domenica 29 marzo 2015

da soli è una ressa

le nuvole

martedì 17 marzo 2015


Questo è vero effettivamente a lavoro vado d'accordo con tutti
però oggi che giornata, mamma mia che giornata non sto in piedi
finalmente la poltrona
poverini li buttano nei canili e poi se ne sbattono i coglioni
se avessi un po' di spazio ma con 35 metri quadri?
chissà Mariella se sta guardando
lei ha un sacco di spazio le farebbe pure bene
ma quel cretino di mio cognato
che cosa ci sta a fare ancora insieme?
secondo me è sincero
anche se mi sembra assurdo che vadano lì
e si innamorino davvero
ma a quell'età è normale
innamorarsi stare assieme dimostrarlo al mondo
è normale
e poi lei è bella, ah se è bella! È alta... magra.
ma cambieranno pure loro cresceranno pure loro
io per esempio io sto benissimo da solo
non ho obblighi non ho condizionamenti
da solo, senza moglie e senza figli
io sto benissimo
e certo che piange poveraccia
perdere il papà a tredici anni è un brutto colpo per tutti
babbo era un brav'uomo
ogni tanto beveva allungava le mani
no no no no caro mio, oggi sei un po' confuso
si, è così, è sicuramente così
ci voleva bene
tremila euro tremila euro un sistema d'allarme con il telecomando
con tutto quello che sta succedendo
uno non è più sicuro neanche quando va a fare la spesa
ah perché non siamo mica noi i pazzi
sono loro, sono loro
ma cosa fanno questi? come vivono questi?
sanno solo fare figli, disgrazie e figli, schifezze e figli
ah, non siamo mica noi i pazzi
sono loro che devono starsene a casa come faccio io
così si risolve
ah beh, certo, magari anche io faccio schifo
ma qui dentro dentro casa mia
nessuno mi vede non ho mai fatto male a una mosca
non si è mai lamentato nessuno
i miei vicini sanno a malapena che esisto!
si è vecchio trito e ritrito ma mi ha sempre divertito
io cadrei subito con questa pancia.
e invece loro ma tu guarda loro non cadono mai
tò, ma quella è la mutanda.
secondo me oggi vince la squadra delle bionde
oh, finalmente il momento musicale
con l'orchestra dal vivo e il medley latinoamericano
quant'è bello questo ritmo
che ricordi questa melodia
la fischiettava sempre zio Giovanni alle vendemmie
è passata una vita
ma quant'è bella
mi vien voglia di ballare anche da solo
di muovermi e di sudare
ma guarda il pubblico
tutti quanti in piedi a battere le mani e cantare
cantano tutti ballano tutti ridono tutti
lo psicologo le vallette il meteorologo il giornalista i calciatori il consigliere comunale
ballano tutti cantano tutti si passano il microfono da mano in mano
e poi il trenino, oh il trenino
come a capodanno no?
l'anno scorso a mezzanotte già dormivo!
gira il trenino
ordinato sempre in tondo
neanche un passo fuori posto
scende il pubblico dalla gradinate
e si unisce alla carovana
l'orchestrina incalzante
ora attacca con la macarena
mani avanti mani indietro
sulla testa sopra i fianchi
scrollatina e balzo avanti
quanti sono sono cento
le telecamere non si lasciano sfuggire un movimento
e salutano chi sta a casa i parenti i colleghi i conoscenti
chissà come son contenti ed invidiosi
dieci giri venti giri dello studio in fila indiana
ordinati e rumorosi
educati e a culo fuori come vacche come buoi
ora imboccano i corridoi
gialli al neon e deserti
li immaginavo un po' diversi
filano dritti precisi coordinati
neanche un passo fuori tempo
mani avanti mani indietro
si spalancano i cancelli
attraversano il cortile
vanno fuori è quasi sera
sulla testa sopra i fianchi
ordinati in fila indiana abbandonano gli studi
scrollatina e balzo avanti
educati e rumorosi
ora sfilano davanti al Colosseo
mani avanti mani indietro
oltre il Pincio e il Quirinale
sulla testa sopra i fianchi
sono qui alla Garbatella
sono qui nel mio quartiere
quello è Luca il macellaio
ma cosa fa? si è chiuso dentro!
scrollatina e balzo avanti
la parrocchia di don Mario
il campetto l'oratorio
mani avanti mani indietro
come mai non c'è nessuno in piazza Biffi?
mi ricordo i pomeriggi
e gli scherzi a Pompolini
non lo vedo da trent'anni
sulla testa sopra i fianchi
il ginnasio in Via dei Servi
che bei tempi
lì vicino c'abitava Paolo Neri il secchione
s'è sposato la cugina
hanno messo pure al mondo dei figli
ma cosa potevano fare due così?
scrollatina e balzo avanti
stanno entrando in Via Manzoni
sono sempre più vicini
mani avanti mani indietro
dove sono tutti quanti
è tutto chiuso non c'è un cane
sono solo a venti metri
dieci metri cinque metri
il 39 il mio portone
lo riconosco è il mio portone
sono sotto casa mia
cosa faccio? vado anch'io?
cosa devo fare? devo scendere? devo andare?
no è partito il televoto
oggi voto oggi scelgo oggi partecipo
oggi decido io
chiudo tutto non me ne perdo neanche un minuto
oggi partecipo devo partecipare
lo diceva anche una canzone no?
lo diceva anche una canzone
la libertà è partecipazione
la libertà è partecipazione
la libertà è partecipazione
la libertà è partecipazione
cercando il proprio posto nel mondo


Vai vai
tanto non è l'amore che va via
Vai vai
l'amore resta sveglio
anche se è tardi e piove
ma vai tu vai
rimangono candele e vino e lampi
sulla strada per Destino

Vai vai
conosco queste sere senza te
lo so, lo sai
il silenzio fa il rumore
de tuoi passi andati
ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d'amore
e il gusto amaro del mattino

Ma
non è l'amore che va via
il tempo sì
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te...
soltanto un sonno di quiete domani...

Ma vai, tu vai
conosco le mie lettere d'amore
e il gusto amaro del mattino

lo so lo sai
immaginare come un cieco
e poi inciampare
in due parole
a che serve poi parlare
per spiegare e intanto, intanto noi
corriamo sopra un filo, una stagione,
un'inquietudine sottile.

