mais rien dans ma mélancolie n'a bougè
martedì 10 gennaio 2017
l'avversario
Sì. Detta così l'ispirazione:
la mia libera fantasia s'appiglia
sempre a quei luoghi dov'è umiliazione,
dov'è sporcizia e tenebra e indigenza.
Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, -
di là si scorge meglio un altro mondo...
Hai mai visto i bambini a Parigi
o sul ponte i poveri d'inverno?
Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
sul fittissimo orrore della vita,
prima che un grande nubifragio spazzi
tutto quello che c'è nella tua patria, -
lascia maturare il giusto sdegno,
prepara al lavoro le braccia...
E se non puoi, fa sì che in te si accumuli
e divampi il fastidio e la mestizia...
Ma di questa vita menzognera
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in dispregio questo mondo,
e, anche se tu non veda l'avvenire,
la mia libera fantasia s'appiglia
sempre a quei luoghi dov'è umiliazione,
dov'è sporcizia e tenebra e indigenza.
Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, -
di là si scorge meglio un altro mondo...
Hai mai visto i bambini a Parigi
o sul ponte i poveri d'inverno?
Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
sul fittissimo orrore della vita,
prima che un grande nubifragio spazzi
tutto quello che c'è nella tua patria, -
lascia maturare il giusto sdegno,
prepara al lavoro le braccia...
E se non puoi, fa sì che in te si accumuli
e divampi il fastidio e la mestizia...
Ma di questa vita menzognera
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in dispregio questo mondo,
e, anche se tu non veda l'avvenire,
dì no alle cose del presente
venerdì 6 gennaio 2017
piedad
Per la prima volta andai fuori da Napoli, fuori dalla Campania. Scoprii che avevo paura di
tutto: paura di sbagliare treno, paura di dover pisciare e non sapere dove farlo, paura che si
facesse notte e non riuscissi a orientarmi in una città sconosciuta, paura di essere derubata.
Misi tutti i miei soldi nel reggipetto, come faceva mia madre, e passai ore in un’ansia
guardinga che convisse senza soluzione di continuità con un senso crescente di liberazione.
Tutto andò per il meglio. Tranne l’esame, mi parve. La professoressa dai capelli turchini
mi aveva taciuto che sarebbe stato molto più difficile di quello di maturità. Il latino,
soprattutto, mi sembrò complicatissimo, ma quello in realtà fu solo il picco più alto: ogni
prova diventò occasione per un’indagine cavillosissima sulle mie competenze.
Sproloquiai, balbettai, finsi spesso di avere la risposta sulla punta della lingua. Il
professore di italiano mi trattò come se anche il suono della mia voce lo infastidisse: lei,
signorina, più che scrivere argomentando, scrive sfarfallando; vedo, signorina, che si butta
con spericolatezza su questioni di cui ignora del tutto i problemi di impostazione critica. Mi
depressi, persi presto fiducia in ciò che dicevo. Il professore se ne accorse e, guardandomi con
ironia, mi chiese di parlargli di qualcosa che avevo letto di recente. Intendeva qualcosa di un
autore italiano, immagino, ma io non capii e mi aggrappai al primo appiglio che mi sembrò
sicuro, vale a dire ai discorsi che avevamo fatto l’estate precedente, a Ischia, sulla spiaggia di
Citara, a proposito di Beckett e di Dan Rooney che, pur essendo cieco, voleva diventare anche
sordo e muto. L’espressione ironica del professore si mutò pian piano in una smorfia
perplessa. M’interruppe presto e mi consegnò al professore di storia. Questi non fu da meno.
Mi sottopose a un elenco infinito ed estenuante di domande formulate con estrema
precisione. Fino a quel momento non mi ero mai sentita così ignorante, nemmeno negli anni
scolastici peggiori, quelli in cui avevo dato pessima prova di me. Seppi rispondere a tutto,
date, fatti, ma sempre in modo approssimativo. Appena lui m’incalzava con domande ancora
più stringenti, io cedevo.
Alla fine mi chiese disgustato: «Ha mai letto qualcosa che non sia il puro e semplice
manuale scolastico?».
Risposi:
«Ho studiato l’idea di nazione».
«Si ricorda l’autore del libro?».
«Federico Chabod».
«Sentiamo cosa ha capito».
Mi ascoltò con attenzione per qualche minuto, poi bruscamente mi congedò lasciandomi
la certezza di aver detto sciocchezze.
Piansi molto, come se avessi perso da qualche parte, per sbadataggine, la parte più
promettente di me. Poi mi dissi che disperarmi era stupido, sapevo da sempre di non essere
veramente brava. Lila sì che era brava, Nino sì che era bravo. Io ero solo presuntuosa e
giustamente ero stata punita.
Invece appresi che avevo superato l’esame. Avrei avuto un posto mio, un letto che non
dovevo fare la sera e disfare la mattina, una scrivania e tutti i libri che mi servivano. Io, Elena
Greco, la figlia dell’usciere, a diciannove anni stavo per tirarmi fuori dal rione, stavo per lasciare Napoli. Da sola.
regionale 2383
Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora i tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire la parola d’un poeta o il mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.
Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.
black star
Cheena so sound, so titi up this malchick, say
Party up moodge, nanti vellocet round on Tuesday
Real bad dizzy snatch making all the omies mad – Thursday
Popo blind to the polly in the hole by Friday
Where the fuck did Monday go?
I’m cold to this pig and pug show
I’m sittin’ in the chestnut tree
Who the fuck’s gonna mess with me?
