei tuoi anni di ragazza.
Tu non lo sai, nonna, però in te finisce il tempo, la successione dei giorni e delle s’piagge, delle aule e dei pianti, dell’amore nei suoi mille specchi, dell’uomo e del bambino che riconciliano le loro distanze nei tuoi occhi, oh paese della pace.
Ti vedo e sono piccolo e sono proprio io, e niente impedisce che il piccolo e l’uomo ti diano lo stesso bacio e si rifugino nel tuo abbraccio. Questi capelli che tu accarezzi e che pettinasti per la prima volta, questa fronte che stai baciando e che lavasti dal sudore della nascita, queste mani che vanno per il mondo palpando i suoi bei vuoti, e che guidasti nel primo incontro con il cucchiaio e la palla,
tornano al posto del riposo, e non se ne vanno, nonna,
sebbene io viva alzato verso tante rotte, e non se ne vanno, nonna.
La nonna spunta con il giorno a visitare l’orto e le galline
spartisce l’acqua e il mais, ammira i pomodori e i loro progressi,
e gode del racemo che si inerpica, del lampadario delle prugne regine claudie,
e va per le profondità della casa distribuendo l’ordine.
A volte mi alzo, l’accompagno e, associato ai suoi riti,
do da mangiare agli uccelli e irrigo le veccie, sento il tremito dell’acqua sui rampicanti che bucano i muri e che la ricevono crepitando e si riempiono
di scintille.
Ho dieci anni, vivo insieme ai bruchi e alle anatre, sono tenero e crudele,
ammazzo e proteggo, ordino come un re le cose del mio regno,
e sopra di me sta la nonna, le arrivo già all’altezza delle spalle, sulla punta dei piedi arrivo a baciarla,
e i nostri occhi si scoprono nell’allegria comune dei polli nati durante la notte. Il nostro giardino durò quanto l’infanzia. Né tu né io lo dimenticheremo,nonnina.
Non dimenticheremo il sapore delle pesche bianche,
delle barbabietole, delle zucche incendiate.
Fu il tempo del riso al latte coperto di cannella, del piacere delle pannocchie sulla tavola tesa sotto i pergolati.
Stai nella cucina in penombra, con i glicini alla porta,
e curi le cadenze delle bacinelle di gelatina,
le marmellate invernali che ordinerai nella credenza.
Io sto lì, con Giulio Verne e una botta al ginocchio,
felice, guardandoti, sicuro che niente potrà mai accadermi, che in mezzo al mare o all’assalto del polo con il capitano Hatteras, o appeso al cielo con Michel Ardan,
tu mi tieni con te, vicino al fornello da cui l’aroma
inzuccherato cresce come un soave vulcano dipinto a lapis.
Un giorno moriremo, ma prima viene il canto.
E non solo ieri, nonna. A ogni svolta stai lì, piccola
sotto l’architrave, imbacuccata nella tua vecchiezza
senza macchia, nella tua piccola salute,
e ogni volta che mi trae da porte e passi e uomini,
io so che tu stai lì. E che il tuo amore senza altra causa che se stesso
ci sostiene nella notte e ci restituisce l’alba dell’incontro,
e il tempo gira la testa e ci accetta interi,
con il bambino che piange tra le tue braccia,
con il viaggiatore che si lava della polvere nel tuo sorriso,
con la giovane nonna che corre in mezzo alla neve per rallegrare il nipote,
con questa vecchietta che sostiene sulla soglia la lampada del benvenuto.
E il primo che muoia sappia che niente muore
e che la perfezione regnò nel suo giorno.
The planet are linen up
Uscì a camminare per il centro, la mattina. S'aprivano larghe e interminabili le vie, vuote di macchine e deserte; le facciate delle case, dalla siepe grigia delle saracinesche abbassate alle infinite stecche delle persiane, erano chiuse come spalti. Per tutto l'anno Marcovaldo aveva sognato di poter usare le strade come strade, cioè camminandoci nel mezzo

Venne il tram, evanescente come un fantasma, scampanellando lentamente; le cose esistevano appena quel tanto che basta; per Marcovaldo quella sera lo stare in fondo al tram, voltando la schiena agli altri passeggeri, fissando fuori dai vetri la notte vuota, attraversata solo da indistinte presenze luminose e da qualche ombra più nera del buio, era la situazione perfetta per sognare a occhi aperti, per proiettare davanti a sé dovunque andasse un film ininterrotto su uno schermo sconfinato.
Così fantasticando aveva perso il conto delle fermate; a un tratto si domandò dov'era; vide il tram ormai quasi vuoto; scrutò fuori dai vetri, interpretò i chiarori che affioravano, stabilì che la sua fermata era la prossima, corse all'uscita appena in tempo, scese. Si guardò intorno cercando qualche punto di riferimento. Ma quel poco d'ombre e luci che i suoi occhi riuscivano a raccogliere, non si componevano in nessuna immagine conosciuta. S'era sbagliato di fermata e non sapeva dove si trovava.