Ma,
non è l'amore che va via
il tempo sì,
ci ruba e poi ci asciuga il cuor
sorridimi ancor
non ho più niente da aspettar
soltanto il petto da uccello di te...
soltanto un sonno di quiete domani...
una via di speranza insieme a te

write or die


Telefonami tra vent'anni
io adesso non so cosa dirti
amore non so risponderti
e non ho voglia di capirti
Invece pensami tra vent'anni pensami
io con la barba più bianca
e una valigia in mano
con la bici da corsa
e gli occhiali da sole
fermo in qualsiasi posto del mondo
chi sa dove
tra miliardi miliardi di persone
a bocca aperta senza parole
nel vedere una mongolfiera
che si alza piano piano
e cancella dalla memoria
tutto quanto il passato
anche linee della mano
mentre dall'alto un suono
come un suono prolungato
il pensiero che è appena nato
si avvicina e scende giù
ah io sarei uno stronzo
quello che guarda troppo la televisione !
beh qualche volta lo sono stato
importante è avere in mano la situazione
non ti preoccupare
di tempo per cambiare ce n'è
così ripensami tra vent'anni ripensami
vestito da torero
una torta in mano
l'orecchio puntato verso il cielo
verso quel suono lontano lontano
ma ecco che si avvicina
con un salto siamo nel duemila
alle porte dell'universo
importante è non arrivarci in fila
ma tutti quanti in modo diverso
ognuno con i suoi mezzi
magari arrivando a pezzi
su una vecchia bicicletta da corsa
con gli occhiali da sole
il cuore nella borsa
impara il numero a memoria
poi riscrivilo sulla pelle
se telefoni tra vent'anni
butta i numeri fra le stelle
alle porte dell'universo
un telefono suona ogni sera
sotto un cielo di tutte le stelle
di un'inquietante primavera

lunedì 23 febbraio 2015

chasms inner


sabato 7 febbraio 2015


giovedì 5 febbraio 2015

Piazza del Gesù


 di Stelvio Di Spigno
In ricordo di Filippo Viola (1980-2005)
www.leparoleelecose.it
Tutto comincia con un sogno. Non potrebbe essere diversamente. Siamo nella grande spianata della Piana di Montevergine, una vasta estensione di verde sopra la testa del Santuario della Madonna omonima, che mia madre scelse per la sua devozione al momento di battezzarmi. Visto che Stelvio è negletto dai calendari, il nome sarebbe stato Stelvio Bruno, in onore della Madonna Bruna di Montevergine, appunto. Per questo festeggio l’onomastico ogni anno il primo settembre, quando il santuario si riempie di pellegrini da tutto il sud Italia venuti per la festa annuale della Madonna Bruna. Il sogno è questo: la spianata è inondata dal sole, è una giornata di primavera, ma di una primavera all’antica, con l’odore del muschio, dell’erba, dei fiori. Di erba soprattutto. Sulla Piana ci sono le canne, l’erba è alta, a volte arriva fino al torace, a volte non ci si vede per niente. In lontananza si vedono dei ragazzi che giocano a pallavolo, fanno movimenti rapidi, sembrano felici. Ne noto uno soprattutto, sorridente: è il mio amico Filippo Viola, morto nel 2005 a 25 anni. Quando lo seppi, era il 12 dicembre del 2012. Sì, proprio il 12-12-12. Un giorno nefasto: da allora temo le coincidenze dei calendari. Ma in quella giornata così amara per me, tutto potevo immaginare tranne che avrei saputo che il mio solo amico, quello che considero il compagno unico e insostituibile della mia scapigliata giovinezza, fosse morto, e per di più suicida. Erano dieci anni che non lo sentivo. Ho traccheggiato anni prima di chiamare casa sua per avere sue notizie. L’ultima volta che uscimmo insieme era il 2003. Era febbraio. Filippo non amava la gente che si allontanava e poi si rifaceva viva per sapere come va la vita. Meno che mai digeriva quelli che si riavvicinavano per tornare a uscire con lui. Per lui, una volta che un rapporto di amicizia era finito, era finito e basta. Per me, che non l’ho mai dimenticato, proprio perché temevo una sua risposta infastidita o di cortesia fredda e senza slancio, c’è stata l’attesa. Quasi dieci anni di attesa per trovare il coraggio di prendere il cellulare e chiamare casa sua. Non lo avessi mai fatto.
* * *
La vita è fatta di ricordi e di luoghi. Il luogo dove io e Filippo ci incontrammo per la prima volta è Piazza del Gesù Nuovo a Napoli. Era una sera di ottobre del 1998. Io avevo 23 anni, lui 18. Eravamo

domenica 25 gennaio 2015

sustanza

Tornano 'e bastimenti / fosse 'a Madonna, / 'o borgo marinaro /comm'è luntano/ 'a 167/, e comme' è amaro / je stò 'e casa 'a Giugliano / faciteme passa', c'aggia parla' cu Bassolino, faciteme passa'. // voglio vede' nu film cu Totò e Peppino, voglio vede' nu film./ Dicitancello vuje ca' l'aria nun è cchiù fresca /e che calore/ Tornano 'e bastimenti,/ fosse 'o Dio,/ 'o borgo marinaro/ 'a 167/, e comme' è amaro/ Je sto 'e casa a Giugliano/ Aggia vedè 'o mare/ Aggia piglià 'o 140/ Faciteme passa' c'aggia parla' cu Bassolino/ Viene ccà/ Me fa male 'a capa /pure a me /me fa male 'a capa /pure 'a me.

giovedì 22 gennaio 2015

Poi mi calmai. Mi sciacquai la bocca e mi lavai con cura il
viso. A vederlo pallido e disfatto nello specchio inclinato sul lavandino, decisi
all'improvviso di truccarmi.
Era una reazione inconsueta. Non mi truccavo né spesso né volentieri.
L'avevo fatto da ragazza ma da qualche tempo non lo facevo più: non mi
pareva che il trucco mi migliorasse. Ma in quell'occasione mi sembrò di averne
bisogno. Presi il beauty dalla valigia di mia madre, tornai nel bagno, lo aprii, ne
estrassi un vasetto ricolmo di crema idratante sulla cui superficie era rimasta
l'impronta timida del dito di Amalia. Cancellai quella sua traccia con la mia e ne
usai con abbondanza.
Mi passai la crema sulla faccia con foga, stirandomi le guance. Poi ricorsi alla
cipria e mi velai puntigliosamente il viso.
«Sei un fantasma» dissi alla donna nello specchio. Aveva la faccia di una
persona intorno ai quaranta, chiudeva prima un occhio, poi l'altro, e su ciascuno
passava una matita nera. Era scarna, aguzza, con zigomi marcati,
miracolosamente senza rughe. Portava capelli tagliati cortissimi per ostentarne il
meno possibile il colore corvino, che del resto con sollievo andava finalmente
sbiadendo nel grigio e si preparava a sparire per sempre.
Passai il mascara.
«Non ti assomiglio» le sussurrai mentre mi davo un po' di fard. E per non
essere smentita, cercai di non guardarla.