You viddy at the cheena
Choodesny with the red rot
Libbilubbing litso-fitso
Devotchka watch her garbles
Spatchko at the rozz-shop
Split a ded from his deng deng
Viddy viddy at the cheena
Girl loves me
(Hey cheena)
Girl loves me
Where the fuck did Monday go
smarginatura
Il 31 dicembre del 1958 Lila ebbe il suo primo episodio di smarginatura. Il temine non è mio, lo ha sempre utilizzato lei forzando il significato comune della parola. Diceva che in quelle occasioni si dissolvevano all’improvviso i margini delle persone e delle cose. Quando quella notte, in cima al terrazzo dove stavamo festeggiando l’arrivo del 1959, fu investita bruscamente da una sensazione di quel tipo, si spaventò e si tenne la cosa per sé, ancora incapace di nominarla. Solo anni dopo, una sera del novembre 1980 – avevamo entrambe trentasei anni –, mi raccontò minutamente cosa le era accaduto in quella circostanza, cosa ancora le accadeva, e ricorse per la prima volta a quel vocabolo. Eravamo all’aperto, in cima a una delle palazzine del rione. Sebbene facesse molto freddo avevamo messo abiti leggeri e scollati per sembrare belle. Guardavamo i maschi, che erano allegri, aggressivi, figure nere travolte dalla festa, dal cibo, dallo spumante. Accendevano le micce dei fuochi d’artificio per festeggiare l’anno nuovo, ma all’improvviso – mi disse –, malgrado il freddo aveva cominciato a coprirsi di sudore. Le era sembrato che tutti gridassero troppo e che si muovessero troppo velocemente. Questa sensazione si era accompagnata a una nausea e lei aveva avuto l’impressione che qualcosa di assolutamente materiale, presente intorno a lei e intorno a tutti e a tutto da sempre, ma senza che si riuscisse a percepirlo, stesse spezzando i contorni di persone e cose rivelandosi. Il cuore le si era messo a battere in modo incontrollato. Aveva cominciato a provare orrore per le urla che uscivano dalle gole di tutti quelli che si muovevano per il terrazzo tra i fumi, tra gli scoppi, come se la loro sonorità obbedisse a leggi nuove e sconosciute. Le era montata la nausea, il dialetto aveva perso ogni consuetudine, le era diventato insopportabile il modo secondo cui le nostre gole umide bagnavano le parole nel liquido della saliva. Un senso di repulsione aveva investito tutti i corpi in movimento, la loro struttura ossea, la frenesia che li scuoteva. Come siamo mal formati, aveva pensato, come siamo insufficienti. Il tumulto del cuore l’aveva sopraffatta, si era sentita soffocare. Troppo fumo, troppo malodore, troppo lampeggiare di fuochi nel cielo.
venerdì 30 dicembre 2016
.
Natale 1993
Ruppemi l’alto sonno nella testa
Un lieve suono udì e mi riscossi
Lasciando il torpore del caldo letto
L’occhio riposato intorno mossi
Dritto levato e fisso mi guardai
Per capir la cagion del mio risveglio
Vero è che in su la branda mi trovai
Nella stanza dal sole illuminata
Dormito tanto avea dovuto
Che la mente un po mi dolea
Come s’io fossi nato in quel momento
Poi che alzato mi fui ripensai un poco a dove stavo
E che un altro anno era passato
La mia mente viaggiava per i giorni
Che vissuti avea con tutti voi
Agli errori fatti alle prese decisioni
Ai dispiaceri e gioie che ho passato in sedici anni
Che è quanto ho vissuto
Aperta poi che ebbi la porta della mia stanza
Vi ritrovai nella casa sparsi
Già tutti svegli ed operosi
Dai muri della casa uscì un calore
E le vostre parole potei udire
Fermo in su la porta io restai
A respirar quell’aria in festa
Che sapea di pace e di dolcezza
auguri
carlo
E dopo questo, cos'è mai il perdono?
Sì, la storia ci dà troppo tardi
ciò in cui più non crediamo
o se crediamo ancora
soltanto nel ricordo
come passioni riconsiderate...
...Ciò che è pensato può
essere dispensato...
Penso che né paura né coraggio
ci salvino,
i vizi innaturali hanno per padre
il nostro
stesso
eroismo.
Le virtù... Le virtù ci sono imposte
dai nostri osceni crimini...
Perch'io non spero più di ritornare
perch'io non spero
perch'io non spero più di ritornare
perchè dovrei rimpiangere
l'abusata potenza del mio regno?
E prego di poter dimenticare
queste cose che troppo
discuto con me stesso e troppo spiego
poiché non spero più di ritornare...
Sì, la storia ci dà troppo tardi
ciò in cui più non crediamo
o se crediamo ancora
soltanto nel ricordo
come passioni riconsiderate...
...Ciò che è pensato può
essere dispensato...
Penso che né paura né coraggio
ci salvino,
i vizi innaturali hanno per padre
il nostro
stesso
eroismo.
Le virtù... Le virtù ci sono imposte
dai nostri osceni crimini...
Perch'io non spero più di ritornare
perch'io non spero
perch'io non spero più di ritornare
perchè dovrei rimpiangere
l'abusata potenza del mio regno?
E prego di poter dimenticare
queste cose che troppo
discuto con me stesso e troppo spiego
poiché non spero più di ritornare...
'a casa mì

stazione di Campiglia Marittima/febbraio duemilatredici /elezioni politiche /aspettando un intercity /ritardi/centoventi minuti/ parliamo tra ragazzi/ si fuma sul binario /ci riconosciamo /siamo tutti del sud/ torniamo/ il voto è una scusa/ parliamo di politica/ tu che voti/ io che voto/ tu ci credi/ io ci penso/ tu ci speri/ io ci spero/ tutti/ tutti ne parliamo/ il movimento a cinque stelle/ forse ci assomiglia/ qualcosa/ qualcosa di nuovo puo accadere/ ci speri/ siamo sempre di più a parlarne/ ci raccontiamo la vita/ ci raccontiamo più che ad un amico/ il treno/ finalmente/ non ci importa dei posti/ troviamo una carrozza vuota/ sediamoci tutti vicini/ continuiamo a parlare/ insieme fino a napoli/ aspettiamo le elezioni /qualcosa puo cambiare/ per noi/ per te/ tu ci credi/ io ci penso/ scendi pure tu a napoli/ scendiamo tutti a napoli /ci rivedremo forse/ 590 /571 /592 /5431 se fai un cambio /come ci si innamora/ trecento chilometri di distanza/ come faccio/ tu come fai /il lavoro /il lavoro/ i parenti vivono fuori /sono finito sotto /pure tu /occhi conosciuti /somigli a mio fratello/ pure lui genova napoli/ andata e ritorno/ un intercity /sempre in ritardo /vuoi un sorso di birra/ pensieri sui blocchetti/ passano le ore/ tu ci speri /io ci penso /fumiamo tra i vagoni.