prossima fermata, mirafiori


tra un impiegato e un non so


Acchiappa acchiappa chello ca se move
e intanto 'o popolo vo' strate nove
tu staje buono si ?
Hà 'a murì' !
Acchiappa acchiappa chest'ata semmana
e intanto 'o masto nce ha pisciato 'mmano
tu staje buono si?
Hà 'a murì'!
E se parli troppo in fretta
nun se capisce niente cchiù
staje c'o core int'e cazette
e alluccanno dice ca so' vivo
finchè so' vivo nun me puo' tuccà'

Acchiappa acchiappa ca niente è perduto
c'o mariuolo 'ncuorpo so' fujuto
tu staje buono si ?
Hà 'a murì'!
Acchiappa acchiappalo pe coppa 'e logge
primma ca ce fermano sto rilogio
tu staje buono si ?
Hà 'a murì'!

E nce abboffano 'e parole
po ce 'mparano a parlà'
ce hanno astritto 'nfaccia 'o muro
ma alluccanno dice ca so' vivo
finchè so' vivo nun me puo' tuccà'
i' so' vivo
finchè so' vivo nun me puo' tuccà'
Nuje 'a dinto 'e case nun ghittammo niente
sempe quaccosa ce po' servì'
guardanno 'a robba vecchia pare nova
nuje 'a dinto 'e case guardammo fora
e dinto 'o suonno amma murmulià'
lasciavemo 'a jurnata
e mo nun basta a niente.
quando i bisogni di crescita dei bambini non vengono ignorati e rifiutati, il vigore dei giovani dissipato e le famiglie e i quartieri rimangono coesi come unità di difesa e reciprocità, e quando la possibilità di trascendenza artistica o religiosa è affidata alle rituali e infinite forme di cultura espressiva, allora potremmo fiduciosi predire la sopravvivenza di quelle capacità di gioia e sacrificio che includiamo nella familiare categoria dell’umano

in ogni stanza cerco di ridere un po

a guardarci negli occhi


cocche cumpagno mio ha fatto nu figlio,
je ancora teng‘a capa ca nun piglia
pure si nun te muove, t’o sciglie,
‘o tiemp nun tene maniglie
tu te piense ca ‘o ‘cchiappe, ma
tutte cose cagna,
Ogni magagna mì m’ha dat ‘o fuoco,
e ogni ‘juorne che torno pe’ mme è ancora poco,
senza ca te ranno e chiagne
mo c’ho damme, primma ca tutte cose cagna
crisciuto senza scuse e senza aiuto
me ricevo nun era brutto
e già da tanno nun l'aggio creruto
sunnavo tanti ccose e in buona parte nun l'aggie avuto
e cu sti mmane aropp'a frana è continuata a sagliuta
'a capa se fa bianca a tratti
mentre aumentano 'e rimpianti tutt'e ricorde re' fatte
se fa l'ossa chille ch'era piccerille
se fa ruosse' sott'all'uocchie addiventa omme 'e l'avive visto nennillo
a dieci anni me crerevo ca papà era immortale
pò capette ca nun'era o'vero 'na matina dint'a 'na stanza 'e spitale
mammà scennette a faticà doppe vint'anne a casa
là perdette 'a capa 'ntase attacche 'e panico e crack
chello ca nun t'accire t'ammacca
ogni brivido è nu livido 'o mumento ca ciacca
ogni limite è nu stimolo e pe chesto che torno
notte e juorne
e saccio ca pure io cagno forma

tempo di bilanci

lungo po antonelli

Questa è la nostra terra
o quello che ne è rimasto
Il fiume nella pianura
mi raccomando abbiatene cura
L'acqua che passa lenta
e porta via i pensieri
I coppi di terracotta
che diventano paese
Gli argini bagnati nella stagione del freddo
si seccano d'estate col sole


