lunedì 30 gennaio 2017

rapporto dalla città assediata

Buonanotte Marco spegni il lume
e chiudi il libro. Già alto si leva
l’argenteo allarme delle stelle
il cielo parla con lingua straniera
e il barbaro grido del terrore
che il tuo latino non conosce
è la paura l’eterna oscura paura
ora batte sulla fragile terra

umana. E vincerà. Odi il rombo
è la marea. Distruggerà i tuoi
libri l’inarrestabile fiumana
e del mondo crolleranno i muri
quanto a noi - tremare al vento e
di nuovo smuovere ceneri aria
morder le dita a dir parole vane
trascinarci dietro ombre di morti

perciò Marco sospendi la tua quiete
dammi la mano sopra le tenebre
lascia che essa tremi quando il cieco
universo picchia sui cinque sensi
ci tradiranno universo astronomia
computo di stelle saggezza d’erbe
e la tua grandezza troppo immensa
e il pianto mio impotente, Marco

venerdì 27 gennaio 2017

fuochi nella notte di san giovanni

Parlano piano al sole le ombre stanche di rumorose rabbie e infinite
menzogne
Lunghe di sterminati fili in lunga fila sorde ai tonfi di corpi che
vengono abbattuti
Tra poco arrossa il cielo della sera sospeso tra azzurri spazi gelidi e
lande desolate
Quietami i pensieri e le mani e in questa veglia pacificami il cuore
Così vanno le cose, così devono andare
S'alzano sotto cieli spenti i canti di chi è nato alla terra ora di
volontà focose speranze
E da energie costretto e si muove alla danza
Festa stanotte di misere tribù sparse impotenti, di nuclei solitari che
è raro di vedere insieme ancora
E s'alzano i canti e si muove la danza
Muoiono i preti rinsecchiti e vecchi e muoiono i pastori senza mandrie
Spaventati i guerrieri, persi alla meta i viaggiatori
La saggezza è impazzita, non sa l'intelligenza
La ragione è nel torto, conscia l'ingenuità
Ma non tacciono i canti e si muove la danza
Quietami i pensieri e il canto e in questa veglia pacificami il cuore
Così vanno le cose, così devono andare

mercoledì 25 gennaio 2017

di questa vita menzognera

La città si stava trasformando e nessuno sembrava sorpreso dai cambiamenti. Lei ripeteva sconsolata che ormai anche le facce delle persone si erano trasformate, e che tutto era finito, per sempre. Una sera ci eravamo sfiorati per caso restando allacciati come per proteggerci dai motorini che sgommavano, dalle frasi biascicate nei cellulari, dalle urla.
E un pomeriggio avevamo fatto l'amore in una macchia di alberi scampata alla devastazione dell'Orto Botanico.
Avevo la sensazione che il tempo mi mancasse, che sarei morto da un momento all'altro, e stringendole un polso volevo trascinarla di nuovo lì. "Lasciami, basta!" "Ma perchè?" "Perchè lo fai per disperazione e non mi piace". A volte lei mi prendeva la faccia tra le mani e ci baciavamo a lungo, in piedi contro un portone sopravvissuto o dentro un androne buio, con i denti che si urtavano e stringendoci fino a sentire le ossa che dolevano. Come se continuassimo a parlare anche quando restavamo muti di fronte a quello che accadeva, a un tratto rompevamo il silenzio, costretti a gridare per riuscire a sentirci in mezzo ai motorini, alle ruspe. Le urlavo che la amavo.
Lei allungava il passo e diceva che non avevo imparato a dimenticare.
Ma io sapevo di avere dimenticato anche troppo, e avrei voluto ritornare a prima dei giorni sbadati e inutili, a prima dell'ansia che mi mordeva allo stomaco senza preavviso. Se provavo davvero a ricordare ero afferrato dalla nausea, e mi veniva voglia di picchiare le facce per strada. "Che cosa abbiamo da fare in questo mondo con il nostro amore, la nostra fedeltà". Le parole di Novalis mi ossessionavano, e gliele ripetevo. Lei mi guardava scuotendo la testa, diceva che forse io ero l'unico a capire anche se restavo un idiota. Mi arruffava i capelli spingendomi via e a bassa voce cominciava a canticchiare una canzone, sempre la stessa, come tirandola fuori da un pozzo profondo. Dance me through the panic, dance me very long, dance me to the end of love. 