Stazione di Campiglia Marittima /quattro anni dopo /un messaggio da mio
fratello/ hanno deciso il nuovo governo/ il potere senza maschera /vecchio potere/ potere vecchio /come chi sceglie di appassire/ oggi /aspettando un treno/ ancora in ritardo/ ci guardiamo/ non si parla di politica/ non ti fidi
più di nessuno /non ci credi/ io ci penso/ non ci credo/ parliamo un po/ somigli a mio fratello/ ora aspetta un figlio/ il lavoro
/forse mi rinnovano il lavoro/ come ti trovi fuori/ questo vento taglia la faccia/ il treno/ finalmente/ cambiamo posto/ facciamoci compagnia/ tu dove scendi/ parliamo ancora/ piove/ come è bella Capalbio/ prendi sempre lo stesso treno/ non ci siamo mai visti/ ci
riconosciamo/ vuoi un po di pane/ forse c'eri anche quattro anni fa/ il giorno delle elezioni/tu ci speravi/ io non sapevo che pensare /tornando dall'ultimo saluto a
mio nonno /sette ore di treni/ coincidenze in ritardo/ per correre da lui/ l'ultima barba/ la famiglia/ di nuovo tutti insieme/ perché non sempre/ ora c'è
un po di sole/ ma chi è questo nuovo presidente/ il lavoro/ forse mi rinnovano il lavoro/dormiamo qualche
minuto/ ci vorrà ancora un po/ non ci aiuterà nessuno/ ci pensi/ ci penso /somigli a mio fratello/ chiudi gli occhi/ ci vorrà ancora un po/ come è bella gaeta
no one's ever really ready
Scenn'a quota,
saglie 'o vuoto
saglie 'o vuoto
tuorn e nun saje si truove 'o bbuono
mentre vuol', l'ansia nguollo
finalmente tuocc'o suolo
from my chilhood a man fell
e quanti frat' cu'e frat' scumpars'
'e vetr' rutt' e 'o sanghe spars' fann' brutt' ppe nuje
ma no ppe chi se spart' 'e part' e tutt'a vita fuje
pensanno a comm', cercanno arint' nun truov' l'omm
'e vetr' rutt' e 'o sanghe spars' fann' brutt' ppe nuje
ma no ppe chi se spart' 'e part' e tutt'a vita fuje
pensanno a comm', cercanno arint' nun truov' l'omm
domenica 18 dicembre 2016
nomentano fuori le mura

e non sono mai mai stato così lucido come adesso
adesso che non posso fare altro
che camminare passo dopo passo senza vie di mezzo
ad alta voce
con un sorriso dentro
e ora vado
per non tornare nel villaggio a mani vuote
sabato 3 dicembre 2016
storia del nuovo cognome
Arrivò il 12 marzo, una giornata mite, già primaverile.
Lila volle che andassi presto nella sua vecchia casa, che l’aiutassi a lavarsi,
a pettinarsi, a vestirsi. Mandò via la madre, restammo sole. Si sedette sul
bordo del letto in mutande e reggiseno. Accanto aveva l’abito da sposa, che
pareva il corpo di una morta; davanti, sul pavimento a esagoni, c’era la conca
di rame ricolma d’acqua fumante.
«Qualsiasi cosa succeda, tu
continua a studiare». «Altri due anni: poi prendo la licenza e ho finito». «No,
non finire mai: te li do io i soldi, devi studiare sempre». Feci un risolino
nervoso, poi dissi: «Grazie, ma a un certo punto le scuole finiscono». «Non per
te: tu sei la mia amica geniale, devi diventare la più brava di tutti, maschi e
femmine». Si alzò, si tolse mutande e reggiseno, disse: «Dài, aiutami, che
sennò faccio tardi». Non l’avevo mai vista nuda, mi vergognai. Oggi posso dire
che fu la vergogna di poggiare con piacere lo sguardo sul suo corpo, di essere
la testimone coinvolta della sua bellezza di sedicenne poche ore prima che
Stefano la toccasse. La lavai con gesti
lenti e accurati, prima lasciandola accoccolata nel recipiente, poi chiedendole
di alzarsi in piedi, e ho ancora nelle orecchie il rumore dell’acqua che
sgocciola, e m’è rimasta l’impressione che il rame della conca fosse di una
consistenza non diversa da quella della carne di Lila, che era liscia, soda,
calma. Ebbi sentimenti e pensieri confusi: abbracciarla, piangere con lei,
baciarla, tirarle i capelli, ridere, fingere competenze sessuali e istruirla
con voce dotta, distanziarla con le parole proprio nel momento di massima
vicinanza. Ma alla fine rimase solo il pensiero ostile che la stavo mondando
dai capelli alle piante dei piedi, di buon mattino, solo perché Stefano la
sporcasse nel corso della notte.