tra i due nervi che abbiamo dietro il collo

giovedì 31 maggio 2018















L'uomo ha un corpo solo,
solo come la solitudine.
L'anima è stanca
di questo involucro senza connessure,
fatto d'orecchi e d'occhi,
quattro soldi di grandezza
e di pelle, cicatrice su cicatrice,
tirata sulle ossa.
Dalla cornea vola dunque via
nel pozzo spalancato del cielo,
sulla ruota di ghiaccio,
sulle ali d'un uccello,
e sente dalle inferriate
della sua vivente prigione
il sussurrare dei boschi e dei campi,
il rombo dei sette mari.
Senza corpo l'anima si vergogna,
come un corpo svestito.
Né pensieri né azione né progetti né scritti,
un enigma senza soluzione.
Chi ritorna sui suoi passi
dopo aver ballato sul palco
dove nessuno ballò?
E sogno io un'anima diversa,
in una nuova veste,
che arde passando dal timore alla speranza
come fiamma che s'alimenta nell'alcool,
priva d'ombra,
che vaghi per la terra
lasciando a suo ricordo, sul tavolo,
un lillà.
Corri, bambino,
non piangere sulla misera Euridice.
Con la tua piccola asta,
per le vie del mondo,
sospingi ancora il tuo cerchio di rame.
Anche se udibile
solo per un piccolo quarto,
in risposta ad ogni tuo passo,
allegra ed asciutta,
la Terra ti mormora nelle orecchie.

mercoledì 23 maggio 2018

torino porta nuova

Camminiamo una sera sul fianco di un colle,
in silenzio. Nell’ombra del tardo crepuscolo
mio cugino è un gigante vestito di bianco,
che si muove pacato, abbronzato nel volto,
taciturno. Tacere è la nostra virtù.
Qualche nostro antenato dev’essere stato ben solo
– un grand’uomo tra idioti o un povero folle –
per insegnare ai suoi tanto silenzio.

Mio cugino ha parlato stasera. Mi ha chiesto
se salivo con lui: dalla vetta si scorge
nelle notti serene il riflesso del faro
lontano, di Torino. “Tu che abiti a Torino…”
mi ha detto “…ma hai ragione. La vita va vissuta
lontano dal paese: si profitta e si gode
e poi, quando si torna, come me a quarant’anni,
si trova tutto nuovo. Le Langhe non si perdono”.
Tutto questo mi ha detto e non parla italiano,
ma adopera lento il dialetto, che, come le pietre
di questo stesso colle, è scabro tanto
che vent’anni di idiomi e di oceani diversi
non gliel’hanno scalfito. E cammina per l’erta
con lo sguardo raccolto che ho visto, bambino,
usare ai contadini un poco stanchi.

Vent’anni è stato in giro per il mondo.
Se n’ andò ch’io ero ancora un bambino portato da donne
e lo dissero morto. Sentii poi parlarne
da donne, come in favola, talvolta;
uomini, più gravi, lo scordarono.
Un inverno a mio padre già morto arrivò un cartoncino
con un gran francobollo verdastro di navi in un porto
e auguri di buona vendemmia. Fu un grande stupore,
ma il bambino cresciuto spiegò avidamente
che il biglietto veniva da un’isola detta Tasmania
circondata da un mare più azzurro, feroce di squali,
nel Pacifico, a sud dell’Australia. E aggiunse che certo
il cugino pescava le perle. E stacco il francobollo.
Tutti diedero un loro parere, ma tutti conclusero
che, se non era morto, morirebbe.
Poi scordarono tutti e passò molto tempo.

Oh da quando ho giocato ai pirati malesi,
quanto tempo è trascorso. E dall’ultima volta
che son sceso a bagnarmi in un punto mortale
e ho inseguito un compagno di giochi su un albero
spaccandone i bei rami e ho rotta la testa
a un rivale e son stato picchiato,
quanta vita è trascorsa. Altri giorni, altri giochi,
altri squassi del sangue dinanzi a rivali
più elusivi: i pensieri ed i sogni.
La città mi ha insegnato infinite paure:
una folla, una strada mi han fatto tremare,
un pensiero talvolta, spiato su un viso.
Sento ancora negli occhi la luce beffarda
dei lampioni a migliaia sul gran scalpiccío.

prendila così

but it's just a crazy game

A chair is still a chair
Even when there's no one sittin' there
But a chair is not a house
And a house is not a home
When there's no one there to hold you tight
And no one there you can kiss goodnight
Woah girl

A room is a still a room
Even when there's nothin' there but gloom
But a room is not a house
And a house is not a home
When the two of us are far apart
And one of us has a broken heart

Now and then I call your name
And suddenly your face appears
But it's just a crazy game
When it ends, it ends in tears

Pretty little darling, have a heart
Don't let one mistake keep us apart
I'm not meant to live alone
Turn this house into a home
When I climb the stairs and turn the key
Oh, please be there
Sayin' that you're still in love with me, yeah

I'm not meant to live alone
Turn this house into a home
I climb the stairs and turn the key
Oh, please be there, still in love
I said, still in love, still in love with me, yeah

Are you gonna be in love with me?
I want you and need you to be, yeah
Still in love with me
Say you're gonna be in love with me
It's drivin' me crazy to think
That my baby couldn't be still in love with me