domenica 22 gennaio 2017

saulo

Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio

Caro Adriano
al telefono dici “va bene, sentiamoci..” e mi resta sempre il sentimento di averti disturbato. Che ci sentiamo un’altra volta, questa volta no! Non so se “ci sentiamo” sia uguale a “come stai?”, una espressione obbligata della forma, a cui bisogna sempre rispondere nello stesso modo.
Vorrei lamentarmi molto, ma non ho appigli e non so dove portare il mio lamento. Bisogna, mi pare di capire, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto. Bisogna sapere che quello che ci aspetta lo abbiamo già avuto e che adesso il naso prende perché il tempo incalza. E smonta i volti, ne riscrivere la trama. Io per esempio a volte ho l' impressione che il tempo cancelli gli zigomi come se questi fossero scritti con la matita, sicchè mi prende la nausea di avere quasi quarant' anni e una faccia da bambina pesta. Destinata a invecchiare in un solo giorno, dopo una decisiva tempesta ormonale (le facce un certo punto si rivestono del carattere dell' opinione che sia ha di se. Credo che lo status serva a questo; a difendersi dallo smascheramento del tempo).
A Vienna ho conosciuto il Dalai Lama. Rispondeva ai giornalisti con molta leggerezza mescolando le parole alle risate. Ha detto che milioni di cinesi crescono senza avere la nozione della spiritualità né del sentimento della religione. Lui può insegnare loro la nonviolenza e questa è l' unica possibilità vera per la Cina e per gli altri che il bene  vinca sul male. Quest' ultima cosa la dico io: per i tibetani non c'è bene e non c'è male.
C'è solo il divenire la trasformazione e la completa partecipazione all' attimo che segue l' attimo.
questo vuol dire essere centrati in se stessi, godere dell' universo, essere un vuoto dove passa ogni cosa.
Dove non c'è paura. E’ una condizione che conosciamo anche noi sebbene non la perseguiamo come permanente nella sua trasformazione. A me accade di provarla quando faccio una cosa qualunque, lavare i piatti o giocare con la bella Mimina, e sono tutta in quella cosa.
Allora, prima che la mente mi mostri me stessa, nell' atto compiuto (quando arriva la mente è già tutto accaduto) io provo un grande benessere e una assoluta mancanza di fatica.
Naturalmente mi accade di essere vuoto anche quando scrivo. Allora è come se la scrittura fosse automatica, come se io non ci fossi. C'è un grande silenzio e le parole vengono da sole. Sono belle perfette: il punto più vicino alla verità che mi è concesso di conoscere. La creazione accade nel vuoto. E questa è la preghiera. Così quando mi sono mescolata alla folla dei fedeli del Dalai Lama e l' ho raggiunto, mi è presa una specie di paralisi e non riuscivo a risolvermi a fare più nulla.
Sono stata spinta verso di lui e mi sono aggrappata alla mano che tendeva. Ho sentito una esplosione di calore al centro del petto e un dolore acre alla gola, come quando si corre molto e viene la fatica del respiro. Sono rimasta alcuni secondi incapace di tirare il fiato, con il sentimento che avrei potuto svenire.
Poi ho aperto i polmoni ed ero felice come quando da piccola tornavo da una processione (ho sempre pensato che le processioni fossero un appuntamento mio personale con i santi la Madonna il Sacro Cuore di Gesù). Quando sono tornata in albergo cercavo su me stessa il segno lasciato dall' energia dell'incontro. C'era, ma tu mi prenderesti in giro.
Ho pensato che fosse giusto apparire sui giornali nascosti interamente da lettere Save Tibet come tibetani che dimostravano all' interno della Conferenza dei Governi.
Una buona azione viene sempre premiata. Era d'accordo anche Calvino: il premio del bene è il bene compiuto. Queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi. Come dice Sergio, sono una razzista dell'intelligenza. Secondo me sono una ragazza della via Pal.
Allora “ci sentiamo”…

Mariateresa
estate '94

ostiense

ma il quartiere che mi piace di più è la Garbatella, e me ne vado in giro per i lotti popolari

martedì 17 gennaio 2017

san giovanni

Nuje ce simmo visti pè na vota sola
nun ce simmo ditte manco 'na parola
però 'o munno era già fernuto
e nuje stevemo già
tutt'e dduje 'ncoppo 'a na stella scanusciuta

Avimmo accuminciato tutta n'ata vita
senza cchiù 'e bbucie d''a gente
ca sape sulo parlà

forze je songo l'urdemo che ddice ancora
je voglio 'a te
oggi ammore dure niente o poc' 'e cchiù
però quanno stammo 'nzieme 'o ssaccio chesta è a verità
nuje simmo 'e n'ata manera e durarrà

sarraje pè mme na casa ca
'e mmura affonna' int''o turreno
e sempe sta
diritta annanz' a chello ca ogni juorno
ca passa a vita te dà