L’aiutai ad asciugarsi, a vestirsi, a indossare l’abito da sposa che io – io,
pensai con un misto di fierezza e sofferenza – avevo scelto per lei. La stoffa
diventò viva, sul suo candore corse il calore di Lila, il rosso della bocca,
gli occhi scurissimi e duri. Alla fine si infilò le scarpe da lei stessa
disegnate. «Sono brutte» disse. «Non è vero». Rise in modo nervoso. «Ma
sì, guarda: i sogni della testa sono finiti sotto i piedi». Si girò con
un’espressione improvvisa di spavento: «Cosa mi sta per succedere, Lenù?»
mercoledì 30 novembre 2016
la luna, un solleone
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
e ascolta ad occhi chiusi
questa è la mia canzone.
Prego raccogli l'amore, ti prego
per un sorriso, se vuoi, te la cedo
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
ed anche a occhi chiusi
se tu mi vuoi bene saprò.
Sì, sì, lo so, non è un granchè
la canzone che ti voglio regalare
ma è stata lei che ha scelto me
nell'istante che ti stavo a guardar
come un vento che prima non c'è
d'improvviso l'ho sentita arrivar
nel momento che sorridevi a me
forse un disco s'è messo a suonar.
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
dentro le mani tue
e ascolta ad occhi chiusi
questa è la mia canzone.
Prego raccogli l'amore, ti prego
per un sorriso, se vuoi, te la cedo
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
ed anche a occhi chiusi
se tu mi vuoi bene saprò.
Sì, sì, lo so, non è un granchè
la canzone che ti voglio regalare
ma è stata lei che ha scelto me
nell'istante che ti stavo a guardar
come un vento che prima non c'è
d'improvviso l'ho sentita arrivar
nel momento che sorridevi a me
forse un disco s'è messo a suonar.
Stringimi forte i polsi
dentro le mani tue
domenica 27 novembre 2016
tuscolana
io sono una forza del Passato.
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
o guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più
Solo nella tradizione è il mio amore.
Vengo dai ruderi, dalle chiese,
dalle pale d'altare, dai borghi
abbandonati sugli Appennini o le Prealpi,
dove sono vissuti i fratelli.
Giro per la Tuscolana come un pazzo,
per l'Appia come un cane senza padrone.
o guardo i crepuscoli, le mattine
su Roma, sulla Ciociaria, sul mondo,
come i primi atti della Dopostoria,
cui io assisto, per privilegio d'anagrafe,
dall'orlo estremo di qualche età
sepolta. Mostruoso è chi è nato
dalle viscere di una donna morta.
E io, feto adulto, mi aggiro
più moderno di ogni moderno
a cercare fratelli che non sono più
una menos
'e ssentevo quanno ero figliola, 'o cchiammavano ammore
chellu fuoco ca te nasce mpietto e ca maje se ne more
'e ccumpagne parlavano zitto 'e na cosa scurnosa
ca na femmena 'a fa sulamente 'o mumento ca sposa
e pure si sposa nun songo stata maje
saccio comme volle 'o sanghe e 'o core sbatte forte assaje
quanno 'a voce d'a passione chiamma a te
quanno zitto int' 'a na recchia tu te siente 'e murmulià
nun te scurda' pecchè sta vita se ne va
nun te scurda', maje 'e te
nun t' 'o scurda' pecchè si no che campe a fa'
nun te scurda' 'e te maje
e tanto 'e llammore ca 'a sciorta m'a miso int' 'e mmane
ca 'o vvengo e 'a ggente pe' chesto me chiamma puttana
nun'aggio maje saputo sta' carcerata int' 'a casa
e n'omm ca capeva chest'nun l'aggio mai truat'
a chi me schifa dico vuo' vede'
ca 'o cuorpo tu t' 'o vinne comme a me
nun me suppuorte e chest' 'o ssaccio già
i' songo 'o specchio addò nun te vulisse maje guarda'
mamma, puttana o brutta copia 'e n'ommo
chest'è na femmena int' 'a chesta parte 'e munno
ca quanno nasce a cchesto è destinata
e si 'a cummanna 'o core d' 'a ggente è cundannata.
mamma, puttana o brutta copia 'e n'ommo
avesse voluto 'e cchiù int' 'a chesta parte 'e munno
apprezzata no p' 'e mascule sgravate no p' 'e chisto
cuorpo bello no p' 'e mazzate che aggio dato
sulamente pecchè femmena so' stata
e nu catenaccio 'o core nun me l'aggio maje nzerrato
sulamente pecchè femmena so' stata
sulamente femmena...
chellu fuoco ca te nasce mpietto e ca maje se ne more
'e ccumpagne parlavano zitto 'e na cosa scurnosa
ca na femmena 'a fa sulamente 'o mumento ca sposa
e pure si sposa nun songo stata maje
saccio comme volle 'o sanghe e 'o core sbatte forte assaje
quanno 'a voce d'a passione chiamma a te
quanno zitto int' 'a na recchia tu te siente 'e murmulià
nun te scurda' pecchè sta vita se ne va
nun te scurda', maje 'e te
nun t' 'o scurda' pecchè si no che campe a fa'
nun te scurda' 'e te maje
e tanto 'e llammore ca 'a sciorta m'a miso int' 'e mmane
ca 'o vvengo e 'a ggente pe' chesto me chiamma puttana
nun'aggio maje saputo sta' carcerata int' 'a casa
e n'omm ca capeva chest'nun l'aggio mai truat'
a chi me schifa dico vuo' vede'
ca 'o cuorpo tu t' 'o vinne comme a me
nun me suppuorte e chest' 'o ssaccio già
i' songo 'o specchio addò nun te vulisse maje guarda'
mamma, puttana o brutta copia 'e n'ommo
chest'è na femmena int' 'a chesta parte 'e munno
ca quanno nasce a cchesto è destinata
e si 'a cummanna 'o core d' 'a ggente è cundannata.
