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un Edipo troppo grande.
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martedì 31 gennaio 2012
giovedì 26 gennaio 2012
venerdì 13 gennaio 2012
Questo è Franz Kafka
- NON SI SFUGGE ALLA MACCHINA
La definizione di 'kafkiano' è stata incredibilmente banalizzata, e viene usata indifferentemente per qualificare, nella sua accezione volgare, tutto ciò che presenta un aspetto labirintico, strano cupo o assurdo.
Per quanto riguarda il cinema pochi film in realtà testimoniano un’autentica ispirazione kafkiana, oltre che nelle tematiche anche nelle atmosfere, nelle inquadrature e nelle architetture.
Questo ci ha spinto a decidere di proiettare: 'Il processo' di Orson Welles (che riteniamo a distanza di tanti decenni dalla realizzazione, la migliore pellicola intorno a Kafka); e ad accompagnarla una più recente: Fuori Orario di Martin Scorsese (che sebbene su toni diversi e con meno elementi, richiama chiaramente ad alcune caratteristiche kafkiane che analizzeremo più avanti).
In questi due film non c'è soltanto Kafka, riferimenti minori in Welles vanno ricercati in tutti i suoi film di quel periodo (Citizen Kane, La signora di Shangai), e in Fuori Orario si noteranno riferimenti al Mago di Oz e ad alcune novelle di Boccaccio.
Di seguito analizziamo brevemente alcune caratteristiche dell'opera di Kafka che ci interessano come introduzione e approfondimento al ciclo di proieizioni, soffermandoci su alcuni elementi che ritroveremo nel Processo di Welles e in funzione di confronto e in maniera minore in Fuori Orario di Scorsese.
Tra i registi e film kafkiani, oltre ad Orson Welles, si potrebbero citare fra i tanti anche Alfred Hitchcock, David Cronenberg, Joseph Losey, e tutta una lunga lista di singoli film che si avvicinano alle caratteristiche del genio praghese.
Ad essere abusata non è solo la definizione di kafkiano, ma anche e soprattutto i temi dell’opera di Kafka, che sono ormai diventati, a distanza di decenni, patrimonio comune della cultura occidentale contemporanea (basti pensare, per ricordarne solo uno dei più inflazionati, al rapporto cittadino-sistema burocratico). Questo ha comportato inevitabilmente una loro banalizzazione, ma conferma anche la loro attualità e la loro dimensione problematica e angosciante.
Quello intorno a Kafka è un cinema politico, non fondato sulla possibilità di evoluzione-rivoluzione, ma sull'impossibilità-intollerabilità. Non ci risparmiamo questo vicolo cieco, anticorpo necessario per non cadere in popoli e rivoluzioni di cartapesta.
Il centro della nostra ricerca è riassunto nella frase 'non si sfugge alla macchina', ovvero l'analisi dell'individuo vittima di meccanismi totalizzanti che pervadono tutti gli aspetti della vita e della società, una rappresentazione che ci apre un vastissimo campo di analisi delle forze sociali e del potere, una rete di relazioni pregne di desiderio che permettono di spiegare in modo profondo la realtà, quella realtà che Kafka aveva saputo vedere con decenni di anticipo, e che oggi si rivela in tutta la sua potenza.
P.s.
Quelle che seguono sono solo alcune delle strade possibili per entrare nell'opera di Kafka.
Queste riflessioni non vogliono essere una spiegazione del Processo e di Fuori Orario, e non valgono neanche come analisi dell'opera di Kafka (che non sarebbe certo possibile realizzare in poche paginette). Senza pretesa di completezza, omettiamo volutamente tutta una lunga serie di ragionamenti che servirebbero per un'analisi complessiva.
Per un maggiore approfondimento consigliamo in fondo alla pagina una bibliografia minima.
- LA MACCHINA:
PORTE SENZA USCITE [triangoli-segmenti-concatenamenti-ingranaggi]
Aprire la porta dell'opera di Kafka significa entrare in una rete di ingranaggi, connessi da porte e soggetti connettori (spesso triangoli sociali) che formano quella che definiremo 'la macchina', un sistema permeante e totalizzante di tutta la società, e per questo non riconoscibile nella sua completezza, denso di aspetti di potere e desiderio.
Partendo da quello che si può forse definire il triangolo sociale originario, cioè quello familiare (padre-madre-figlio), si diramano o si mischiano altri triangoli dai quali la famiglia mutua la propria missione di propagare la sottomissione, di abbassare e far abbassare la testa: il triangolo giudiziario, economico, burocratico, politico ecc..
Questi triangoli sono spesso sfocati, diffusi, totalizzanti, si trasformano e si confondono gli uni negli altri, ad esempio: giudice-avvocato-imputato, zio-avvocato-impiegati, impiegati-poliziotti-giudici donne-pittori-avvocati donne-giudici-imputati.
Man mano che emergono tutti i vari triangoli oppressivi, emerge la possibilità-impossibilità di una via d'uscita, di una linea di fuga.
Tutte le porte, le uscite, le fughe, non portano a liberarsi della macchina perchè seguono la direzione di altri segmenti a loro volta collegati: questo aspetto è anche 'geografico' e 'architettonico', ad esempio: aprendo la porta dello sgabuzzino della banca ci si ritrova in tribunale, aprendo la porta dietro lo studio del pittore ci si ritrova negli uffici di cancelleria, se si procede dietro al tribunale comincia un groviglio di uffici e tunnel, come un'invasione cancerosa, che occupa tutti gli spazi.
Quello che fa Kafka è estrarre dalle rappresentazioni sociali i concatenamenti e le macchine, per poi smontarli.
I personaggi del Processo, ad esempio, sono tutti funzionari o ausiliari della giustizia, e non solo i giudici gli avvocati e gli imputati, ma anche le donne le ragazzine il pittore e lo stesso K.
Durante il romanzo e durante il film, trasformando i triangoli sino all'illimitato, facendo sdoppiare i doppi fino all'indefinito, Kafka ci apre un vastissimo campo di analisi delle forze sociali e del potere , una rete di relazioni pregne di desiderio che permettono di spiegare in modo profondo la realtà.
“Il meccanismo fa parte della Macchina in quanto pezzo meccanico, ma anche quando smette di esserlo”.