martedì 20 gennaio 2015

memory















vito e gli altri che come era bello il muro di via diocleziano tutto attorno alla fabbrica, un muro infinito senza interruzioni fino a coroglio che dico fino coroglio, fino a cavalleggeri, e sopra i disegni i graffiti i murales che parevano una striscia di fumetto lunghissima, un libro illustrato che ogni metro giravi una pagina ma sempre un muro era che si rompeva si sbiadiva e mano mano che i disegni invecchiavano ti ricordava che dietro quel lungo treno di mura ci stava quel mostro di ferro intoccabile, inamovibile, inavvicinabile.

vito e gli altri che ogni tanto si andava all’edenlandia quando uscivano quelle diecimilalire per poterci andare, e la graffa dell’edenlandia come era buona che così buona non l’ho mai più trovata da nessuna parte, e il treno con la cappotta che poi ci si doveva baciare ma non c’era mai nessuno seduto accanto a quella giusta, e quel gioco divertente diventava un giro di urla di sfogo divertimento e di prime malinconie.
e le montagne russe che poi le hanno tolte, i tronchi, i castello e il galeone con i soffitti bassi e gli specchi deformanti, e il giro del drago che dovevi toccare quel pallone con la mano e chi ci è mai arrivato a toccarlo e quanti anni avremmo dovuto avere per riuscire a toccarlo
e non abbiamo fatto in tempo a diventare alti per toccarlo che pure l’edenlandia mo non ci sta più, e non c’è più la graffa lo sfogo, l’edenlandia che poi alla fine col braccialetto ci volevano quindiciventimilalire che mica ci potevi andare più tanto spesso

vito e gli altri a via cocchia fra i palazzi senza intonaco, e come mi piacevano quei palazzi di via cocchia senza intonaco parevano palazzi tedeschi, l’autunno spoglio del nord, invece era solo via cocchia senza mattoncini e senza intonaco che finisce dritta dritta dentro la fabbrica e per questo è un vicolo cieco. e quante volte ci sarei voluto salire sui tetti dei palazzi di via cocchia, e che panorama si doveva vedere da quei balconi, e la notte quel buio ferroso di via cocchia, della fabbrica enorme abbandonata. e come facevi a non portartelo dentro il vuoto di via cocchia.

vito e gli altri in giro con il see, il si, ‘o si, che pareva che andavi a cento all’ora e che a pensarci oggi a spingerlo al massimo faceva la metà di un motorino modificato, il si che costava poco e che mo lo usano solo i ragazzi dei negozi, il si che mo lo tengono solo i poveri immigrati che come noi se poi rimani a piedi rimangono sempre i pedali, il si che pareva che chi sa dove andavi e alla fine sempre là stavi, il si che si regalava pure a dieci anni, ma basta che non esci dal quartiere, che giri intorno a vuoto, come fanno tutti

vito e gli altri a finire metal gear solid alle macchinette, coi gettoni, e quante monetine delle zie delle nonne si consumavano in quelle macchinette, che una volta mio cugino lo ha finito tutto quanto il gioco con un solo gettone, che è riuscito a non morire mai.

vito e gli altri che nisida è solo una cosa che si può vedere da fuori, o se fai un guaio, certo.
nisida che attaccata da una strada che pare un filo che è un muro, nisida che ti fai il bagno a scavalcare il muro e gli scogli a sinistra e pensi di stare a posillipo ma è nisida lato sinistro, nisida che se ti fermi a guardare prima di tuffarti al lato destro vedi la fabbrica e vedi le onde grigie e non ti tuffi più, nisida che fa troppo caldo per non tuffarsi anche se è il lato destro
nisida che l’acqua sporca non conosce mura

vito e gli altri a cavalleggeri, cavalleggeri quartiere di vecchi e caserme abbandonate, cavalleggeri bagnoli senza il mare, cavalleggeri lo scippo facile al mercatino, fuori alla posta la pensione
vito e gli altri quando ti acchiappano, l’istituto, i giudici che tanto dieci quindici diciotto anni sono la stessa cosa

vito e gli altri che poi ti abitui a tutto

vito e gli altri che poi che fa, che poi alla fine se muori, muori, tanto a te che te ne fotte più

lunedì 19 gennaio 2015

settant'anne 'e cammenate


Pino Daniele, chi tene 'o mare, 1979

Raffaele Viviani, Chi ha fatto ammore a Napule, 1944

Guarda 'a ccà 'ncoppa Napule
e doppo dimme che paravisiello
'E vvarche 'e pesca passano
cu 'e lume a prora, 'a parte d'o Castiello

Sient, dint'o silenzio
'a botta 'e rimmo quanno taglia 'o mare
E vocano e se sperdono
assieme 'e vuzze 'e vvoce 'e marenare

'E stelle e 'e lume tremmano
comme a stu core mio tremma stasera
e a mmare tuculeano
tutt'e fanale e 'e lume d'a riviera

e io guardo stu spettacolo
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
chi ha fatto ammore a Napule
chesta serata nun 'a pò vedè
.....
Stasera 'o mare 'e Napule
nennella mia, pare addurmuto e stanco
Ccà ce venette giovane
primm' 'e tenè qualche capillo bianco

Cenette dint'a n'angolo
tutt'appartate cu nisciuno attuorno
cchiù chello ca lassavamo
e spisso 'o cunto se chiammava a gghiuorno

'E lume e 'e stelle tremmano
comme 'stu core mio tremma stasera
Che friddo dint'all'anema
a 'a sera è calma: stammo a primmavera

E io guardo chesta tavula
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
E penso 'mpallidendome
ca nun m'e ddato manco 'e te vedè
......
Stasera 'o mare 'e Napule
sceta st'ammore che è na vita 'e bene
e 'o sangue me fa sbollere
me mette 'ncore n'ata vota 'e ppene

Nennella è n'ata femmena
io so n'at'ommo: e ancora sofferenza
Na scappatella 'e ggiovane
ca m'ha turbato tutta n'esistenza

'E lume e 'e stelle tremmano
comme stu core mio tremma stasera
ritorna 'o desiderio
ma tu nun siente st'ultima preghiera

E io guardo 'o mare 'e Napule
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
Chi ha fatto ammore a Napule
stasera 'a luna nun l'add'a vedè

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a Ciro che sognava ISF, quel lampione quella sera a Spaccanapoli, a quell'amico che non conosco

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Pino Daniele - cammina cammina, 1977


Raffaele Viviani, Cammenata, 1944

cammenata, cuntannete 'e passe
te siente
nu niente
pe' miez 'a città

pe na via, primma 'a piglie, pò 'a lasse
e 'o pede
te cede
te siente 'e mancà

cammine, cammine, cammine
tra tanta vetrine
cu robba 'e magnà
uocchie chine
stentine vacante
ma quante ma quante
ca vanno 'accattà

e sta folla che trase e che ghiesce
cu 'e cuoppe d'o pesce
cu 'a carne cu 'o vino
te passa vicino
ma senza guardà

comm è bella sta salumeria
ce truove uno 'e tutto
salame presutto
formaggio buatte
sacicce paisane
e pò 'e muzzarelle nustrane
ca sghizzano latte

e cammine, cammine, cammine
ma ll'ati vvetrine
te fanno scappà
e tu pienze avveluto che fatto
pe sta a chistu stato
che rè nu piatto
cu 'o ppoco 'e magnà?