mamma, puttana o brutta copia 'e n'ommo
avesse voluto 'e cchiù int' 'a chesta parte 'e munno
apprezzata no p' 'e mascule sgravate no p' 'e chisto
cuorpo bello no p' 'e mazzate che aggio dato
sulamente pecchè femmena so' stata
e nu catenaccio 'o core nun me l'aggio maje nzerrato
sulamente pecchè femmena so' stata
sulamente femmena...
martedì 22 novembre 2016
cancellare le tracce
meno male
che non c'è più il letto matrimoniale
meglio l'accampamento
ho sempre detestato
i letti matrimoniali
non ho mai avuto
un letto matrimoniale
solo divani
complessi infantili
compromessi con l'arredamento
ho condotto una vita disordinata
ma ho sempre tenuto i miei panni ordinati
ma ho sempre detestato i vestiti
non ho mai avuto veri vestiti
ho solo accostato capi casuali
complessi adolescenziali
compromessi con l'abbigliamento
non sto a mio agio
in un letto matrimoniale
non sto a mio agio
nei vestiti
non sto a mio agio nel mondo
se stessi a mio agio
in un letto matrimoniale
e a mio agio
nei vestiti
starei a mio agio nel mondo
oppure
se stessi a mio agio nel mondo
starei a mio agio
in un letto matrimoniale
a mio agio
nei vestiti
ma perchè devo stare a mio agio
perchè bisogna stare a proprio agio
vino e psicoanalisi
vino
Nì se n'è andata
di nuovo una casa
che sembra un teatro vuoto
non c'è più nessuna parte da recitare
che non c'è più il letto matrimoniale
meglio l'accampamento
ho sempre detestato
i letti matrimoniali
non ho mai avuto
un letto matrimoniale
solo divani
complessi infantili
compromessi con l'arredamento
ho condotto una vita disordinata
ma ho sempre tenuto i miei panni ordinati
ma ho sempre detestato i vestiti
non ho mai avuto veri vestiti
ho solo accostato capi casuali
complessi adolescenziali
compromessi con l'abbigliamento
non sto a mio agio
in un letto matrimoniale
non sto a mio agio
nei vestiti
non sto a mio agio nel mondo
se stessi a mio agio
in un letto matrimoniale
e a mio agio
nei vestiti
starei a mio agio nel mondo
oppure
se stessi a mio agio nel mondo
starei a mio agio
in un letto matrimoniale
a mio agio
nei vestiti
ma perchè devo stare a mio agio
perchè bisogna stare a proprio agio
vino e psicoanalisi
vino
Nì se n'è andata
di nuovo una casa
che sembra un teatro vuoto
non c'è più nessuna parte da recitare
Sono passati i giorni. Ho guardato nella posta
elettronica, in quella cartacea, ma senza speranza. Io ho scritto spessissimo a
lei, lei non mi ha quasi mai risposto: questa è stata sempre la consuetudine.
Preferiva il telefono o le lunghe notti di chiacchiere quando andavo a Napoli. Ho
aperto i miei cassetti, le scatole di metallo dove conservo cose di ogni
genere. Poche. Ho buttato via tanta roba, in particolare ciò che la riguardava,
e lei lo sa. Ho scoperto che non ho niente di suo, non un’immagine, non un
biglietto, non un regalino. Mi sono sorpresa io stessa. Possibile che in tutti
questi anni non mi abbia lasciato niente di sé, o, peggio, io non abbia voluto conservare
alcunché di lei? Possibile.
Rino è andato in camera sua e si è reso conto che non
c’era niente, nemmeno uno dei vestiti di sua madre, né estivi né invernali,
solo vecchie grucce. L’ho mandato in giro a frugare per casa. Sparite le
scarpe. Spariti i pochi libri. Sparite tutte le foto. Spariti i filmini.
Sparito il suo computer, anche i vecchi dischetti che si usavano una volta,
tutto, ogni cosa della sua esperienza di strega elettronica che aveva cominciato
a destreggiarsi coi calcolatori già sul finire degli anni Sessanta, all’epoca
delle schede perforate. S’è tagliata via
da tutte le foto. È sparita persino la scatola con i documenti: che so, vecchi certificati
di nascita, contratti telefonici, ricevute di bollette. Lila come al solito
vuole esagerare, ho pensato. Stava dilatando a dismisura il concetto di traccia.
Voleva non solo sparire lei, adesso, a sessantasei anni, ma anche cancellare
tutta la vita che si era lasciata alle spalle. Mi sono sentita molto
arrabbiata. Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il
computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia
subaugusta lato sinistro
A Roma ho visto che il Tevere non è bello, ma trascurato nelle banchine, da dove spuntano rive a cui non c'è chi metta mano. Nessuno usa le navi da carico brunite dalla ruggine, nemmeno le barche. Arbusti ed erba alta sono infangati, e sulle balaustre solitarie dormono immobili gli operai nella calura di mezzogiorno. Fino ad ora non si è mai girato nessuno. Nessuno è mai caduto giù. Dormono dove i platani dispiegano loro un'ombra, e si calcano il cielo sulla testa. Bella è però l'acqua del fiume, verde argilla o biondo – a seconda di come la luce lo irradia. Bisogna camminare lungo il Tevere e non guardarlo dai ponti, pensati come strade che portano all'isola. La Tiberina è abitata dai Noantri – noi altri. È da intendere così, che essa, isola dei malati e dei morti fin dall'antichità, vuole essere abitata anche da noi altri, percorsa anche da noi, perché è a sua volta una nave e naviga molto lentamente nell'acqua con tutti i carichi, in un fiume che non la sente un peso.
A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimensioni e tuttavia è troppo grande. Si dice che Dio abbia voluto che la sua chiesa sorgesse sulla pietra e fosse solida. Ora si leva sopra la tomba del suo santo, che stanno riportando alla luce. Così è il santo stesso a metterla in pericolo e a indebolirla. Ciononostante le grandi solennità si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l'oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca. Sono ancora i poveri, nella loro avvedutezza, a preoccuparsi che la chiesa non crolli, e colui che l'ha fondata ormai fa conto sul passo degli angeli.