Ecco il genio di Kafka, l’aver compreso che gli uomini e le donne sono parte integrante della Macchina dell'oppressione anche e soprattutto nel tessuto delle connessioni familiari, nel riposo, nell'amore, nella protesta, nell'indignazione, al di là della stessa “autentica” alienante e meccanizzante catena di montaggio.
Entrare nella macchina, uscirne, accostarla, fa sempre parte della macchina. Fuga - rivolta - protesta: sono gli stati del desiderio.
L'animale fa parte della macchina-tana anche quando ne è fuori. Il lavoratore fa parte della macchina-montaggio anche fuori dal lavoro. Nel romanzo Il Castello la differenza fra Castello e Paese si perde. Nel Processo abbiamo a che fare con una macchina-giustizia talmente totalizzante che non fa differenza sapere d'esserci dentro o fuori.
L'ILLUSIONE DELL'ARTE COME FUGA
Anche l'arte in Kafka fa parte dell'ingranaggio: oltre alla macchina della letteratura e della scrittura, prendiamo ad esempio la scena in cui K per risolvere il suo caso si reca dal pittore Titorelli su consiglio della cameriera dell'avvocato: il pittore è famoso “per avere una grossa influenza sulla corte, come nessun altro ne ha”, e perchè si occupa di 'aiutare il prossimo'.
Anche l'arte, come le donne, aprono delle vie di fuga apparenti.
Anzi Titorelli gli precisa che è proprio nel suo studio, quando arrivano i giudici a farsi fare il ritratto, che si muovono i fili del meccanismo della giustizia.
Arte e potere quindi. Arte di Stato.
Arte a cui Kafka assegna una funzione assai superiore che agli altri elementi.
Quando i due si congederanno, Titorelli regalerà a K. dei quadri tutti intitolati "fuga nella brughiera" ("vedo che il soggetto le piace"), e quando K aprirà la porta antistante lo studio per scappare, si ritroverà con stupore nei corridoi degli uffici della Corte Suprema: "che c'è, non lo sapeva? anche il mio studio appartiene alla Corte!".
Cameriera dell'avvocato - Pittore - Corte Suprema.
Un triangolo del meccanismo della macchina.
Anche in Fuori Orario l'arte è l'unico mezzo per il protagonista per fuggire da un circolo di eventi assurdi da cui non riusciva ad uscire: ma quell'arte sotto forma di scultura, lo riporterà nella stanza del suo ufficio, davanti al suo computer di lavoro.
L'arte dà quindi l'illusione di essere una via di fuga, per aiutare l'uomo ad uscire dal meccanismo. Ma è una libertà apparente, una libertà illusoria, di cartapesta.
SEGMENTI E DESIDERIO - LA DONNA E LA CONNESSIONE - PORNOGRAFIA IN KAFKA
La macchina collega segmenti fra loro anche distantissimi.
Ogni segmento è potere e insieme una figura del desiderio, e il desiderio è polivoco e pervade tutto.
Là dove si credeva che ci fosse la legge c'è invece il desiderio, e desiderio soltanto.
Nel Processo anche le donne equivoche e le ragazzine perverse sono funzionari della giustizia, non solo la corte e gli avvocati, e il libro del giudice è invece pieno di figure oscene. La legge scritta su un libro porno.
Non si può quindi parlare della macchina senza soffermarsi su un elemento fondamentale che connette svariati segmenti, e che è rappresentato dalle figure delle donne.
K nel Processo è funzionario di banca e su questo segmento in connessione con tutta una serie di funzionari, di clienti, e con Elsa, l'amichetta; ma è anche arrestato in connessione con ispettori testimoni e la signorina Burstner; ed imputato in connessione con uscieri, giudici, e con la lavandaia; esperto in procedura in connessione con l'avvocato e Leni; artista in connessione con Titorelli e le bambine.
Ognuna di esse è attaccata ad un segmento: una al sistema bancario, un'altra ai funzionari subalterni, un altra ancora al giudice istruttore e agli avvocati, e tutte a loro volta sono connesse con la funzione generale, cioè con il Processo.
Queste serie di donne nel Processo fanno godere indiscriminatamente giudici avvocati e imputati.
Ci si perde, eroticamente, con un inserviente nel retro di un ufficio, con una cameriera nel salone dell'avvocato, con un altra nell'aula di tribunale. Senza contare i riferimenti all'omosessualità di Titorelli nel far spogliare K nello studio.
Anche in Fuori Orario il protagonista per desiderio si abbandona ad una serie di relazioni che lo porteranno in quel circolo di eventi assurdi da cui non riesce ad uscire, e cercherà in altre donne l'aiuto per aprirsi una via di fuga; anche in questo caso ognuna di queste donne rappresenterà poi un ulteriore segmento di quel meccanismo misterioso che opprimerà il personaggio per tutta la notte.
Non c'è modo migliore per dire che la funzione generale è indissolubilmente sociale ed erotica.
Il ruolo delle ragazze è quasi sempre di rompere un segmento, aprire una linea di fuga, svelare la contiguità di ciò che invece si credeva remoto; ma è una fuga che porta ad attaccarsi ad un altro pezzo della macchina, ogni segmento ha una porta sul corridoio che lo collega con un altro.
Quindi l'erotismo di queste donne non ha affatto una funzione ritardante del processo o deviante dell'attenzione di K, come molti hanno invece scritto.
K si perde con queste donne, in un abbandono in cui si misconosce, e con queste donne K si fonde.
Ecco, i personaggi del Processo non sono più persone, ma una molteplicità irriducibile in divenire,valgono solo in quanto trasformazione gli uni degli altri. Tutti i personaggi, poliziotti colleghi studenti portieri bambine avvocati pittori preti formano una serie proiettiva di una stessa esistenza che non esiste al di fuori delle proprie metamorfosi.
Kafka si masturba davanti alle istituzioni, K tocca il culo alle donne, fa sesso in piena aula di tribunale, mentre di Kafka tutti hanno capito che è l'auto-processo! Mentre egli è imputato magistrato accusatore: tutto è in questo processo. E' l'immensità de Il Castello! Il pubblico crede che Kafka si è fatto il processo da solo per dire che siamo tutti colpevoli. Ne hanno fatto uno scrupolo di coscienza di questo grande pornografo che era Kafka.
Non è semplice sesso il suo, è pornografia. Eccesso di desiderio. Il vero senso dell'osceno.