Passa 'o tiempo e tutt'e juorne da 'a raggione
a chi c'ha creduto a chi ce crede ancora
ca nisciuno è sulo e sulo sempre no nun se pò stà
'mmiezo a chistu mare futo e senza sole
je t'aggio cercato dint'a 'n'emozione
e tu n'ommo vivo n'ata vota m'e fatto turnà
forze je songo l'urdemo che ddice ancora
je voglio 'a te
oggi ammore dure niente o poc' 'e cchiù
però quanno stammo 'nzieme 'o ssaccio chesta è a verità
nuje simmo 'e n'ata manera e durarrà

sarraje pè mme na casa ca
'e mmura affonna' int''o turreno
e sempe sta
diritta annanz' a chello ca ogni juorno
ca passa a vita te dà
chesto tu sij e sarraje pe 'mme
cchiù e qualunque cosa ca uno pò vulè
comme 'na preta tu si ggià
ca 'a nu colpo 'e viento nun se fa purtà

sabato 14 gennaio 2017

沈黙

Roma 22 aprile 2016

Caro Papa Francesco,
Ti scrivo dalla mia stanza all’ultimo piano – vicino al cielo – per dirti che in realtà ti stavo vicino a Lesbo quando abbracciavi la carne martoriata di quelle donne, di quei bambini, e di quegli uomini che nessuno vuole accogliere in Europa.
Questo è il Vangelo che io amo e che voglio continuare a vivere accanto agli ultimi, quelli che tutti scartano.
Questa passione è il verbo dello “Spirito” che muove il mondo. Lo vedo dalla mia piccola finestra con le piante impazzite che si muovono a questo vento e gabbiani che lo accompagnano.
In questo tempo non posso più uscire, ma ti sto accanto in tutte le uscite che fai tu.
Un pensiero fisso mi accompagna ancora oggi: “spes contra spem”.
Caro Papa Francisco, sono più avanti di te negli anni, ma credo che anche tu ti trovi a dover vivere “spes contra spem”.

TI VOGLIO BENE DAVVERO
TUO MARCO

PS Ho preso in mano la croce che portava Romero, e non riesco a staccarmene.

martedì 10 gennaio 2017

siamo complici io e te

Celsius

ottaviano

la ville change
mais rien dans ma mélancolie n'a bougè












l'avversario

Sì. Detta così l'ispirazione:
la mia libera fantasia s'appiglia
sempre a quei luoghi dov'è umiliazione,
dov'è sporcizia e tenebra e indigenza.
Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, -
di là si scorge meglio un altro mondo...
Hai mai visto i bambini a Parigi
o sul ponte i poveri d'inverno?
Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
sul fittissimo orrore della vita,
prima che un grande nubifragio spazzi
tutto quello che c'è nella tua patria, -
lascia maturare il giusto sdegno,
prepara al lavoro le braccia...
E se non puoi, fa sì che in te si accumuli
e divampi il fastidio e la mestizia...
Ma di questa vita menzognera
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in dispregio questo mondo,
e, anche se tu non veda l'avvenire,
dì no alle cose del presente

promuovi lo sviluppo di una città
sollevati al di sopra della sua polvere
assumi un ufficio
e simula
per evitare di essere scoperto
mantieni le promesse
davanti a uno specchio cieco, nell'aria
davanti a una porta chiusa, nel vento