A Roma ho visto che molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque. Sulle terrazze i mastelli con gli oleandri marciscono cedendo ai fiori bianchi e rossi; i quali vorrebbero volare via, giacché non riescono a tener testa all'odore di sporcizia e decomposizione che rende il passato più vivo dei monumenti.
A Roma ho
A Roma ho visto che la basilica di San Pietro sembra più piccola delle sue reali dimensioni e tuttavia è troppo grande. Si dice che Dio abbia voluto che la sua chiesa sorgesse sulla pietra e fosse solida. Ora si leva sopra la tomba del suo santo, che stanno riportando alla luce. Così è il santo stesso a metterla in pericolo e a indebolirla. Ciononostante le grandi solennità si svolgono ancora chiassosamente, con balletti in porpora sotto baldacchini, e nelle nicchie l'oro sostituisce la cera. Chiesa granne divozzione poca. Sono ancora i poveri, nella loro avvedutezza, a preoccuparsi che la chiesa non crolli, e colui che l'ha fondata ormai fa conto sul passo degli angeli.
A Roma ho visto che molte case assomigliano al Palazzo Cenci, dove la sventurata Beatrice visse prima della sua esecuzione. I prezzi sono alti e le tracce della barbarie dovunque. Sulle terrazze i mastelli con gli oleandri marciscono cedendo ai fiori bianchi e rossi; i quali vorrebbero volare via, giacché non riescono a tener testa all'odore di sporcizia e decomposizione che rende il passato più vivo dei monumenti.
A Roma ho
E' difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d'ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch'è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un'infinita fame
d'amore, dell'amore di corpi senza anima.
Perché l'anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l'infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l'unico modo per sentire la vita,
l'unica tinta, l'unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…
ricordati Luca ca 'o paese nostro è 'o paese dell'ulivo, do malu de luna, 'o paese degli arcobaleni
ti ricordi Vincè, ti ricordi 'o capomastro quando cumincia a costruì na casa
getta una pietra sull'ombra della prima persona ca se trova a passà
perchè ci vuole lu sacrificio perchè la casa venga su solida
ti ricordi Vincè, ti ricordi 'o capomastro quando cumincia a costruì na casa
getta una pietra sull'ombra della prima persona ca se trova a passà
perchè ci vuole lu sacrificio perchè la casa venga su solida
torre argentina
Me sa mill'anni che se facci notte
p'annà da solo via da questa parte
p'annà
p'annà da solo via da questa parte
p'annà
da solo
via
da questa parte
m'è vienuta
m'è vienuta
la smania
de la morte
Tu sei un rivoluzionario. Io amo invece gli obiettori, i fuori-legge del matrimonio, i capelloni sottoproletari anfetaminizzati, i cecoslovacchi della primavera, i nonviolenti, i libertari, i veri credenti, le femministe, gli omosessuali, i borghesi come me, la gente con il suo intelligente qualunquismo e la sua triste disperazione. Amo speranze antiche, come la donna e l’uomo; ideali politici vecchi quanto il secolo dei lumi, la rivoluzione borghese, i canti anarchici e il pensiero della Destra storica. Sono contro ogni bomba, ogni esercito, ogni fucile, ogni ragione di rafforzamento, anche solo contingente, dello Stato di qualsiasi tipo, contro ogni sacrificio, morte o assassinio, soprattutto se “rivoluzionario”. Credo alla parola che si ascolta e che si dice, ai racconti che ci si fa in cucina, a letto, per le strade, al lavoro, quando si vuol essere onesti ed essere davvero capiti, più che ai saggi o alle invettive, ai testi più o meno sacri e alle ideologie. Credo sopra a ogni altra cosa al dialogo, e non solo a quello “spirituale”: alle carezze, agli amplessi, alla conoscenza come a fatti non necessariamente d’evasione o individualistici – e tanto più “privati” mi appaiono, tanto più pubblici e politici, quali sono, m’ingegno che siano riconosciuti.
La bellezza è degli sconfitti. Il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso, è inevitabilmente sconfitto. È qui il seme che crea e si traduce in futuro, vita: una sconfitta di straordinaria bellezza. Le facce degli sconfitti, le loro voci, continuano ad esistere. Sono i vincitori che non esisteranno più. Questo è il grande splendore dell’esistenza
giovedì 17 settembre 2015
Moro, suerte
/ e i poveri ciuchini che inciampavano mezzi addormentati / e gli uomini avvolti nei loro mantelli / addormentati all'ombra sugli scalini / e le grandi ruote dei carri dei tori / e il vecchio castello vecchio di mill'anni / sì e quei bei Mori tutti in bianco / e turbanti come re / che ti chiedevano di metterti a sedere in quei loro buchi di botteghe / e Ronda con le vecchie finestre delle posadas / fulgidi occhi celava l'inferriata / perché il suo amante baciasse le sbarre / e le gargotte mezzo aperte la notte / e le nacchere / e la notte che perdemmo il battello ad Algesiras / il sereno che faceva il suo giro con la sua lampada / e Oh quel pauroso torrente laggiù in fondo / Oh e il mare / il mare qualche volta cremisi come il fuoco / e gli splendidi tramonti / e i fichi nei giardini dell'Alameda / sì e tutte quelle stradine curiose / e le case rosa e azzurre e gialle / e i roseti e i gelsomini e i geranii e i cactus / e Gibilterra da ragazza dov'ero un Fior di montagna / sì quando mi misi la rosa nei capelli / come facevano le ragazze andaluse / o ne porterò una rossa / sì / e come mi baciò sotto il muro moresco / e io pensavo be' lui ne vale un altro / e poi gli chiesi con gli occhi di chiedere ancora / sì allora mi chiese se io volevo / sì dire di sì / mio fior di montagna / e per prima cosa gli misi le braccia intorno / sì e me lo tirai addosso / in modo che mi potesse sentire il petto tutto profumato / sì e il suo cuore batteva come impazzito / e sì dissi / sì voglio / sì.