Fece infatti scandalo fra tutti gli studiosi che non avevano capito questo aspetto di Kafka, la scoperta che lo scrittore possedeva in cassaforte numerose riviste porno e che usava frequentare spesso cinema per vedere film spinti, portandosi dietro anche le sorelle.
Altro che intimista ed esteta!
KAFKA E LA LEGGE: "non è necessario credere che tutto sia vero, ma che tutto è necessario"
Tanto è stato scritto su Kafka e Il Processo, molte stupidaggini sull'allegoria, il simbolismo, dramma interiore, l'autoprocesso, la trascendenza della legge, l'apriori della colpa.
Ma Kafka ha un'intenzione ben diversa.
Il problema di Kafka non è tanto di costruire un immagine della legge trascendente e inconoscibile quanto di smontare il meccanismo di una macchina ben più grande che ha bisogno della legge solo per accordare i suoi ingranaggi.
Le figure della legge, i segmenti dei poliziotti o quello degli avvocati, non si presentano più come elementi gerarchizzati della legge ma come agenti di ingranaggi connessi e comunicanti con altri.
Il Processo è innanzitutto un'indagine scientifica sul funzionamento della macchina, in cui la legge svolge il ruolo di armatura esterna.
Certo nel Processo la legge ha un contenuto che resta inconoscibile, può essere solo enunciata in sentenza, e la sentenza appresa solo in una pena. Nessuno conosce l'interno della legge. La verità è sempre nell'ufficio accanto, e poi in quello accanto ancora.
Ma K si accorge che l'importante non è quello che avviene in tribunale, ma i movimenti delle parti, le agitazioni molecolari che si giocano nei corridoi, dietro le quinte, nella stanza accanto, tutti i micro-eventi che esprimono il desiderio e i suoi casi.
Anche la politica funziona così per Kafka. Nei congressi socialisti ad esempio, tutti i problemi si affrontano nei retroscena dei meeting, altrove, mentre nei dibattiti si affrontano solo le questioni ideologiche.
Se il potere è segmentato, la legge non è conoscibile, è inaccessibile e irrappresentabile.
"Posso ottenere per te un rinvio a giudizio illimitato", gli dice Titorelli. Il Processo è infinito.
Il pittore dipinge la giustizia come fortuna cieca, desiderio alato.
E' curiosa la giustizia con le ali, dice K, per non turbare la bilancia la giustizia non dovrebbe muoversi
ISTITUZIONI TOTALIZZANTI_POLITICA IN KAFKA
Ciò che è inquietante in Kafka oltre agli eventi, è che i soggetti si comportino come se si trovassero davanti a fenomeni normali, e il personaggio K nei vari romanzi non fa mai la domanda ovvia che ci si aspetta davanti agli eventi assurdi di cui è parte.
Questa normalità ci dice due cose:
1. per Kafka terrificante è la quotidianità del grottesco
2. se il potere non è piramidale ma è segmentato, i soggetti non lo riconoscono; il potere diviene imperscrutabile, e quindi i soggetti non si rendono conto di essere parte della macchina (da qui l'importanza dei subalterni).
Nei paesi sovietici Kafka fu duramente attaccato per " l'intimismo piccolo-borghese e l'assenza di ogni critica sociale, e per lo spietato ritratto della burocrazia e dei lavoratori".
Kafka è proprio quello che il Partito comunista estromette.
Ne è lontano perchè mette in discussione lo schema di ogni potere, sfuma le distanze fra oppressi e oppressori, contesta i regimi e in particolare la burocrazia sovietica e ci parla del welfare-state che accudisce il cittadino "dalla culla alla tomba" (fra scuola lavoro dopolavoro cral e pensione, tipico delle socialdemocrazie), ne è lontano perchè per Kafka lo sfruttamento non avviene solo sulla catena di montaggio, ma soprattutto lo scrittore mette in discussione il mito dell'emancipazione attraverso il lavoro.
"Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro. Anche se non si scappa mai dalla catena di montaggio. On n'échappe pas de la machine. Non si sfugge alla macchina. L'oppressione durissima si fa sentire poi in auto, in famiglia, in casa, nella rivoluzione, nell'amore, nella speranza."
Il potere, e quindi anche lo sfruttamento, è diffuso in tutto il campo sociale e assume forme molteplici.
Nel Processo K è un burocrate, e il luogo di lavoro viene rappresentato come un alienante capannone fatto da piccole scrivanie per ogni funzionario e una macchina da scrivere per lavoratore. Una fabbrica di burocrati, che verrà poi messa in connessione con la sua famiglia, con il segmento delle donne e con quello della giustizia.
In Fuori Orario il protagonista è un programmatore informatico che nelle ore del dopolavoro prova a svagarsi fra letture erotiche e appuntamenti con ragazze appena conosciute, e alla fine del giro ritornerà senza volerlo davanti al computer del suo ufficio. L'oppressione non è dovuta solo al lavoro quindi (che di sicuro non rende liberi) ma a tutta la serie di segmenti a cui è connesso l'individuo anche al di fuori del posto di lavoro.
Le macchine fanno coesistere macchinisti carnefici e vittime, potenti e impotenti, un eros burocratico, che potrebbe essere capitalista comunista o fascista. E non esiste un desiderio rivoluzionario che si opponga alle macchine del potere.
Guardando gli eventi del suo tempo, Kafka vide l'America precipitare e indurire il capitalismo, lo sfacelo economico aprire la strada ai fascismi, la rivoluzione russa e le altre rivoluzioni aprire le strade a nuove inaudite forme di stato onnipresente e burocratizzato, altro che rinnovamento e liberazione dell'uomo.
Allora con la sua macchina letteraria Kafka cercherà di anticipare queste precipitazioni, superarle, come un orologio che anticipa il tempo. Se non è possibile distinguere fra oppressi e oppressori, fra potere e desiderio, occorre trascinarli tutti in un avvenire troppo possibile nella speranza che così facendo si schiudano anche delle linee di fuga o di difesa vacillanti e deboli. Afferrare il mondo per farlo fuggire, invece di fuggire o accarezzarlo. La chiave della ricerca starà proprio nel riconoscere di essere parte integrante della Macchina. Questa la presa di coscienza che può distruggere la spersonalizzazione.
Tutto il mondo di Kafka vive una grande spersonalizzazione. Non c'è soggetto, ci sono solo concatenamenti collettivi.
La lettera K non designa più nè un narratore nè un personaggio ma un concatenamento macchinistico.