venerdì 6 gennaio 2017

piedad

Per la prima volta andai fuori da Napoli, fuori dalla Campania. Scoprii che avevo paura di tutto: paura di sbagliare treno, paura di dover pisciare e non sapere dove farlo, paura che si facesse notte e non riuscissi a orientarmi in una città sconosciuta, paura di essere derubata. Misi tutti i miei soldi nel reggipetto, come faceva mia madre, e passai ore in un’ansia guardinga che convisse senza soluzione di continuità con un senso crescente di liberazione. Tutto andò per il meglio. Tranne l’esame, mi parve. La professoressa dai capelli turchini mi aveva taciuto che sarebbe stato molto più difficile di quello di maturità. Il latino, soprattutto, mi sembrò complicatissimo, ma quello in realtà fu solo il picco più alto: ogni prova diventò occasione per un’indagine cavillosissima sulle mie competenze. Sproloquiai, balbettai, finsi spesso di avere la risposta sulla punta della lingua. Il professore di italiano mi trattò come se anche il suono della mia voce lo infastidisse: lei, signorina, più che scrivere argomentando, scrive sfarfallando; vedo, signorina, che si butta con spericolatezza su questioni di cui ignora del tutto i problemi di impostazione critica. Mi depressi, persi presto fiducia in ciò che dicevo. Il professore se ne accorse e, guardandomi con ironia, mi chiese di parlargli di qualcosa che avevo letto di recente. Intendeva qualcosa di un autore italiano, immagino, ma io non capii e mi aggrappai al primo appiglio che mi sembrò sicuro, vale a dire ai discorsi che avevamo fatto l’estate precedente, a Ischia, sulla spiaggia di Citara, a proposito di Beckett e di Dan Rooney che, pur essendo cieco, voleva diventare anche sordo e muto. L’espressione ironica del professore si mutò pian piano in una smorfia perplessa. M’interruppe presto e mi consegnò al professore di storia. Questi non fu da meno. Mi sottopose a un elenco infinito ed estenuante di domande formulate con estrema precisione. Fino a quel momento non mi ero mai sentita così ignorante, nemmeno negli anni scolastici peggiori, quelli in cui avevo dato pessima prova di me. Seppi rispondere a tutto, date, fatti, ma sempre in modo approssimativo. Appena lui m’incalzava con domande ancora più stringenti, io cedevo. Alla fine mi chiese disgustato: «Ha mai letto qualcosa che non sia il puro e semplice manuale scolastico?». Risposi: «Ho studiato l’idea di nazione». «Si ricorda l’autore del libro?». «Federico Chabod». «Sentiamo cosa ha capito». Mi ascoltò con attenzione per qualche minuto, poi bruscamente mi congedò lasciandomi la certezza di aver detto sciocchezze. Piansi molto, come se avessi perso da qualche parte, per sbadataggine, la parte più promettente di me. Poi mi dissi che disperarmi era stupido, sapevo da sempre di non essere veramente brava. Lila sì che era brava, Nino sì che era bravo. Io ero solo presuntuosa e giustamente ero stata punita. Invece appresi che avevo superato l’esame. Avrei avuto un posto mio, un letto che non dovevo fare la sera e disfare la mattina, una scrivania e tutti i libri che mi servivano. Io, Elena Greco, la figlia dell’usciere, a diciannove anni stavo per tirarmi fuori dal rione, stavo per lasciare Napoli. Da sola.

regionale 2383

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire la parola d’un poeta o il mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

black star

Cheena so sound, so titi up this malchick, say
Party up moodge, nanti vellocet round on Tuesday
Real bad dizzy snatch making all the omies mad – Thursday
Popo blind to the polly in the hole by Friday

Where the fuck did Monday go?
I’m cold to this pig and pug show
I’m sittin’ in the chestnut tree
Who the fuck’s gonna mess with me?

You viddy at the cheena
Choodesny with the red rot
Libbilubbing litso-fitso
Devotchka watch her garbles
Spatchko at the rozz-shop
Split a ded from his deng deng
Viddy viddy at the cheena

Girl loves me
(Hey cheena)
Girl loves me

Where the fuck did Monday go

smarginatura

Il 31 dicembre del 1958 Lila ebbe il suo primo episodio di smarginatura. Il temine non è mio, lo ha sempre utilizzato lei forzando il significato comune della parola. Diceva che in quelle occasioni si dissolvevano all’improvviso i margini delle persone e delle cose. Quando quella notte, in cima al terrazzo dove stavamo festeggiando l’arrivo del 1959, fu investita bruscamente da una sensazione di quel tipo, si spaventò e si tenne la cosa per sé, ancora incapace di nominarla. Solo anni dopo, una sera del novembre 1980 – avevamo entrambe trentasei anni –, mi raccontò minutamente cosa le era accaduto in quella circostanza, cosa ancora le accadeva, e ricorse per la prima volta a quel vocabolo. Eravamo all’aperto, in cima a una delle palazzine del rione. Sebbene facesse molto freddo avevamo messo abiti leggeri e scollati per sembrare belle. Guardavamo i maschi, che erano allegri, aggressivi, figure nere travolte dalla festa, dal cibo, dallo spumante. Accendevano le micce dei fuochi d’artificio per festeggiare l’anno nuovo, ma all’improvviso – mi disse –, malgrado il freddo aveva cominciato a coprirsi di sudore. Le era sembrato che tutti gridassero troppo e che si muovessero troppo velocemente. Questa sensazione si era accompagnata a una nausea e lei aveva avuto l’impressione che qualcosa di assolutamente materiale, presente intorno a lei e intorno a tutti e a tutto da sempre, ma senza che si riuscisse a percepirlo, stesse spezzando i contorni di persone e cose rivelandosi. Il cuore le si era messo a battere in modo incontrollato. Aveva cominciato a provare orrore per le urla che uscivano dalle gole di tutti quelli che si muovevano per il terrazzo tra i fumi, tra gli scoppi, come se la loro sonorità obbedisse a leggi nuove e sconosciute. Le era montata la nausea, il dialetto aveva perso ogni consuetudine, le era diventato insopportabile il modo secondo cui le nostre gole umide bagnavano le parole nel liquido della saliva. Un senso di repulsione aveva investito tutti i corpi in movimento, la loro struttura ossea, la frenesia che li scuoteva. Come siamo mal formati, aveva pensato, come siamo insufficienti.  Il tumulto del cuore l’aveva sopraffatta, si era sentita soffocare. Troppo fumo, troppo malodore, troppo lampeggiare di fuochi nel cielo.

venerdì 30 dicembre 2016

un vuoto dove passa ogni cosa



.