Napoli, Via Chiaia, aprile 1959: l'uomo dal trench
A via Chiaia un amico mi additò due volte Renato Caccioppoli, vestito del suo logoro trench bianco sporco, curvo e prostrato la prima volta, gesticolante, come se accennasse con la mano un tema musicale, e vacillante nel passo, la seconda.
Aveva gli occhi socchiusi e pareva non vedere nessuno. Io avevo già fuggito il mondo della mia famiglia, dal quale anche lui si era molti anni prima allontanato, e in nome di valori che mi parevano affini ai miei. Somigliava in quell'incontro a un personaggio di Beckett, che in quel periodo stavo leggendo. Mentre lui si accingeva a togliersi la vita, senza che la sua intenzione fosse trapelata all'esterno, io mi accingevo a sposarmi in segreto. Ho sempre pensato da allora, per la casuale concomitanza di quei due avvenimenti, che il segreto doveva proteggere gli atti fondamentali della vita e a questo principio mi sono finora attenuta.
sti 'rrose rosse addirose,
musse' pe' vase', rosse cerase
spina ca cchiù 'ncasa
c'ò core me pogno, p'ammore se sponna
'o tiene 'mpugno stritto, sbatt'o stesso pecchè sape 'o fatt suoje,
core doce cchiù doce fallo felice
nun 'o fà cadè pure si coce
anema tu me chiamme chiammeme,
saneme circheme nun me fa spantechià
ma si me fa vasà nun me fa aspettà,
'o ffa, fallo là pe là.
Vita mia sempre conta 'o tiempo
si stu tiempo 'e te se jenche,
passeme suspire no 'nzirie
core cchiù core, core cchiù ammore
vene l'ammore e se ne va,
e se ne va,
e lascia 'o core che more, che può fa,
si se ne va e te ne vai mo
lascianno 'e spine 'int'a stu core che vò murì
je nun ce crere
nun è 'o vero
fine 'a jer stive cu me, stive cu me
musse' pe' vase', rosse cerase
spina ca cchiù 'ncasa
c'ò core me pogno, p'ammore se sponna
'o tiene 'mpugno stritto, sbatt'o stesso pecchè sape 'o fatt suoje,
core doce cchiù doce fallo felice
nun 'o fà cadè pure si coce
anema tu me chiamme chiammeme,
saneme circheme nun me fa spantechià
ma si me fa vasà nun me fa aspettà,
'o ffa, fallo là pe là.
Vita mia sempre conta 'o tiempo
si stu tiempo 'e te se jenche,
passeme suspire no 'nzirie
core cchiù core, core cchiù ammore
vene l'ammore e se ne va,
e se ne va,
e lascia 'o core che more, che può fa,
si se ne va e te ne vai mo
lascianno 'e spine 'int'a stu core che vò murì
je nun ce crere
nun è 'o vero
fine 'a jer stive cu me, stive cu me
col mio corpo sulle spalle
discenderai questa montagna, Rainer
giù per il Tabor, cioè pe San Martino
intervalli di respiro irregolari
epperò
tutt'a sghimbescio, tutto sottosopra,
specchio capovolto nella rétina dell'occhio
cono rovesciato
la stanza sarà vuota come prima, senza me -
vuoto, altrettanto, il cunicolo di luce
la tana di poesia al terzo piano.
Avanzerai ingobbito, tu, al posto mio,
sotto il peso di un grifone a quattro teste -
mon cadavre -
piume ed artigli impallinati,
piombo scarlatto sulle lingue penzolanti.
Navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo:
spugna, la mia pelle, saliva, la scrittura:
sarò buono da mangiare alla Tavola dei Poveri -
feste di santa Maria - Cannibala -
occhi scuri, scuri, tragici, Medea
è una cosa certa come il Monte Bianco, come l'Elburz: loro non si sposteranno! E il Vesuvio, Boris, che scuote e non si sposta! Attraverso la natura si può capire tutto, tutto l'essere umano - perfino te, perfino me.
Un tempo c'erano i parnassiani, adesso i vesuviani.
E i primi vesuviani siamo tu, io.
Marina Cvetaeva
a Boris Pasternak, 1925
Un tempo c'erano i parnassiani, adesso i vesuviani.
E i primi vesuviani siamo tu, io.
Marina Cvetaeva
a Boris Pasternak, 1925
per un ecologia integrale
"La politica non deve sottomettersi all’economia e questa non deve sottomettersi ai dettami e al paradigma efficientista della tecnocrazia. Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana. Il salvataggio ad ogni costo delle banche, facendo pagare il prezzo alla popolazione, senza la ferma decisione di rivedere e riformare l’intero sistema, riafferma un dominio assoluto della finanza che non ha futuro e che potrà solo generare nuove crisi dopo una lunga, costosa e apparente cura.
Affinché sorgano nuovi modelli di progresso abbiamo bisogno di cambiare il modello di sviluppo globale, la qual cosa implica riflettere responsabilmente sul senso dell’economia e sulla sua finalità.
Non basta conciliare, in una via di mezzo, la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso. Su questo tema le vie di mezzo sono solo un piccolo ritardo nel disastro.