Non esiste più una condizione privata che non sia immediatamente anche politica, dal momento in cui i triangoli oppressivi della macchina collegano famiglia, potere, giustizia, economia, sesso e sentimenti.
Kafka è politico da cima a fondo, indovino del mondo futuro e dei concatenamenti vecchi e nuovi.
Uno scrittore al di sopra delle leggi degli stati dei regimi. Tutto è politica in Kafka.
ORSON WELLES E KAFKA: ARCHITETTURE DI UN FEELING
Il cinema di Orson Welles, al di là del Processo ma già in Citizen Kane, Falstaff, La signora di Shangai, ha un rapporto profondo con l'architettura. Architetture di splendori e decadenze, barocchi degradati, salite e discese, scalinate infinite, edifici mastodontici, soffitti bassissimi, riprese dall'alto e controriprese. Grandi angoli e grandi profondità di campo, corridoi illimitati, trasversali contigue.
Le architetture e i movimenti di macchina di Welles sono già quelli che animano l'opera letteraria di Kafka, e il film Il Processo combina benissimo questi elementi come possiamo vedere nella scena del pittore Titorelli con le bambine nel lungo corridoio sbarrato di legno, le lontananze, le contiguità e le linee di fuga.
Welles esplora ogni regione (quella delle donne, dell'infanzia, dell'arte), non rivelando immagini-ricordo ma liberando presenze allucinatorie: il libro più serio è anche pornografico, gli adulti più minacciosi sono anche bambini e vengono picchiati, le donne sono al servizio della giustizia, ma la giustizia forse è amministrata da bambine, e la segretaria dell'avvocato è una donna una bambina o un dossier sfogliato?
Se Welles ha affrontato Kafka con successo è perchè ha saputo mostrare come regioni spazialmente distanti comunicavano fra loro. In questi cunicoli stretti Antony Perkins apre le porte e si ritrova dentro la macchina.
Il sistema del giudizio diventerà definitivamente impossibile anche e soprattutto per lo spettatore.
P.S.
Kafka era restio a pubblicare le sue cose, e quel poco che pubblicò in vita, lo fece sotto insistenza degli amici, e insistendo con gli editori per la correttezza della pubblicazione.
Gran parte delle sue opere è stata pubblicata postuma.
Prima di morire Kafka aveva dato l'incarico al suo amico e testamentario Max Brod di bruciare tutta la sua opera.
Una parte di scritti Kafka li aveva già bruciati precedentemente, e altri li aveva sequestrati e distrutti la Gestapo.
Brod contro le sue indicazioni conservò e sistemò il materiale rimasto che tramite passaggi di eredità anche indiretti sono arrivati fino a noi. Il processo, come quasi tutte le opere di Kafka, è quindi un romanzo incompleto, rivisto e modificato da Brod.
Su questa volontà quasi di segretezza dello scrittore praghese non vogliamo elaborare teorie.
Dopo aver fatto un pò di chiarezza (si spera), concludiamo con una frase di Bene che ci confonde di nuovo le idee:
"Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l'arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l'arte è diventata decorativa, consolatoria. L'abuso d'informazione dilata l'ignoranza con l'illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso."
Auguri.
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bibliografia minima consigliata:
- Gilles Deleuze Felix Guattarì : Kafka, per una letteratura minore _Quodilbet editore
- Gilles Deleuze: Cinema L'immagine-tempo L'immagine-movimento _Ubueditore
- Franz Kafka: Racconti - Romanzi _Mondadori_I meridiani
mercoledì 11 gennaio 2012
La pansè
Ogni giorno cambi un fiore
e lo appunti in petto a te...
Stamattina, sul tuo cuore,
ci hai mettuto una pansé...
E perché ce l'hai mettuta?
se nun sbaglio l'ho capito...
Mi vuoi dire, o bella fata,
che tu pensi sempro a me...
Ah!....
Che bella pansé che tieni,
che bella pansé che hai...
me la dai?
me la dai?
me la dai la tua pansé?
Io ne tengo un'altra in petto
e le unisco tutt'e due:
Pansé mia e pansé tua...
in ricordo del nostro amor!
Questo sciore avvellotato,
tanto caro io lo terrò...
Quando si sará ammosciato,
io me lo conserverò....
Ci ha tre petali, tesoro,
e ogneduno ci ha un pensiero...
sono petali a colori:
uno giallo e due marrò...
Ah!...
Che bella pansé che tieni...
Tu sei come una fraffalla
che svolacchia intorno a me...
Poi ti appuoi sulla mia spalla
con il pietto e la pansé...
Io divento un mammalucco,
poi ti vaso sulla bocca
e mi sembra un tricchi-tracco
questo vaso che do a te!
e lo appunti in petto a te...
Stamattina, sul tuo cuore,
ci hai mettuto una pansé...
E perché ce l'hai mettuta?
se nun sbaglio l'ho capito...
Mi vuoi dire, o bella fata,
che tu pensi sempro a me...
Ah!....
Che bella pansé che tieni,
che bella pansé che hai...
me la dai?
me la dai?
me la dai la tua pansé?
Io ne tengo un'altra in petto
e le unisco tutt'e due:
Pansé mia e pansé tua...
in ricordo del nostro amor!
Questo sciore avvellotato,
tanto caro io lo terrò...
Quando si sará ammosciato,
io me lo conserverò....
Ci ha tre petali, tesoro,
e ogneduno ci ha un pensiero...
sono petali a colori:
uno giallo e due marrò...
Ah!...
Che bella pansé che tieni...
Tu sei come una fraffalla
che svolacchia intorno a me...
Poi ti appuoi sulla mia spalla
con il pietto e la pansé...
Io divento un mammalucco,
poi ti vaso sulla bocca
e mi sembra un tricchi-tracco
questo vaso che do a te!
ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più -ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più..
venerdì 30 dicembre 2011
sabato 24 dicembre 2011
Miseria dell'ambiente studentesco
Introduzione alla vita non-fascista
Come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari ? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri sentimenti e i nostri piaceri dal fascismo? Come snidare il fascismo rintanato nel nostro carattere ?
- Azione politica libera da qualsiasi paranoia totalizzante e unitaria.
- Sviluppo di azioni, pensieri e desideri mediante proliferazione, giustapposizione, disgiunzione, e non per suddivisione e gerarchizzazione piramidale.