Natale 1993
Ruppemi l’alto sonno nella testa
Un lieve suono udì e mi riscossi
Lasciando il torpore del caldo letto
L’occhio riposato intorno mossi
Dritto levato e fisso mi guardai
Per capir la cagion del mio risveglio
Vero è che in su la branda mi trovai
Nella stanza dal sole illuminata
Dormito tanto avea dovuto
Che la mente un po mi dolea
Come s’io fossi nato in quel momento
Poi che alzato mi fui ripensai un poco a dove stavo
E che un altro anno era passato
La mia mente viaggiava per i giorni
Che vissuti avea con tutti voi
Agli errori fatti alle prese decisioni
Ai dispiaceri e gioie che ho passato in sedici anni
Che è quanto ho vissuto
Aperta poi che ebbi la porta della mia stanza
Vi ritrovai nella casa sparsi
Già tutti svegli ed operosi
Dai muri della casa uscì un calore
E le vostre parole potei udire
Fermo in su la porta io restai
A respirar quell’aria in festa
Che sapea di pace e di dolcezza
auguri
carlo

rifermarmi

E dopo questo, cos'è mai il perdono?
Sì, la storia ci dà troppo tardi
ciò in cui più non crediamo
o se crediamo ancora
soltanto nel ricordo
come passioni riconsiderate...
...Ciò che è pensato può
essere dispensato...
Penso che né paura né coraggio
ci salvino,
i vizi innaturali hanno per padre
il nostro
stesso
eroismo.
Le virtù... Le virtù ci sono imposte
dai nostri osceni crimini...
Perch'io non spero più di ritornare
perch'io non spero
perch'io non spero più di ritornare
perchè dovrei rimpiangere
l'abusata potenza del mio regno?
E prego di poter dimenticare
queste cose che troppo
discuto con me stesso e troppo spiego
poiché non spero più di ritornare...

'a casa mì


stazione di Campiglia Marittima/febbraio duemilatredici /elezioni politiche /aspettando un intercity /ritardi/centoventi minuti/ parliamo tra ragazzi/ si fuma sul binario /ci riconosciamo /siamo tutti del sud/ torniamo/ il voto è una scusa/ parliamo di politica/ tu che voti/ io che voto/ tu ci credi/ io ci penso/ tu ci speri/ io ci spero/ tutti/ tutti ne parliamo/ il movimento a cinque stelle/ forse ci assomiglia/ qualcosa/ qualcosa di nuovo puo accadere/ ci speri/ siamo sempre di più a parlarne/ ci raccontiamo la vita/ ci raccontiamo più che ad un amico/ il treno/ finalmente/ non ci importa dei posti/ troviamo una carrozza vuota/ sediamoci tutti vicini/ continuiamo a parlare/ insieme fino a napoli/ aspettiamo le elezioni /qualcosa puo cambiare/ per noi/ per te/ tu ci credi/ io ci penso/ scendi pure tu a napoli/ scendiamo tutti a napoli /ci rivedremo forse/ 590 /571 /592 /5431 se fai un cambio /come ci si innamora/ trecento chilometri di distanza/ come faccio/ tu come fai /il lavoro /il lavoro/ i parenti vivono fuori /sono finito sotto /pure tu /occhi conosciuti /somigli a mio fratello/ pure lui genova napoli/ andata e ritorno/ un intercity /sempre in ritardo /vuoi un sorso di birra/ pensieri sui blocchetti/ passano le ore/ tu ci speri /io ci penso /fumiamo tra i vagoni.
Stazione di Campiglia Marittima /quattro anni dopo /un messaggio da mio fratello/ hanno deciso il nuovo governo/ il potere senza maschera /vecchio potere/ potere vecchio /come chi sceglie di appassire/ oggi /aspettando un treno/ ancora in ritardo/ ci guardiamo/ non si parla di politica/ non ti fidi più di nessuno /non ci credi/ io ci penso/ non ci credo/ parliamo un po/ somigli a mio fratello/ ora aspetta un figlio/ il lavoro /forse mi rinnovano il lavoro/ come ti trovi fuori/ questo vento taglia la faccia/ il treno/ finalmente/ cambiamo posto/ facciamoci compagnia/ tu dove scendi/ parliamo ancora/ piove/ come è bella Capalbio/ prendi sempre lo stesso treno/ non ci siamo mai visti/ ci riconosciamo/ vuoi un po di pane/ forse c'eri anche quattro anni fa/ il giorno delle elezioni/tu ci speravi/ io non sapevo che pensare /tornando dall'ultimo saluto a mio nonno /sette ore di treni/ coincidenze in ritardo/ per correre da lui/ l'ultima barba/ la famiglia/ di nuovo tutti insieme/ perché non sempre/ ora c'è un po di sole/ ma chi è questo nuovo presidente/ il lavoro/ forse mi rinnovano il lavoro/dormiamo qualche minuto/ ci vorrà ancora un po/ non ci aiuterà nessuno/ ci pensi/ ci penso /somigli a mio fratello/ chiudi gli occhi/ ci vorrà ancora un po/ come è bella gaeta