è na colpa che 'e fatto sta guerra?
te ce hanno mannato
era meglio a fernì sotto terra?

grattaciele d'e grande putiente
'a ggente
cuntenta
p'o munno ce sta
ma pò contate tutte 'e scuntiente
ca campano 'e stiente
nè sanno arrubbà

chella è n'arte si si 'ntelligente
si no nun faje niente

'a madonna te vede, te vede
ma quanno pruvvede?
chesto se chiamma campà?

cammenata, cuntannete 'e passe
te sient
nu niente
pe miez' 'a città

mercoledì 14 gennaio 2015

una vita postdatata

..e rintanarsi in qualche pizzeria al chiuso sognando l'estate, Licola, la Birreria Peroni, con lo stereoOtto di Mario Musella e degli Showmen e che cazzo di voce che c'ha questo Mario Musella, lui americano d'origine, però bianco a differenza di James Senese che è nero e che suona pure due sassofoni contemporaneamente...
E quando gli Showmen vinsero il Cantagiro non c'era una macchina che non avesse lo stereo con Un'ora sola ti vorrei e non c'era Jukebox che non suonasse la stessa. E tutti stringevano i loro beniamini, figli di questa inutile e persa periferia che avevano toccato con mano il cielo della felicità, della gloria, del successo...E non c'era fidanzato che non regalasse alla sua morosa Mi sei entrata nel cuore e gliela cantava mentre passeggiavano sul corso, mentre andavano a prendere un gelato o si appartavano al buio delle stradine ancora verdi di periferia.
E nessuno poteva sapere che poi gli Showmen si sarebbero sciolti e che Mario Musella sarebbe morto di tristezza, ipocondria, cirrosi e malinconia e intanto Un'ora sola ti vorrei si sentiva sempre meno e gli stereoOtto diventavano stereoSette e la periferia s'allargava, e già diventava un pò città..

martedì 6 gennaio 2015


'O Giò che voglia 'e te vedè
me manca assaje 'na cumpagnia
mo nun sò buono cchiù a parlà
e nun conchiure mai
i got the blues
i got the blues on me
'o Giò i' forse nun torno cchiù
'e cammenate senza Dio
purtavo 'o tiempo e ce parlavo 'acoppa
e sotto sotto stevemo bbuono accussì
i got the blues on me
i got the blues accussì

venerdì 2 gennaio 2015

Up


domenica 28 dicembre 2014

perception



Qui per capirsi dobbiamo parlare di come il dolore modifica l'immagine del tempo.
L'insorgere della sofferenza annulla il tempo lineare, lo spezza, ne fa vorticosi scarabocchi. La notte dei tempi si raccoglie ai bordi dell'aurora d'oggi e di domani.
Il dolore ci sprofonda tra le antenate unicellulari, tra i borbottii rissosi o terrorizzati dentro le caverne, tra le divinità femminili ricacciate nel buio della terra, pur tenendoci ancorate - mettiamo - al computer su cui stiamo scrivendo.
I sentimenti forti sono così, fanno saltare la cronologia.

Un'emozione è un salto mortale, una capriola, una piroetta vorticosa. Quando il dolore investe, il passato smette di essere passato e il futuro smette di essere futuro, cessa l'ordine del prima e del dopo.
Anche scriverne ha questo movimento della confusione.

Mia madre mi ha lasciato un vocabolo del suo dialetto che usava per dire come si sentiva quando era tirata di qua e di là da impressioni contraddittorie che la laceravano. Diceva che aveva dentro una frantumaglia. La frantumaglia (che lei pronunciava frantummaglia) la deprimeva. A volte le dava capogiri, le causava un sapora di ferro in bocca. Era la parola per un malessere non altrimenti definibile, rimandava a una folla di cose eterogenee nella testa, detriti su un'acqua limacciosa del cervello. La frantumaglia era misteriosa, causava atti misteriosi, era all'origine di tutte le sofferenze non riconducibili a una sola evidentissima ragione.
La frantumaglia, quando ormai non era più giovane, la svegliava in piena notte, la induceva a parlare da sola e poi a vergognarsene, le suggeriva qualche motivetto indecifrabile da cantare a mezza bocca che presto si estingueva in un sospiro, la sospingeva fuori casa all'improvviso abbandonando i fornelli accesi, il sugo a bruciare in pentola.
Spesso la faceva anche piangere e il vocabolo mi è rimasto in mente dall'infanzia per definire innanzitutto i pianti improvvisi e senza una ragione consapevole: lacrime di frantumaglia.
La frantumaglia è il deposito del tempo senza l'ordine di una storia, di un racconto. La frantumaglia è l'effetto del senso di perdita, quando si ha la certezza che tutto ciò che ci sembra stabile, duraturo, un ancoraggio per la nostra vita, andrà a unirsi presto a quel paesaggio di detriti che ci pare di vedere.

sabato 27 dicembre 2014

Saba, venerdì sera

C’è un fanciullo che incontro nelle mie
passeggiate, un fanciullo un poco strano.
Ha qualcosa di me, di me lontano
nel tempo; un passo strascicato e molle
di bestia troppo in libertà lasciata;
la folla schiva entro le anguste vie,
ama le barche piene di cipolle
e di capucci; tutto esplora, il nuovo
porto, la diga: ed oggi lo ritrovo,
fermo, la bella testina abbassata,
lo sguardo immobilmente a terra chino.
«Che mai sarà, bambino?»
Perché mai cosí intento? E che può dire
solo a se stesso, un chiaro giorno, all’ombra
d’una vela, ove già la riva è sgombra,
questo indimenticabile monello?
che può fargli piú niente altro vedere
che il suo mondo, anche in vista impallidire
come un appassionato, dargli un bello
diverso che di giovane animale?
Io, se in lui mi ricordo, ben mi pare
che il suo cuore non debba ancor sapere
quella che in ogni nostra cura è ascosa,
malinconia amorosa.
Meglio in un lungo avventuroso sogno
il suo ben corrucciato occhio s’interna.
Anche gli è a noia la casa paterna,
un carcere la scuola; e forse è nulla
di tutto questo; è appena un’ombra vana
che insegue, un indistinto ancor bisogno
di esplorare più addentro che la brulla
collina, e il porto, e lunghe vie remote;
un bisogno onde presto si riscuote,
sospettoso mi guarda, e si allontana
con quel suo passo strascicato e molle
delle bestie satolle.