Are you gonna be? Say you're gonna be
Are you gonna be? Say you're gonna be
Are you gonna be? Say you're gonna be
Well well, well well

Still in love, so in love, still in love with me
Are you gonna be?
Say that you're gonna be
Still in love with me, yeah

With me, oh
Still in love with me, yeah

sabato 11 marzo 2017

avevo la ferma convinzione che la vita, quella vera, 
esistesse in qualche posto lontano, laggiù oltre i tetti. 
Da allora continuo ad inseguirla. Ma essa si nasconde 
ancora da capo dietro altri tetti. 
Alla fine è stato tutto un gioco crudele con me, 
e la vita reale è rimasta lì

Tutto questo, tutto questo ha a che fare
con ciò di cui si dice siamo stati appena vittime:
“l'andarsene”, “il passaggio”.
Ma tutto è succieso accussì ambressa,
accussì ambressa.
Improvviso è l'abbraccio del veloce,
repentino, l'invisibile -
'a poesia -
così strozzante e dolce è il mutamento,
che lo si sente dopo, solo dopo,
“in medias res”, così si dice, come il
sogno che è avvenuto,
si ricorda solo all'alba,
nell'amaro reale del mattino,
quando, svegli e ad occhi chiusi,
dubitanti e chin' 'e fede,
interroghiamo il cuore e le meningi
sul terrore o la felicità che hanno avuto.
Cominciamo a dissolverci, adesso.
Già torniamo.
L'insistenza in una forma non ci è data.
In fondo all'occhio e al cuore
bisogna far colare solo nebbia, e dubbio,
mai certezze, nebbia e dubbio -
'na filigrana nera, coccosa c'assumiglia
alla “posa” dissolvente d'o ccafè.
Dello stato delle cose, nuie sapimme,
che è solo tutta scumma,
sfrangiamento, orlo, bava,
scontornato perimetro gassoso
di un Impero
che, al suo Centro, ha l'Ideale,
non la Carne,
e in cui è una scommessa, un gioco,
la corsa alla Materia,
fra di noi,
l'esplodere dal dentro verso il fuori,
fra di noi,
e “a” voi,
giacchè, fango-sprofondo luminoso,
siete voi, per noi,
'n'abisso opalescente 'e forz 'e gravità,
ovverosia: distanza, distanza,
galassia bullicante al punto giusto
per una tentazione, intermittente,
'e patetico contatto,
galassia bullicante, opaca,
che anela a evaporare,
e, nell'evaporare, dall'umano,
lentamente,
agogna a scomparire.
Nun moro, no
ma neppure campo comm'apprimma
'a vista, 'e mmane, l'uocchie
tutte cose se n'è gghiut'
e pure 'a voce, ancora 'nu poco,e poi
e poi sommergerà pur'essa.
In un poco di curaro.
Eppure...eppure aret'a stu muro
coccosa ancora se annasconne,
ancora vò fa fesso i pubblici poteri,
è na luce opaca
coccosa ca se dà e po' se ne fuje
coccosa ca me tira 'a faccia
na spogna c'assuttiglia.

Ah che nuttata brillante 'e lame, 'e binari
e io ce vache mmiezo
nuttata 'e mura, cancielle, tetti e palazzi
di frammenti lasciati alle spalle
'vulanno
scavalcamenti
nuttata 'e nuvole, 'e cemmenere 'e fabbrica
e io ce vache mmiezo, e cammimo,
passanno'sti 'mmura, 
e so' sultanto scia, soffio ca se move
taglio
na refola 'e viento
sott'sott e mmura

Ah che nottata
e sposami, che fa, scuordate 'e te, amami perfino.





venerdì 24 febbraio 2017

A volte si chiedeva cosa fosse esattamente la volontà, e se dentro di lui non stesse agendo una scelta che, nell'attimo stesso in cui era stata seguita, dirigeva le fila della sua vita fino a renderlo un altro individuo. Si chiedeva, cioè, se la scelta compiuta non lo avesse condotto verso un unico mondo possibile, in confronto al quale tutti gli altri mondi, quelli che aveva sognato e quelli che lo avevano atterrito, scomparivano come nuvole spazzate dal vento. Come fantasmi senza forza.
Quando aveva pensato a cosa sarebbe stata la sua vita, a quale forma si sarebbe piegata ad avere, se mai ne avesse avuta una, aveva sentito qualcosa ribellarsi dentro sé, come per una insopportabile imposizione. Allora aveva avuto un solo desiderio: conservare più a lungo possibile, forse per sempre, la libertà di non avere nessuna forma.

mercoledì 22 febbraio 2017

magalhães

trappist-1/e
un altro pianeta che ruota intorno alla sua stella