no one's ever really ready

Scenn'a quota,
saglie 'o vuoto 
tuorn e nun saje si truove 'o bbuono 
mentre vuol', l'ansia nguollo
finalmente tuocc'o suolo

from my chilhood a man fell

e quanti frat' cu'e frat' scumpars'
'e vetr' rutt' e 'o sanghe spars' fann' brutt' ppe nuje
ma no ppe chi se spart' 'e part' e tutt'a vita fuje
pensanno a comm', cercanno arint' nun truov' l'omm

domenica 18 dicembre 2016

nomentano fuori le mura


















e non sono mai mai stato così lucido come adesso
adesso che non posso fare altro
che camminare passo dopo passo senza vie di mezzo
ad alta voce
con un sorriso dentro
e ora vado
per non tornare nel villaggio a mani vuote

sabato 3 dicembre 2016

storia del nuovo cognome

Arrivò il 12 marzo, una giornata mite, già primaverile. Lila volle che andassi presto nella sua vecchia casa, che l’aiutassi a lavarsi, a pettinarsi, a vestirsi. Mandò via la madre, restammo sole. Si sedette sul bordo del letto in mutande e reggiseno. Accanto aveva l’abito da sposa, che pareva il corpo di una morta; davanti, sul pavimento a esagoni, c’era la conca di rame ricolma d’acqua fumante.
«Qualsiasi cosa succeda, tu continua a studiare». «Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito». «No, non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre». Feci un risolino nervoso, poi dissi: «Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono». «Non per te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e femmine». Si alzò, si tolse mutande e reggiseno, disse: «Dài, aiutami, che sennò faccio tardi». Non l’avevo mai vista nuda, mi vergognai. Oggi posso dire che fu la vergogna di poggiare con piacere lo sguardo sul suo corpo, di essere la testimone coinvolta della sua bellezza di sedicenne poche ore prima che Stefano la toccasse. La lavai con gesti lenti e accurati, prima lasciandola accoccolata nel recipiente, poi chiedendole di alzarsi in piedi, e ho ancora nelle orecchie il rumore dell’acqua che sgocciola, e m’è rimasta l’impressione che il rame della conca fosse di una consistenza non diversa da quella della carne di Lila, che era liscia, soda, calma. Ebbi sentimenti e pensieri confusi: abbracciarla, piangere con lei, baciarla, tirarle i capelli, ridere, fingere competenze sessuali e istruirla con voce dotta, distanziarla con le parole proprio nel momento di massima vicinanza. Ma alla fine rimase solo il pensiero ostile che la stavo mondando dai capelli alle piante dei piedi, di buon mattino, solo perché Stefano la sporcasse nel corso della notte. 
L’aiutai ad asciugarsi, a vestirsi, a indossare l’abito da sposa che io – io, pensai con un misto di fierezza e sofferenza – avevo scelto per lei. La stoffa diventò viva, sul suo candore corse il calore di Lila, il rosso della bocca, gli occhi scurissimi e duri. Alla fine si infilò le scarpe da lei stessa disegnate. «Sono brutte» disse. «Non è vero». Rise in modo nervoso. «Ma sì, guarda: i sogni della testa sono finiti sotto i piedi». Si girò con un’espressione improvvisa di spavento: «Cosa mi sta per succedere, Lenù?»