In questo quadro, il discorso della crescita sostenibile diventa spesso un diversivo e un mezzo di giustificazione che assorbe valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia, e la responsabilità sociale e ambientale delle imprese si riduce per lo più a una serie di azioni di marketing e di immagine. Abbiamo bisogno di una politica che pensi con una visione ampia, e che porti avanti un nuovo approccio integrale, includendo in un dialogo interdisciplinare i diversi aspetti della crisi
Ogni progetto produttivo o di qualsiasi politica, piano opera o programma dev’essere elaborato in modo interdisciplinare, trasparente e indipendente da ogni pressione economica o politica. Dev’essere connesso con l’analisi delle condizioni di lavoro e dei possibili effetti sulla salute fisica e mentale delle persone, sull’economia locale, sulla sicurezza. I risultati economici si potranno così prevedere in modo più realistico, tenendo conto degli scenari possibili ed eventualmente anticipando la necessità di un investimento maggiore per risolvere effetti indesiderati che possano essere corretti. È sempre necessario acquisire consenso tra i vari attori sociali, che possono apportare diverse prospettive, soluzioni e alternative. Ma nel dibattito devono avere un posto privilegiato gli abitanti del luogo, i quali si interrogano su ciò che vogliono per sé e per i propri figli, e possono tenere in considerazione le finalità che trascendono l’interesse economico immediato. Bisogna abbandonare l’idea di “interventi” sull’ambiente, per dar luogo a politiche pensate e dibattute da tutte le parti interessate. La partecipazione richiede che tutti siano adeguatamente informati sui diversi aspetti e sui vari rischi e possibilità, e non si riduce alla decisione iniziale su un progetto, ma implica anche azioni di controllo o monitoraggio costante. C’è bisogno di sincerità e verità nelle discussioni scientifiche e politiche, senza limitarsi a considerare che cosa sia permesso o meno dalla legislazione.
Nei Paesi che dovrebbero produrre i maggiori cambiamenti di abitudini di consumo, i giovani hanno una nuova sensibilità ecologica e uno spirito generoso, e alcuni di loro lottano in modo ammirevole per la difesa dell’ambiente, ma sono cresciuti in un contesto di altissimo consumo e di benessere che rende difficile la maturazione di altre abitudini. Per questo ci troviamo davanti anche ad una sfida educativa.
Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico. Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario.
La situazione attuale del mondo provoca un senso di precarietà e di insicurezza, le persone diventano autoreferenziali e si isolano nella loro coscienza. Perciò non pensiamo solo alla possibilità di terribili fenomeni climatici o grandi disastri naturali, ma anche a catastrofi derivate da crisi sociali.
Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle.
Se i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi, la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le proprie abitudini e diventano incoerenti.
Tuttavia, non basta che ognuno sia migliore per risolvere una situazione tanto complessa come
quella che affronta il mondo attuale. I singoli individui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica
e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con
la mera somma di beni individuali: Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni
La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una
conversione comunitaria
Non tutti sono chiamati a lavorare in maniera diretta nella politica, ma in seno alla società fiorisce una innumerevole varietà di associazioni che intervengono a favore del bene comune, difendendo l’ambiente naturale e urbano. Per esempio, si preoccupano di un luogo pubblico (un edificio, una fontana, un monumento abbandonato, un paesaggio, una piazza), per proteggere, risanare, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti. Intorno a loro si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica. Questo vuol dire anche coltivare
un’identità comune, una storia che si conserva e si trasmette. In tal modo ci si prende cura del mondo e della qualità della vita dei più poveri, con un senso di solidarietà che è allo stesso tempo consapevolezza di abitare una casa comune.
Il movimento ecologico mondiale ha già fatto un lungo percorso, arricchito dallo sforzo di molte organizzazioni della società civile. Grazie a tanto impegno, le questioni ambientali sono state sempre più presenti nell’agenda pubblica e sono diventate un invito permanente a pensare a lungo termine. Ciononostante, i Vertici mondiali sull’ambiente degli ultimi anni non hanno risposto alle aspettative a causa delle posizioni dei Paesi che privilegiano i propri interessi nazionali rispetto al bene comune globale. Quanti subiranno le conseguenze che noi tentiamo di dissimulare, ricorderanno questa mancanza di coscienza e di responsabilità."
"Sì, ecco qual è la vera congiura. Persuadere tutti noi che il mondo intero è pazzo! Informe! Privo di senso! Assurdo! Ecco lo sporco gioco. Perciò ho perso la mia causa! E con questo? Lo sa? Anche lei è perduto. Tutto è perduto. Tutto. E che significa? Crede basti una sentenza a condannare l'universo intero alla follia?"


vuelvo al sur
Toco tu boca, con un dedo toco el borde de tu boca, voy dibujándola como si saliera de mi mano, como si por primera vez tu boca se entreabriera, y me basta cerrar los ojos para deshacerlo todo y recomenzar, hago nacer cada vez la boca que deseo, la boca que mi mano elige y te dibuja en la cara, una boca elegida entre todas, con soberana libertad elegida por mí para dibujarla con mi mano por tu cara, y que por un azar que no busco comprender coincide exactamente con tu boca que sonríe por debajo de la que mi mano te dibuja.
Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más de cerca y nuestros ojos se agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran, respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente, mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes, jugando en sus recintos donde un aire pesado va y viene con un perfume viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo, acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos, de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el agua.
Me miras, de cerca me miras, cada vez más de cerca y entonces jugamos al cíclope, nos miramos cada vez más de cerca y nuestros ojos se agrandan, se acercan entre sí, se superponen y los cíclopes se miran, respirando confundidos, las bocas se encuentran y luchan tibiamente, mordiéndose con los labios, apoyando apenas la lengua en los dientes, jugando en sus recintos donde un aire pesado va y viene con un perfume viejo y un silencio. Entonces mis manos buscan hundirse en tu pelo, acariciar lentamente la profundidad de tu pelo mientras nos besamos como si tuviéramos la boca llena de flores o de peces, de movimientos vivos, de fragancia oscura. Y si nos mordemos el dolor es dulce, y si nos ahogamos en un breve y terrible absorber simultáneo del aliento, esa instantánea muerte es bella. Y hay una sola saliva y un solo sabor a fruta madura, y yo te siento temblar contra mí como una luna en el agua.
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