- Non fidarsi più delle vecchie categorizzazioni del Negativo (legge, limite, castrazione, carenza, lacuna), per troppo tempo sacralizzate dal pensiero occidentale come forma di potere e accesso alla realtà. Preferire ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità, i flussi all’unità, le disposizioni mobili ai sistemi. Credere che ciò che è produttivo è nomadico e non sedentario.
- Non credere che occorra essere tristi per essere militanti, per quanto sia abominevole ciò che si combatte. E’ la connessione del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nella forma della rappresentazione) che possiede forza rivoluzionaria.
- Non usare il pensiero per fondare una pratica politica sulla Verità, né l’azione politica per screditare – in forma meramente speculativa – una linea di pensiero.
- Usare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e degli ambiti d’intervento dell’azione politica.
- Non chiedere alla politica il ripristino dei “diritti individuali”, come sono stati definiti dalla filosofia. L’individualità è un prodotto del potere. Ciò che occorre è “de-individualizzarsi”, con la moltiplicazione e la dislocazione, in combinazioni diverse.
- Il gruppo non dev’essere un legame organico che unisce individui gerarchizzati, ma un costante generatore di”de-individualizzazione”.
- Non innamorarsi del potere.
Michel Foucault
tratto dalla prefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari, Antiedipo (1972)
Come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari ? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri sentimenti e i nostri piaceri dal fascismo? Come snidare il fascismo rintanato nel nostro carattere ?
- Azione politica libera da qualsiasi paranoia totalizzante e unitaria.
- Sviluppo di azioni, pensieri e desideri mediante proliferazione, giustapposizione, disgiunzione, e non per suddivisione e gerarchizzazione piramidale.
- Non fidarsi più delle vecchie categorizzazioni del Negativo (legge, limite, castrazione, carenza, lacuna), per troppo tempo sacralizzate dal pensiero occidentale come forma di potere e accesso alla realtà. Preferire ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità, i flussi all’unità, le disposizioni mobili ai sistemi. Credere che ciò che è produttivo è nomadico e non sedentario.
- Non credere che occorra essere tristi per essere militanti, per quanto sia abominevole ciò che si combatte. E’ la connessione del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nella forma della rappresentazione) che possiede forza rivoluzionaria.
- Non usare il pensiero per fondare una pratica politica sulla Verità, né l’azione politica per screditare – in forma meramente speculativa – una linea di pensiero.
- Usare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e degli ambiti d’intervento dell’azione politica.
- Non chiedere alla politica il ripristino dei “diritti individuali”, come sono stati definiti dalla filosofia. L’individualità è un prodotto del potere. Ciò che occorre è “de-individualizzarsi”, con la moltiplicazione e la dislocazione, in combinazioni diverse.
- Il gruppo non dev’essere un legame organico che unisce individui gerarchizzati, ma un costante generatore di”de-individualizzazione”.
- Non innamorarsi del potere.
Michel Foucault
tratto dalla prefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari, Antiedipo (1972)
lunedì 12 dicembre 2011
Porta in una notte come questa, dispiacere,
recare a voi disturbo, in fondo all'occhio, al cuore,
sia che lo spettro che v'arriva è pura fiamma,
sia che provenga solo da una debole scintilla.
Una delle prime sorprese della vita, a ritornarci,
consiste nel sentirsi costretti a spiegazione, di continuo.
recare a voi disturbo, in fondo all'occhio, al cuore,
sia che lo spettro che v'arriva è pura fiamma,
sia che provenga solo da una debole scintilla.
Una delle prime sorprese della vita, a ritornarci,
consiste nel sentirsi costretti a spiegazione, di continuo.
Eccoci qua, a 'nfettarce 'a stessa freva, sonnolenta, contenta
azzeccate sott' a pelle, quasi comm' 'e vene
capillari.
Io ve parlo, ve tocco, che bellizze, che sollievo!
O' tengo ancora astipato nu ricordo e stu sollievo
Ero n'acqua na vota, sapite? Che pigliava forme
O' vveco, pure vuie tenite l'uocchie chiuse
Comme a duie malate, ca s'alleccano a freva, stamme stis'
int' 'a lentezza
nell'arresto do Tiempo.
Porta in una notte come questa, dispiacere
insistere a restare in una forma
Ci sfiliamo, adesso, fianco a fianco
'e lato a vvuie
o preferiamo darci spalle ad angolo
o 'nzieme a nu lato solamente
caricatura oscena
di parziali e squilibrati desideri, imperfezioni.
Ci strusciamo cu 'e parole ca ce simme ditte
ca ce simme sciusciate
a risucchio, senza emettere rumore
muvenne 'a vocca, in pantomima
comme fanno 'e pisce.
insistere a restare in una forma
Ci sfiliamo, adesso, fianco a fianco
'e lato a vvuie
o preferiamo darci spalle ad angolo
o 'nzieme a nu lato solamente
caricatura oscena
di parziali e squilibrati desideri, imperfezioni.
Ci strusciamo cu 'e parole ca ce simme ditte
ca ce simme sciusciate
a risucchio, senza emettere rumore
muvenne 'a vocca, in pantomima
comme fanno 'e pisce.
venerdì 2 dicembre 2011
lunedì 21 novembre 2011
lunedì 7 novembre 2011
martedì 1 novembre 2011
Mai daremo pace a chi rende invivibile questa vita
Traiano_Montesanto_Gesù
a squarciagola. Franco vive, i morti siete voi.

"..io e franco siamo gli unici ad aspettare l’ultima corsa per Napoli che tarda ad arrivare. giunti a traiano poche parole di saluto, il suo abbraccio esageratamente forte e lungo, la sua frase: fabio, grande compagno. ma lo diceva a tutti quelli che voleva bene. e poi: il comunismo si farà! poi una risata di entrambi e un cenno di dita sul cappello."
A Franco Basile e a quella notte di ottobre del 2006, e a tutti gli altri momenti ,anche quelli assurdi, passati insieme. Un pugno alto verso il cielo.
a squarciagola. Franco vive, i morti siete voi.
"..io e franco siamo gli unici ad aspettare l’ultima corsa per Napoli che tarda ad arrivare. giunti a traiano poche parole di saluto, il suo abbraccio esageratamente forte e lungo, la sua frase: fabio, grande compagno. ma lo diceva a tutti quelli che voleva bene. e poi: il comunismo si farà! poi una risata di entrambi e un cenno di dita sul cappello."