venerdì 26 dicembre 2014

bordello di mare con città

 
Avite mai visto ‘a luna,
na sera e‘ stagione,
squagliarsi sul pavimento
comm’a nu piezzo ‘e burro
ncopp’ ‘e maccarune?
[…]
Io sì,
io l’aggio vista!
Ed era una luna umana,
petulante, in confidenza
cu tutto chello ca se perde,
cu tutto chello
ca va sott’acito,
dint’all’anema de’ ccase.
[…]
Chiagneva e parlava,
chella luna

lunedì 1 dicembre 2014

venerdì 28 novembre 2014

frammenti


sabato 22 novembre 2014

Terremoto


ci sono giovani donne
che dopo aver fatto un figlio
hanno paura di essere madri
e vanno in casa della madre
dove diventano figlie
e il bambino
per la nonna è un figlio
per la madre una bambola
a meno che non abbiano una balia
o una vecchia cameriera di famiglia.
Se c'è il marito
non possono andare dalla madre
anche se lo vorrebbero tanto
e devono fingere
che il bambino è un bambino
che non è una bambola
Tua madre
allora è la madre di tuo figlio
e tu diventi madre
solo quanto ti accorgi
che fai patire a tuo figlio
quanto patisti da tua madre
Che lo ho avuto a fare
ti chiedi
se tutto si ripete eguale?
Così ti accorgi del corpo
quando ti fa male
Ma la ripetizione

è il peggior male

sabato 15 novembre 2014

mystery [hands]


third

Porta in una notte come questa, dispiacere,
recare a voi disturbo, in fondo all'occhio, al cuore,
sia che lo spettro che v'arriva è pura fiamma,
sia che provenga solo da una debole scintilla.
Una delle prime sorprese della vita, a ritornarci,
consiste nel sentirsi costretti a spiegazione, di continuo.

Eccoci qua, a 'nfettarce 'a stessa freva, sonnolenta, contenta
azzeccate sott' a pelle, quasi comm' 'e vene
capillari.

Io ve parlo, ve tocco, che bellizze, che sollievo!
O' tengo ancora astipato nu ricordo e stu sollievo
Ero n'acqua na vota, sapite? Che pigliava forme

O' vveco, pure vuie tenite l'uocchie chiuse
Comme a duie malate, ca s'alleccano a freva, stamme stis'
int' 'a lentezza
nell'arresto do Tiempo.

Porta in una notte come questa, dispiacere
insistere a restare in una forma
Ci sfiliamo, adesso, fianco a fianco
'e lato a vvuie
o preferiamo darci spalle ad angolo
o 'nzieme a nu lato solamente
caricatura oscena
di parziali e squilibrati desideri, imperfezioni.
Ci strusciamo cu 'e parole ca ce simme ditte
ca ce simme sciusciate
a risucchio, senza emettere rumore
muvenne 'a vocca, in pantomima
comme fanno 'e pisce.

mercoledì 12 novembre 2014



Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo
Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere
Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto

Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.

giovedì 6 novembre 2014

Non sono i bambini che lei viene a salvare

Nostro padre si decise per il gorgo, e in tutta la nostra grossa famiglia soltanto io lo capii, che avevo nove anni ed ero l’ultimo.

In quel tempo stavamo ancora tutti insieme, salvo Eugenio che era via a far la guerra d’Abissinia. Quando nostra sorella penultima si ammala. Mandammo per il medico di Niella e alla seconda visita disse che non ce ne capiva niente; chiamammo il medico di Murazzano ed anche lui non le conosceva il male; venne quello di Feisoglio e tutt’e tre dissero che la malattia era al di sopra della loro scienza.
Deperivamo anche noi accanto a lei, e la sua febbre ci scaldava come un braciere, quando ci chinavamo su di lei per cercar di capire a che punto era. Fra quello che soffriva e le spese, nostra madre arrivò a comandarci di pregare il Signore che ce la portasse via; ma lei durava, solo piú grossa un dito e lamentandosi sempre come un’agnella.

Come se non bastasse, si aggiunse il batticuore per Eugenio, dal quale non ricevevamo piú posta. Tutte le mattine correvo in canonica a farmi dire dal parroco cosa c’era sulla prima pagina del giornale, e tornavo a casa a raccontare che erano in corso coi mori le piú grandi battaglie. Cominciammo a recitare il rosario anche per lui, tutte le sere, con la testa tra le mani.

Uno di quei giorni, nostro padre si leva da tavola e dice con la sua voce ordinaria:
- Scendo fino al Belbo, a voltare quelle fascine che m’hanno preso la pioggia. -
Non so come, ma io capii a volo che andava a finirsi nell’acqua, e mi atterrì, guardando in giro, vedere che nessun altro aveva avuto la mia ispirazione: nemmeno nostra madre fece il più piccolo gesto, seguitò a pulire il paiolo, e sì che conosceva il suo uomo come se fosse il pri¬mo dei suoi figli. Eppure non diedi l’allarme, come se sapessi che lo avrei salvato solo se facessi tutto da me.

Gli uscii dietro che lui, pigliato il forcone, cominciava a scender dall’aia. Mi misi per il suo sentiero, ma mi staccava a solo camminare, e così dovetti buttarmi a una mezza corsa. Mi sentí, mi riconobbe dal peso del passo, ma non si voltò e mi disse di tornarmene a casa, con una voce rauca ma di scarso comando. Non gli ubbidii. Allora, venti passi piú sotto, mi ripeté di tornarmene su ma stavolta con la voce che metteva coi miei fratelli piú grandi, quando si azzardavano a contraddirlo in qualcosa .
Mi spaventò, ma non mi fermai. Lui si lasciò raggiungere e quando mi sentí al suo fianco con una mano mi fece girare come una trottola e poi mi sparò un calcio dietro che mi sbatté tre passi su.
Mi rialzai e di nuovo dietro. Ma adesso ero piú sicuro che ce l’avrei fatta ad impedirglielo, e mi venne da urlare verso casa, ma ne eravamo già troppo lontani. Avessi visto un uomo lí intorno, mi sarei lasciato andare a pregarlo: “Voi, per carità, parlate a mio padre. Ditegli qualcosa”, ma non vedevo una testa d’uomo, in tutta la conca.