mercoledì 30 novembre 2016

sul ponte Trovajoli

Anna


la luna, un solleone

Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
e ascolta ad occhi chiusi
questa è la mia canzone.
Prego raccogli l'amore, ti prego
per un sorriso, se vuoi, te la cedo
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
ed anche a occhi chiusi
se tu mi vuoi bene saprò.
Sì, sì, lo so, non è un granchè
la canzone che ti voglio regalare
ma è stata lei che ha scelto me
nell'istante che ti stavo a guardar
come un vento che prima non c'è
d'improvviso l'ho sentita arrivar
nel momento che sorridevi a me
forse un disco s'è messo a suonar.
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue

domenica 27 novembre 2016

tuscolana

io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
o guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più

una menos

'e ssentevo quanno ero figliola, 'o cchiammavano ammore
chellu fuoco ca te nasce mpietto e ca maje se ne more
'e ccumpagne parlavano zitto 'e na cosa scurnosa
ca na femmena 'a fa sulamente 'o mumento ca sposa

e pure si sposa nun songo stata maje
saccio comme volle 'o sanghe e 'o core sbatte forte assaje
quanno 'a voce d'a passione chiamma a te
quanno zitto int' 'a na recchia tu te siente 'e murmulià

nun te scurda' pecchè sta vita se ne va
nun te scurda', maje 'e te
nun t' 'o scurda' pecchè si no che campe a fa'
nun te scurda' 'e te maje

e tanto 'e llammore ca 'a sciorta m'a miso int' 'e mmane
ca 'o vvengo e 'a ggente pe' chesto me chiamma puttana
nun'aggio maje saputo sta' carcerata int' 'a casa
e n'omm ca capeva chest'nun l'aggio mai truat'

a chi me schifa dico vuo' vede'
ca 'o cuorpo tu t' 'o vinne comme a me
nun me suppuorte e chest' 'o ssaccio già
i' songo 'o specchio addò nun te vulisse maje guarda'

mamma, puttana o brutta copia 'e n'ommo
chest'è na femmena int' 'a chesta parte 'e munno
ca quanno nasce a cchesto è destinata
e si 'a cummanna 'o core d' 'a ggente è cundannata.

mamma, puttana o brutta copia 'e n'ommo
avesse voluto 'e cchiù int' 'a chesta parte 'e munno
apprezzata no p' 'e mascule sgravate no p' 'e chisto
cuorpo bello no p' 'e mazzate che aggio dato
sulamente pecchè femmena so' stata
e nu catenaccio 'o core nun me l'aggio maje nzerrato
sulamente pecchè femmena so' stata
sulamente femmena...

ora so anche il tuo nome

occhi conosciuti


martedì 22 novembre 2016

cancellare le tracce

meno male
che non c'è più il letto matrimoniale
meglio l'accampamento
ho sempre detestato
i letti matrimoniali
non ho mai avuto
un letto matrimoniale
solo divani
complessi infantili
compromessi con l'arredamento
ho condotto una vita disordinata
ma ho sempre tenuto i miei panni ordinati
ma ho sempre detestato i vestiti
non ho mai avuto veri vestiti
ho solo accostato capi casuali
complessi adolescenziali
compromessi con l'abbigliamento
non sto a mio agio
in un letto matrimoniale
non sto a mio agio
nei vestiti
non sto a mio agio nel mondo
se stessi a mio agio
in un letto matrimoniale
e a mio agio
nei vestiti
starei a mio agio nel mondo
oppure
se stessi a mio agio nel mondo
starei a mio agio
in un letto matrimoniale
a mio agio
nei vestiti
ma perchè devo stare a mio agio
perchè bisogna stare a proprio agio
vino e psicoanalisi
vino
Nì se n'è andata
di nuovo una casa
che sembra un teatro vuoto
non c'è più nessuna parte da recitare
Sono passati i giorni. Ho guardato nella posta elettronica, in quella cartacea, ma senza speranza. Io ho scritto spessissimo a lei, lei non mi ha quasi mai risposto: questa è stata sempre la consuetudine. Preferiva il telefono o le lunghe notti di chiacchiere quando andavo a Napoli. Ho aperto i miei cassetti, le scatole di metallo dove conservo cose di ogni genere. Poche. Ho buttato via tanta roba, in particolare ciò che la riguardava, e lei lo sa. Ho scoperto che non ho niente di suo, non un’immagine, non un biglietto, non un regalino. Mi sono sorpresa io stessa. Possibile che in tutti questi anni non mi abbia lasciato niente di sé, o, peggio, io non abbia voluto conservare alcunché di lei? Possibile.