A Franco Basile e a quella notte di ottobre del 2006, e a tutti gli altri momenti ,anche quelli assurdi, passati insieme. Un pugno alto verso il cielo.
giovedì 27 ottobre 2011
e allora fui di nuovo dentro il tempo. ascoltando l'orologio. era l'orologio del nonno. e quando mio padre me lo diede disse: "te lo do non perché tu possa ricordarti del tempo ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo. e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. poichè le battaglie non si vincono mai, disse, non si combattono nemmeno."
martedì 25 ottobre 2011
lunedì 24 ottobre 2011
Venivi innanzi uscendo dalla notte
recavi fiori in mano
ora uscirai fuori da una folla confusa,
da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
mi adirai quando sentii dire il tuo nome
in luoghi volgari.
Avrei voluto che le onde fredde sulla mia mente fluttuassero
e che il mondo inaridisse come una foglia morta,
o vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
per poterti ritrovare,
sola.
recavi fiori in mano
ora uscirai fuori da una folla confusa,
da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
mi adirai quando sentii dire il tuo nome
in luoghi volgari.
Avrei voluto che le onde fredde sulla mia mente fluttuassero
e che il mondo inaridisse come una foglia morta,
o vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
per poterti ritrovare,
sola.
[Francesca_Ezra Pound]
mercoledì 19 ottobre 2011
martedì 18 ottobre 2011
lunedì 10 ottobre 2011
sabato 8 ottobre 2011
«Tre volte ho attraversato la linea di confine, la prima volta di frodo, con l'aiuto di un contrabbandiere, in qualche modo, almeno una volta legittimamente, sicuramente sono stato uno dei rarissimi che sono tornati di spontanea volontà al punto di partenza». [Georges Simenon, Le passage de la ligne]
Hermitage. suite 804
Cara, è un divino errare. Ma destino ti accompagnò alla mia casa. Il passato tuo e mio non conta più. Quindi devi tornare. Credimi. Tuo.
Marzo: nu poco chiove
e n'atu ppoco stracqua...
Torna a chiovere, schiove...
ride 'o sole cu ll'acqua.
Mo nu cielo celeste,
mo n'aria cupa e nera...
Mo, do vierno, 'e ttempeste,
mo, n'aria 'e primmavera...
N'auciello freddigliuso,
aspetta ch'esce 'o sole...
'Ncoppo tturreno 'nfuso,
suspirano 'e vviole...
Catarí', che vuó' cchiù?
'Ntiénneme core mio:
Marzo, tu 'o ssaje, si' tu...
e st'auciello, songh'io...
e n'atu ppoco stracqua...
Torna a chiovere, schiove...
ride 'o sole cu ll'acqua.
Mo nu cielo celeste,
mo n'aria cupa e nera...
Mo, do vierno, 'e ttempeste,
mo, n'aria 'e primmavera...
N'auciello freddigliuso,
aspetta ch'esce 'o sole...
'Ncoppo tturreno 'nfuso,
suspirano 'e vviole...
Catarí', che vuó' cchiù?
'Ntiénneme core mio:
Marzo, tu 'o ssaje, si' tu...
e st'auciello, songh'io...
lunedì 26 settembre 2011
Trasmigrare in un altro corpo
Si overo more 'o cuorpo sulamente
e ll'anema rinasce 'ncuorpo a n'ato,
i' mo so' n'ommo, e primma che so' stato?
na pecora, nu ciuccio, nu serpente?
E doppo che sarraggio, na semmenta?
n'albero? quacche frutto prelibbato?
Va trova addò starraggio situato:
si a ssulo a ssulo o pure 'mmiez' 'a ggente.
Ma i' nun 'e faccio sti raggiunamente:
i' saccio che songh'io, ca so' campato,
cu tutt' 'o buono e tutt' 'o mmalamente.
E pe' chello che songo sto appaciato:
ca, doppo, pure si nun songo niente,
sarraggio sempe n'ommo ca so' nato.
e ll'anema rinasce 'ncuorpo a n'ato,
i' mo so' n'ommo, e primma che so' stato?
na pecora, nu ciuccio, nu serpente?
E doppo che sarraggio, na semmenta?
n'albero? quacche frutto prelibbato?
Va trova addò starraggio situato:
si a ssulo a ssulo o pure 'mmiez' 'a ggente.
Ma i' nun 'e faccio sti raggiunamente:
i' saccio che songh'io, ca so' campato,
cu tutt' 'o buono e tutt' 'o mmalamente.
E pe' chello che songo sto appaciato:
ca, doppo, pure si nun songo niente,
sarraggio sempe n'ommo ca so' nato.
Underground
Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella da 'Nfrascata!
Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
po sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagliune 'e malavita!...
E' accumparuta 'a luna a ll'intrasatto,
pe' lle dá 'o sfizio 'e mme vedé distrutto...
Pe' chello che 'sta fémmena mm'ha fatto,
vurría cha luna se vestesse 'e lutto!...
Quanno se ne venette â parta mia,
ero 'o cchiù guappo 'e vascio â Sanitá...
Mo, ch'aggio perzo tutta guapparía,
cacciatemmenne 'a dinta suggitá!...
Scetáteve guagliune 'e malavita!...
Sunate, giuvinò', vuttàte 'e mmane,
nun v'abbelite, ca stó' buono 'e voce!
I' mme fido 'e cantá fino a dimane...
e metto 'ncroce a chi...mm'ha miso 'ncroce...
Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutto cuncertino,
addó' ch'avessa chiagnere sul'i'...
Chiágnono sti guagliune 'e malavita!..
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella da 'Nfrascata!
Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
po sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagliune 'e malavita!...
E' accumparuta 'a luna a ll'intrasatto,
pe' lle dá 'o sfizio 'e mme vedé distrutto...
Pe' chello che 'sta fémmena mm'ha fatto,
vurría cha luna se vestesse 'e lutto!...
Quanno se ne venette â parta mia,
ero 'o cchiù guappo 'e vascio â Sanitá...
Mo, ch'aggio perzo tutta guapparía,
cacciatemmenne 'a dinta suggitá!...
Scetáteve guagliune 'e malavita!...
Sunate, giuvinò', vuttàte 'e mmane,
nun v'abbelite, ca stó' buono 'e voce!
I' mme fido 'e cantá fino a dimane...
e metto 'ncroce a chi...mm'ha miso 'ncroce...
Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutto cuncertino,
addó' ch'avessa chiagnere sul'i'...
Chiágnono sti guagliune 'e malavita!..
mercoledì 14 settembre 2011
La casa su Coroglio
Il passato è uscito di spalle. / Restano solo tracce di memoria e forme / che si dissolvono. / Piccole grandi storie. / Questo è stato. / Misura della notte, del giorno, del tempo, dell’amore, dell’ombra, della luce. Questo è stato. / Una volta / in una città.
martedì 13 settembre 2011
giovedì 18 agosto 2011
A Sud del Sud dei Santi - da Leuca risalendo la china verso Napoli [frammenti estate 2011][estratti C.B.]
Attiguo a casa sua stava un palazzo moresco, denunciato dal salmastro, orientale, come un riflesso sbiadito. Scrostato sotto le volte degli archi e sulle cupole. Abitato d'inverno da Cristiani comodi che nell'estate pagana cedevano le due ali sul mare per non morire di fame. Proclamato la fine dello stato d'assedio, quel palazzo sarebbe diventato il quartier generale dei Turchi che tra le viole del cielo assolato avevano ammainato le mezzelune.
Quella costruzione era un sunto di storia, oppure no. Era il suo carnefice convertito proprio quando toccava a lui, cinquecento anni fa. Le esecuzioni di 800 e più martiri ebbero luogo in un campo di grano di quei coloni inturbantati che mietevano spighe d'oro ingemmate in cinabro, impazziti all'incanto di quella miniera di Fede.
In quell'occasione egli pensò che sarebbe stato facile incontrarsi un'ultima volta. Era un santo a pregarla. Perciò le aveva scritto: "Vieni, stavolta è grave". E la risposta di Lei fu "stai tranquillo, ora non posso davvero. Vedrai che tutto andrà bene". Pose il capo su un sasso e la sognò. Si ridestò che ancora non l'avevano decapitato. Guardò in alto cercando il suo carnefice e lo trovò crocifisso. Gli spiegarono che era stato così punito perché aveva all'improvviso mutato fede. Poi gli dissero di levarsi e andarsene. Lui non aveva osato insistere, lo avevano umiliato, non c'è dubbio, ma l'avrebbe rivista.

Se fosse stato vero il palazzo moresco, sarebbe anche vero oggi che le sue ossa figurerebbero sui velluti rossi nella cripta della Cattedrale di Otranto, incastrate, nel prodigio che le vuole ancora rivestite di carne, dopo tanto, come in quell'altro tutto suo miracolo che dopotutto la pensava ancora.

Bisogna pensare che Otranto aveva a quel tempo trentamila abitanti, era tanto allora.
Lo sbarco dei turchi fu improvviso, la città fu letteralmente distruttta dopo un lungo assedio in un mare di sangue;
si ebbero due specie di martiri:
quelli caduti in difesa delle mura "martiri della patria"
e quelli (in numero di 800 e i superstiti) che posti di fronte all'alternativa di rinnegare il Cristo per Maometto rifiutarono e condotti in un campo di grano (ecco perchè figurano delle spighe fra le membrane e le ossa vedete) furono giustiziati decapitati o impalati, sono "martiri della fede".
In questa cripta noi custodiamo soltanto le reliquie di 800 martiri perchè i corpi degli altri Ferdinando d'Aragona se li portò a Napoli.
vedete ancora la carne le dita i pezzi di fegato le membrane i tendini
questo qui stava immobile come nell'urna perduta come gli altri, ma differenza degli altri martiri ha conservato perfino gli occhi

Mattinata piovosa, le arcate come rondini allineate, ali aperte, le bifore animate,il Palazzo Moresco se ne va, rimpatria, dove sono altri stormi di follie, si autentica incastrato in una via popolare di Tunisi, dimora inconsapevole a eccezionali vicende ordinarie...se ne va galleggiando sull'acqua, corroso dalle obiezioni occidentali, santuario vagante alla ricerca di sacerdoti sempre che lo inventino, incurante del pubblico africano...e dove toccherà la sponda oltremare starà naturalmente come non se ne fosse mai staccato, e i turchi lo abiteranno a poco prezzo.
Dormi, cambiamo i fiori.
Se non fossi un palazzo, mi crederebbero

Cavaliere di un ordine misterioso, (una volta decisa la ventura) spezzò la sua lancia da torneo per ricavarne una bacchetta magica da gettare nel lago, disarmato e disarmante si era messo a ruotare su se stesso, era più che brandire una mascella d'asino.
Fin da ragazzo un monaco gli aveva insegnato che non esiste l'ingiustizia o i nemici, come tutto è una vasta pineta.
Dormi, cambiamo i fiori.
Oh tu allora eri un prato di camomilla, quando dormiva d'estate, l'ultima di lei, a meno che non sia anche senza di me di camomilla un prato, sonno che dolce di un estate giunonica ventilata da un aria di emicrania e superata sempre che la testa era l'ultima ma anche l'ultima a cadere.
Dormi, se avesse avuto più pazienza.
Dormi, la testa è mia non la mia, è qui nel reliquiario, nel sangue delle gocce dei petali più rossi dei gerani più riusciti, nella cantina dove nulla va male, nell'illusione e poi nella mia testa.
Dormi, quell'idiota ha creduto di andarsene, se ne è andato e gli piacciono i fiori ma non ha testa, ma lui la pensa sempre che non vivono insieme, si è fermato in un prato di camomille e papaveri e basta il pensiero.
Dormi.
Non li raggiungeremo mai più quei due a cavallo, si fermeranno al tronco di lei che aspetta o aspetta semplicemente dei fiori (un mazzetto primavera nel collo).
Il nostro amore sarà color del fumo, preciso artigianale, al riparo dalle inesattezze dell'arte.
Firenze non fu mai una repubblica marinara
tutto qui.

Cinque secoli fa ad Otranto ti sarebbe piaciuto morire
oggi vorresti vivere .
Questo lusso di sangue non ti si addice
e il male non sta nel povero ragazzo che sei, tanto peggio per te se lo sai.