Eravamo quasi in piano, dove si sentiva già chiara l’acqua di Belbo correre tra le canne. A questo punto lui si voltò, si scese il forcone dalla spalla e cominciò a mostrarmelo come si fa con le bestie feroci. Non posso dire che faccia avesse, perché guardavo solo i denti del forcone che mi ballavano a tre dita dal petto, e sopratutto perché non mi sentivo di alzargli gli occhi in faccia, per la vergogna di vederlo come nudo.

Ma arrivammo insieme alle nostre fascine. Il gorgo era subito lí, dietro un fitto di felci, e la sua acqua ferma sembrava la pelle d’un serpente. Mio padre, la sua testa era protesa, i suoi occhi puntati al gorgo ed allora allargai il petto per urlare. In quell’attimo lui ficcò il forcone nella prima fascina. E le voltò tutte, ma con una lentezza infinita, come se sognasse. E quando l’ebbe voltate tutte tirò un sospiro tale che si allungò d’un palmo. Poi si girò. Stavolta lo guardai, e gli vidi la faccia che aveva tutte le volte che rincasava da una festa con una sbronza fina.
Tornammo su, con lui che si sforzava di salire adagio, per non perdermi d’un passo, e mi teneva sulla spalla la mano libera dal forcone ed ogni tanto mi grattava col pollice, ma leggero come una formica, tra i due nervi che abbiamo dietro il collo.

giovedì 23 ottobre 2014

fraterno, paterno


fiele dei miei occhi e dei miei nervi

e questa esclamazione di sfottente, indecente amore,
“S’agapò”,
questa pernacchia alla mia gobba,
questo epitaffio pagato in anticipo ai miei restanti giorni,
si sparse ben presto per i vicoli, come un’eco
pulcinellesca.
Per la salita di Spezzano, per l’ansa di Pontecorvo,
per lo spiazzo della Cesàrea,
su, su, fino a vicolo del Pero, dovunque,
lo sberleffo del mio turpe persecutore/persecutrice,
fece adepti, ciurmaglia canora:
“S’agapò. s’agapò, s’agapò.. S’agapò. s’agapò, s’agapò..”
e neppure sapevano che volesse dire ti amo
o che nella più viva delle carni
iniettassero quel grido
come il più indelebile veleno



handout


mani di alabastro

Pe' dint' 'e viche addo' nun trase 'o mare,
pe' dint' 'e viche addo' nun trase 'o mare...

tutto nzieme 'o cielo se fa niro,
traseno a uno a uno 'e panne spase
e chiove, chiove ca dio s'è scurdato.
me pare nu diluvio universale
che lava 'e pprete e che cancella 'o mmale
pe' dint' 'e viche addò nun trase 'o mare..
pe' dint' 'e viche addò nun trase 'o mare..

po' schiara juorno cu n'alba rosa
e 'o munno pare ca è n'ata cosa.
e n'ata vota, c'avimm' 'a fa'?
cantammo pe' ce sunna' 'e campa'.
si 'a vita è suonno, c'avimm 'a fa'?
cantammo pe' ce sunnà 'e campa'.

pe' dint' 'e viche addò nun trase 'o mare...
pe' dint' 'e viche addò nun trase 'o mare..

divina è l'illusione

La beata Ludovica Albertoni, in San Francesco a Ripa. la più grande meraviglia, ecco! qualcosa che eccede il capolavoro, che fa del Bernini un capolavoro. e non è più un capolavoro del Bernini... Non so se rendo la non idea. Andate a vederla, guardatela in questo orgasmo, in questo suo venir meno, da monaca... Tra i merletti marmorei, tra queste mani che non tornano anatomicamente. E vedrete davvero cos'è una cosa mancata, non è una mancanza, è mancata da per sempre... è prima delle parole ed è dopo delle parole, non appartiene più al discorso.


Stefano

«Questa chiesa non interessa a nessuno, e questo perché le persone non sono in relazione tra loro. Non siamo in contatto, di nessun tipo. Ci passiamo accanto senza toccarci, senza nemmeno vederci. Se butto una carta a terra, tu non mi dici niente perché io e te nun ce sapimm’. Camminiamo su strade diverse, e questo permette la deriva delle cose, oltre che delle persone. I ragazzi qui non entrano mai. Stanno seduti fuori la chiesa, vicino la fontana, preferibilmente dove vi è maggior puzza di pipì. Non entrano perché non sanno cosa farci, non c’è chi riesce a smuoverli. Finiscono per guardarsi e non per guardare. Lo specchio di Narciso esiste, si chiama smartphone: faccio la foto a me, come se non mi conoscessi, e non a quello che vedono i miei occhi: io divento il filtro di tutte le cose, che diventano una sfondo, come questa chiesa in questa piazza»

lunedì 20 ottobre 2014

foglie di frassino


martedì 16 settembre 2014

Le vent se lève


 il faut tenter de vivre

domenica 14 settembre 2014

Marco

"..Per sopportare una caduta bisogna conservare una struttura, bisogna cioè proporre il corpo in una serie di posture e di geometrie in grado di assorbire gli urti e riproporre l'energia per il movimento, bisogna grosso modo essere come una palla da biliardo.
Questo sarà il cinema e la vita di Buster Keaton: essere lanciati, come una palla su un tavolo da biliardo, come un bambino su una rampa di scale, costretti a straordinarie geometrie per non rimanere stecchiti e sottoposti a un sistema di attrazione e forze repulsive fondato su desideri, relazioni di potere, addensamenti e sottrazione di corpi, il tutto ritmato dalle macchine.
Quello che però Keaton scopre nelle sue cadute è che l'abilità non basta: mentre ruzzoli via la scala si smonta, ti viene dietro. Il sistema non regge! Le macchine perdono i bulloni, le case crollano sotto il vento, le sposine fuggono e ritornano, e tutta la devastante stupidità dello stile di vita americano emerge come un incubo tragicomico dal quale non ci si può tirare fuori.
Il personaggio di Keaton è come un punto minuscolo inglobato in un ambiente immenso catastrofico e trasformabile: vasti paesaggi che cambiano e strutture geometriche deformabili, rapide e cascate, grandi navi alla deriva del mare, città spazzata via dal ciclone, treni su ponti che crollano.
E in tutto questo c'è il cinema che cerca di proporre un'immagine meno traballante della realtà, un'immagine invitante che lo spettatore cerca di tirare fuori, ma la rottura degli argini dello schermo porterà ad un esondazione capace solo di rendere il tutto più scivoloso."

mercoledì 10 settembre 2014

forty minutes

domenica 7 settembre 2014

broken mirror

mercoledì 3 settembre 2014

unmarried















Maria! Maria! Maria!