Rino è andato in camera sua e si è reso conto che non c’era niente, nemmeno uno dei vestiti di sua madre, né estivi né invernali, solo vecchie grucce. L’ho mandato in giro a frugare per casa. Sparite le scarpe. Spariti i pochi libri. Sparite tutte le foto. Spariti i filmini. Sparito il suo computer, anche i vecchi dischetti che si usavano una volta, tutto, ogni cosa della sua esperienza di strega elettronica che aveva cominciato a destreggiarsi coi calcolatori già sul finire degli anni Sessanta, all’epoca delle schede perforate.  S’è tagliata via da tutte le foto. È sparita persino la scatola con i documenti: che so, vecchi certificati di nascita, contratti telefonici, ricevute di bollette. Lila come al solito vuole esagerare, ho pensato. Stava dilatando a dismisura il concetto di traccia. Voleva non solo sparire lei, adesso, a sessantasei anni, ma anche cancellare tutta la vita che si era lasciata alle spalle. Mi sono sentita molto arrabbiata. Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia

subaugusta lato sinistro

A Roma ho visto che il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c'è chi metta mano. Nessuno usa le navi da carico brunite dalla ruggine, nemmeno le barche. Arbusti ed erba alta sono infangati, e sulle balaustre solitarie dormono immobili gli operai nella calura di mezzogiorno. Fino ad ora non si è mai girato nessuno. Nessuno è mai caduto giù. Dormono dove i platani dispiegano loro un'ombra, e si calcano il cielo sulla testa. Bella è però l'acqua del fiume, verde argilla o biondo – a seconda di come la luce lo irradia. Bisogna camminare lungo il Tevere e non guardarlo dai ponti, pensati come strade che portano all'isola. La Tiberina è abitata dai Noantri – noi altri. È da intendere così, che essa, isola dei malati e dei morti fin dall'antichità, vuole essere abitata anche da noi altri, percorsa anche da noi, perché è a sua volta una nave e naviga molto lentamente nell'acqua con tutti i carichi, in un fiume che non la sente un peso.
A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimensioni e tuttavia è troppo grande. Si dice che Dio abbia voluto che la sua chiesa sorgesse sulla pietra e fosse solida. Ora si leva sopra la tomba del suo santo, che stanno riportando alla luce. Così è il santo stesso a metterla in pericolo e a indebolirla. Ciononostante le grandi solennità si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l'oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca. Sono ancora i poveri, nella loro avvedutezza, a preoccuparsi che la chiesa non crolli, e colui che l'ha fondata ormai fa conto sul passo degli angeli.
A Roma ho visto che molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque. Sulle terrazze i mastelli con gli oleandri marciscono cedendo ai fiori bianchi e rossi; i quali vorrebbero volare via, giacché non riescono a tener testa all'odore di sporcizia e decomposizione che rende il passato più vivo dei monumenti.
A Roma ho
quer pasticciaccio brutto di via Merulana
human resources
tre mesi che me svejo e che t'aspetto

our house is not a home


E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
ricordati Luca ca 'o paese nostro è 'o paese dell'ulivo, do malu de luna, 'o paese degli arcobaleni
ti ricordi Vincè, ti ricordi 'o capomastro quando cumincia a costruì na casa
getta una pietra sull'ombra della prima persona ca se trova a passà
perchè ci vuole lu sacrificio perchè la casa venga su solida

julia

salita Paradiso

ilaria

an immersive nostalgia therapy
le tue pagine ingiallite degli uomini vuoti di Eliot

torre argentina

Me sa mill'anni che se facci notte
p'annà da solo via da questa parte
p'annà 
da solo 
via 
da questa parte
m'è vienuta 
la smania 
de la morte

Tu sei un rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra a ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti.

via settembrini


gli uomini di questa città io non li conosco


La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza


giovedì 17 settembre 2015

tutto ricordare, tutto dimenticare
che fai?
è per ricordo, ne prendo sempre alla fine di ogni viaggio
perchè i sassi?
sono belli, una rosa del deserto, un ossidiana di lipari
anche sassi qualsiasi?
si, anche sassi qualsiasi
leo mi porti con te in lapponia?
certo
almeno là non c'è nulla che ci assomigli
dieci anni di ultime corse

Moro, suerte

/ e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati / e gli uomini avvolti nei loro mantelli / addormentati all'ombra sugli scalini / e le grandi ruote dei carri dei tori / e il vecchio castello vecchio di mill'anni / sì e quei bei Mori tutti in bianco / e turbanti come re / che ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe / e Ronda con le vecchie finestre delle posadas / fulgidi occhi celava l'inferriata / perché il suo amante baciasse le sbarre / e le gargotte  mezzo aperte la notte / e le nacchere / e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras /  il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada / e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo / Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell'Alameda / sì e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov'ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / sì  / e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be' lui ne vale un altro / e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora / sì allora mi chiese se io volevo / sì dire di sì / mio fior di montagna / e per prima cosa gli misi le braccia intorno / sì e me lo tirai addosso / in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato / sì e il suo cuore batteva come impazzito / e sì  dissi  / sì voglio / sì.