Lasciami entrare Maria!
Non posso restare in istrada!
Non Vuoi?
Tu aspetti
che con le guance infossate,
assaggiato da tutti,
insipido
io venga
a biascicar senza denti:
«sono oggi
mirabilmente onesto».
Maria,
vedi:
ho già cominciato ad incurvarmi.
Nelle vie
gli uomini bucheranno il grasso nei loro gozzi a quattro piani,
sporgeranno gli occhietti
lisi da quarant'anni di logorio,
per ammiccare l'un l'altro ghignando
che fra i miei denti
- di nuovo! -
è il panino raffermo della carezza di ieri.
Zuppo ladruncolo stretto dalle pozzanghere,
la pioggia, spruzzando singhiozzi sui marciapiedi,
lecca il cadavere delle vie tartassate dai ciottoli,
e sulle ciglia canute
- si! -
sulle ciglia dei ghiaccioli
gocciolano lacrime dagli occhi
- si! -
dagli occhi abbassati delle grondaie
Succhiò tutti i pedoni il muso della pioggia,
mentre nelle vetture luccicava una fila di pingui atleti:
scoppiavano certuni,
rimpinzati a crepapelle,
e attraverso gli spacchi stillava la sugna,
come un torbido fiume dalle vetture scolava,
insieme con un pane maciullato
la masticatura di vecchie cotolette.
Maria!
Come ficcare una dolce parola nel loro orecchio coperto di grasso?
L'uccello
va mendicando con una canzone,
canta,
affamato e squillante,
ma io sono un uomo, Maria,
semplice,
scatarrato dalla notte tisica nella sudicia mano della Presnja.
Maria vuoi un uomo simile?
Lasciami entrare Maria!
Con lo spasmo delle dita stringerò la gola metallica del campanello!
Maria!
Diventano feroci i pascoli delle strade.
Sul collo come una scalfittura le dita della calca.
Apri!
Fanno male!
Vedi? Sono confitti nei miei occhi
gli spilli di cappelli femminili!
Mi ha lasciato entrare.
Bambina!
Non ti spaurire
se sul mio collo taurino
seggono come un'umida montagna donne dal ventre sudato:
gli è che attraverso la vita io trascino
milioni di enormi casti amori
e milioni di milioni di sudici amorucci.
Non ti spaurire
se ancora una volta
nell'intemperie del tradimento
mi stringerò a migliaia di vezzose faccine.
"Adoratrici di Majakovskij!":
ma questa è davvero una dinastia
di regine salite al cuore d'un pazzo.
Maria più vicino!
Con denudata impudenza
oppure con un pavido tremore
concedimi la florida vaghezza delle tue labbra:
io e il mio cuore non siamo mai vissuti fino a maggio,
e nella mia vita passata
c'è solo il centesimo aprile.
Maria!
Il poeta canta sonetti a Tiana,
mentre io,
tutto di carne,
uomo tutto,
chiedo semplicemente il tuo corpo,
come i cristiani chiedono:
"Dacci oggi
il nostro pane quotidiano".
Maria, concediti!
Maria!
Io temo di scordare il nome tuo
come un poeta teme di scordare
qualche
parola nata fra i tormenti delle notti,
uguale per grandezza a Dio.
Il tuo corpo
io saprò custodire ed amare
come un soldato,
stroncato dalla guerra,
inutile,
ormai di nessuno,
custodisce la sua unica gamba.
Maria,
Non vuoi?
Non Vuoi?
Ah!
Ed allora di nuovo,
afflitto e cupo,
io prenderò il mio cuore
e, irrorandolo di lacrime,
lo porterò
come un cane
porta
nella sua cuccia
la zampa stritolata dal treno.
Con il sangue del cuore allieterò la strada,
fiori di sangue si incolleranno alla polvere della mia giubba.
Mille volte danzerà come Erodiade
il sole attorno alla terra
cranio del Battista.
E quando avrà finito di danzare
il mio numero di anni,
d'un milione di gocce di sangue si coprirà la traccia
che mena alla casa di mio padre.
Uscirò fuori,
sudicio (per le notti trascorse nei fossati), mi metterò al suo fianco,
mi chinerò
per dirgli in un orecchio:
Ascoltate, signor Dio!
Non vi dà noia
inzuppare ogni giorno
nella composta di nuvole gli occhi ingrassati?
Su via, vediamo insieme
di fare un carosello
sull'albero della conoscenza del Bene e del Male!
Onnipresente, tu sarai in ogni armadio,
e a tavola porremo vini tali
che anche all'accigliato Pietro Apostolo
verrà voglia di ballare un ki-ka-pù.
E in paradiso di nuovo ospiteremo le Evucce:
basta che tu dia un ordine
e questa notte stessa
ti porterò in gran frotta
da tutti i viali le ragazze più belle.
Vuoi?
Non vuoi?
Scrolli la testa capelluta?
Aggrondi le ciglia canute?
Tu pensi
che quello con le ali
che ti sta dietro
sappia cosa sia l'amore?
Anch'io sono un angelo; io lo ero,
guardavo negli occhi come un'agnello di zucchero,
mo non voglio più offrire alle giumente
vasi plasmati nella farina di Sèvres.
Onnipresente che hai inventato un paio di braccia
E hai fatto sì che ciascuno
Avesse una sua testa,
perché non hai inventato una maniera
di baciare, baciare e ribaciare
senza tormenti?!
Pensavo che tu fossi un gran Dio onnipotente,
e invece sei un insipiente, un minuscolo deuccio.
Vedi, io mi curvo,
di dietro il gambale
traggo il trincetto.
Alati furfanti!
Rannicchiatevi in paradiso!
Rabbuffate le vostre piumette in uno sbigottito brivido!
Te, impregnato d'incenso, io squarcerò
di qui sino all'Alaska!
Non mi fermerete.
Sia che mentisca
o mi trovi nel giusto,
non potrei essere più calmo.
Guardate:
hanno di nuovo decapitato le stelle,
insanguinando il cielo come un mattatoio!
Ehi, voi!
Cielo!
Toglietevi il cappello!
Me ne vado!


martedì 19 agosto 2014


Transmission

Il mistero della vita dei padri è nella loro esistenza. Ci sono delle cose - anche le più astratte e spirituali - che si vivono solo attraverso il corpo. Vissute attraverso un altro corpo non sono più le stesse.
Ciò che è stato vissuto dal corpo dei padri, non può più essere vissuto dal nostro. Noi cerchiamo di ricostruirlo, di immaginarlo e di interpretarlo: cioè ne scriviamo la storia. Ma ciò che c'è di più importante in essa ci sfugge irreparabilmente.
Così, per le stesse ragioni, non possiamo vivere corporalmente i problemi dei ragazzi; il nostro corpo è diverso dal loro, e la realtà vissuta dai loro corpi ci è negata. La ricostruiamo, la immaginiamo, la interpretiamo, ma non la viviamo.
C'è quindi un mistero anche nella vita dei figli: e c'è di conseguenza una continuità nel mistero (un corpo che vive la realtà): continuità che si interrompe con noi.

Catello


War

«What life has taught me
I would like to share
With those who want to learn…»
Until the philosophy which holds one race superior
And another inferior, is finally and permanently
Discredited and abandoned…
That until there are no longer first class and second
Class citizens of any nation.
Until the co lour of a man skin is of no more
Significance than the colour of his eyes…
That until there basic human rights are equally
Guaranteed to all, without regard to race…
That until that day, the dream of lasting peace,
World citizenship and the rule of international
Morality will remain in buy a fleeting
Illusion to be persued, but never attained...
And until the ignoble and unhappy regime that now
Hold our brothers in Angola, in Mozambique, in
South Africa, in subhuman bondage, have been
Toppled utterly destroyed...
Until that day the African continent will now know
Peace. We Africans will fight, if necessary,
And we know we shall win,
As we are confident in the victory
Of good over evil,
Of good over evil...

Susa


mercoledì 23 luglio 2014

lunedì 14 luglio 2014

ex aequo


paralysis

Due cose possono danneggiare qualsiasi lavoro, e in modo particolare un lavoro creativo: la prima è accontentarsi subito di un risultato mediocre, rinunciando a migliorarlo. La seconda è non accontentarsi mai ed è, paradossalmente, più grave: significa, alla fin fine, rinunciare del tutto a produrre, perché niente sembrerà mai buono abbastanza. È il perfezionismo che la psicologia definisce maladaptive (disadattativo).
Chiarisco: l’insoddisfazione è una potente leva per la creatività e in generale per agire. Ci porta a farci domande. A svolgere un compito con dedizione e in modo meticoloso. Ad andare oltre. A essere tenaci e a porre riparo agli (inevitabili) errori che, fra l’altro, fanno parte di qualsiasi processo di invenzione o di scoperta.
La tensione a fare del proprio meglio e a dare il massimo (quella che, ahimè, la scuola non sempre riesce a trasmettere agli studenti) è sana e positiva: suvvia, non siamo dei mollaccioni e il cimento ci appassiona, no? Inoltre, in un paese a cui spesso tocca fare i conti con le proprie tendenze furbette, pressapochiste e autoindulgenti, una sana vocazione al perfezionismo andrebbe a maggior ragione considerata massimamente preziosa.
Ho scritto “sana vocazione”, però. Qualcosa di diverso da “tensione irrealistica e ansiogena”. La differenza, sottile ma cruciale, è analoga a quella che passa tra essere rigorosi oppure rigidi, e da una parte riguarda gli obiettivi che ci poniamo (“dare il meglio di noi” verso “realizzare il massimo di tutto, di tutti, di sempre”), dall’altra illumina il rapporto che abbiamo con noi stessi e con il nostro lavoro.
Il desiderio di dare il meglio possibile, mettendoci per certi versi “al servizio” del nostro compito, ci aiuta a focalizzarci su quanto stiamo facendo fino a dimenticarci di noi stessi e a entrare nellostato di flow, il flusso creativo e produttivo di cui parla Mihály Csíkszentmihály.
La tensione irrealistica verso una perfezione assoluta, invece, ci riempie di ansia e senso di inadeguatezza, ci fa temere gli errori fino a paralizzarci, mina l’autostima e ci lascia sfiniti, insoddisfatti, piagnucolosi e depressi. Di fatto, siamo talmente preoccupati di noi, e di quanto siamo o non siamo all’altezza delle nostre stesse gigantesche aspettative, da finire per trascurare le logiche, lo scopo, la materia stessa del compito che dovremmo svolgere.
Mind Tools segnala che, tra le altre cose, il perfezionismo disadattativo toglie alla creatività la sua componente più incantevole, quella giocosa, e il desiderio di sognare. Dà alcune dritte per riconoscere quel tipo lì di perfezionismo e alcuni consigli di buonsenso per venirne a capo: i due più rilevanti, mi sembra, sono “datti mete realistiche” e “stai attento alle tue emozioni”, mentre l’ultimo, “sii spontaneo” è una bellaingiunzione paradossale e, secondo me, non aiuta.
Psychology Today esordisce con la clamorosa affermazione che “il perfezionismo è un crimine contro l’umanità”. Subito dopo, per fortuna, articola un ragionamento piuttosto convincente: il perfezionismo irrigidisce i comportamenti, e in quanto tale contrasta la capacità di adattarsi, fondamentale per la sopravvivenza.
E poi: impedisce di affrontare nuove sfide e di assimilare nuova conoscenza, non è connesso tanto con l’avere alti criteri di qualità quanto con la paura di sbagliare e con uno stile educativo familiare intrusivo, ipercritico e intollerante verso gli errori. Al termine dell’articolo alcune buone dritte per i genitori su come fare critiche costruttive e apprezzamenti non costrittivi.
Se volete capire quanto e come siete perfezionisti, potete fare il test proposto da Psychology Today (sono quarantasei domande, per venti minuti). Non è male.
Invece L’Huffington Post vi propone una lista intitolata 14 segni che il vostro perfezionismo è andato fuori controllo. Uno dei più rivelatori è la tendenza a procrastinare a ogni costo: di nuovo, ecco la paura di sbagliare, di essere malgiudicati e di incorrere nella disapprovazione sociale.
David Foster Wallace, che lo conosceva bene, racconta il “blocco da perfezionismo” in un’intervista del 1996 trasformata in una graziosa animazione: “Se la tua fedeltà al perfezionismo è troppo alta, non farai mai nulla”, dato che “fare qualcosa è intrinsecamente tragico, perché significa sacrificare ciò che è meraviglioso e perfetto nella nostra testa per quello che è davvero”.
È la psicologa Tamar Chansky a proporre un’ulteriore, interessante strategia per contrastare il perfezionismo deteriore: pensare che l’opposto del perfezionismo non è la mediocrità, ma la realtà (incognite, ambiguità ed errori compresi) e, soprattutto, la possibilità. Quella che ci fa, a volte, incappare in un errore fertile e fortunato. E che, in tutti gli altri casi e da tutti gli altri errori, ci fa imparare qualcosa.

giovedì 10 luglio 2014

Salvatore