Ma tu non sai pregare, non sai desiderare ne toccare
vedi tutto e non puoi mutare niente
ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più
Otranto. religiosissimo bordello, casa di cultura tollerante, confluenze islamiche ebraiche turche arabe cattoliche. Ne è testimone la stupenda cattedrale. Il suo favoloso mosaico figurante 'l'albero della vita' dell'anno 1100. un etnia sposata ad una vita immaginaria
Quella costruzione era un sunto di storia, oppure no. Era il suo carnefice convertito proprio quando toccava a lui, cinquecento anni fa. Le esecuzioni di 800 e più martiri ebbero luogo in un campo di grano di quei coloni inturbantati che mietevano spighe d'oro ingemmate in cinabro, impazziti all'incanto di quella miniera di Fede.
In quell'occasione egli pensò che sarebbe stato facile incontrarsi un'ultima volta. Era un santo a pregarla. Perciò le aveva scritto: "Vieni, stavolta è grave". E la risposta di Lei fu "stai tranquillo, ora non posso davvero. Vedrai che tutto andrà bene". Pose il capo su un sasso e la sognò. Si ridestò che ancora non l'avevano decapitato. Guardò in alto cercando il suo carnefice e lo trovò crocifisso. Gli spiegarono che era stato così punito perché aveva all'improvviso mutato fede. Poi gli dissero di levarsi e andarsene. Lui non aveva osato insistere, lo avevano umiliato, non c'è dubbio, ma l'avrebbe rivista.
Se fosse stato vero il palazzo moresco, sarebbe anche vero oggi che le sue ossa figurerebbero sui velluti rossi nella cripta della Cattedrale di Otranto, incastrate, nel prodigio che le vuole ancora rivestite di carne, dopo tanto, come in quell'altro tutto suo miracolo che dopotutto la pensava ancora.
Bisogna pensare che Otranto aveva a quel tempo trentamila abitanti, era tanto allora.
Lo sbarco dei turchi fu improvviso, la città fu letteralmente distruttta dopo un lungo assedio in un mare di sangue;
si ebbero due specie di martiri:
quelli caduti in difesa delle mura "martiri della patria"
e quelli (in numero di 800 e i superstiti) che posti di fronte all'alternativa di rinnegare il Cristo per Maometto rifiutarono e condotti in un campo di grano (ecco perchè figurano delle spighe fra le membrane e le ossa vedete) furono giustiziati decapitati o impalati, sono "martiri della fede".
In questa cripta noi custodiamo soltanto le reliquie di 800 martiri perchè i corpi degli altri Ferdinando d'Aragona se li portò a Napoli.
vedete ancora la carne le dita i pezzi di fegato le membrane i tendini
questo qui stava immobile come nell'urna perduta come gli altri, ma differenza degli altri martiri ha conservato perfino gli occhi
Mattinata piovosa, le arcate come rondini allineate, ali aperte, le bifore animate,il Palazzo Moresco se ne va, rimpatria, dove sono altri stormi di follie, si autentica incastrato in una via popolare di Tunisi, dimora inconsapevole a eccezionali vicende ordinarie...se ne va galleggiando sull'acqua, corroso dalle obiezioni occidentali, santuario vagante alla ricerca di sacerdoti sempre che lo inventino, incurante del pubblico africano...e dove toccherà la sponda oltremare starà naturalmente come non se ne fosse mai staccato, e i turchi lo abiteranno a poco prezzo.
Dormi, cambiamo i fiori.
Se non fossi un palazzo, mi crederebbero
Cavaliere di un ordine misterioso, (una volta decisa la ventura) spezzò la sua lancia da torneo per ricavarne una bacchetta magica da gettare nel lago, disarmato e disarmante si era messo a ruotare su se stesso, era più che brandire una mascella d'asino.
Fin da ragazzo un monaco gli aveva insegnato che non esiste l'ingiustizia o i nemici, come tutto è una vasta pineta.
Dormi, cambiamo i fiori.
Oh tu allora eri un prato di camomilla, quando dormiva d'estate, l'ultima di lei, a meno che non sia anche senza di me di camomilla un prato, sonno che dolce di un estate giunonica ventilata da un aria di emicrania e superata sempre che la testa era l'ultima ma anche l'ultima a cadere.
Dormi, se avesse avuto più pazienza.
Dormi, la testa è mia non la mia, è qui nel reliquiario, nel sangue delle gocce dei petali più rossi dei gerani più riusciti, nella cantina dove nulla va male, nell'illusione e poi nella mia testa.
Dormi, quell'idiota ha creduto di andarsene, se ne è andato e gli piacciono i fiori ma non ha testa, ma lui la pensa sempre che non vivono insieme, si è fermato in un prato di camomille e papaveri e basta il pensiero.
Dormi.
Non li raggiungeremo mai più quei due a cavallo, si fermeranno al tronco di lei che aspetta o aspetta semplicemente dei fiori (un mazzetto primavera nel collo).
Il nostro amore sarà color del fumo, preciso artigianale, al riparo dalle inesattezze dell'arte.
Firenze non fu mai una repubblica marinara
tutto qui.
Cinque secoli fa ad Otranto ti sarebbe piaciuto morire
oggi vorresti vivere .
Questo lusso di sangue non ti si addice
e il male non sta nel povero ragazzo che sei, tanto peggio per te se lo sai.
Ma tu non sai pregare, non sai desiderare ne toccare
vedi tutto e non puoi mutare niente
ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più
Otranto. religiosissimo bordello, casa di cultura tollerante, confluenze islamiche ebraiche turche arabe cattoliche. Ne è testimone la stupenda cattedrale. Il suo favoloso mosaico figurante 'l'albero della vita' dell'anno 1100. un etnia sposata ad una vita immaginaria
Non esiste la Puglia. Ci sono le Puglie. Mettere insieme Otranto e Bari sarebbe come dire che Milano e Roma sono la stessa cosa. La terra d'Otranto è fuori di se. Nel sud del sud dei santi. Se ne è andata chissà dove. E' un rosso stupendo. Lo usano molti pittori per la tempera. E' una terra nomade. Gira su se stessa, a vuoto . Quando si dice Puglia non si deve mai confonderla con quella fascia del Salento, giù, giù fino a Capo Leuca, detta ancora Magna Grecia. Dove fino a poco fa i portuali greci si lasciavano intendere nei dialetti indigeni di Calimera o Gallipoli...
e poi una mescolanza di sì disparate correnti, come il trascolorare dello Ionio, non si è mai verificata in nessun altra zona d'Italia.
Qui comincia la Magna Grecia. scendendo da qui fino a Capo Leuca. A sud del sud. La Magna Grecia è il depensamento del pensiero del Sud. E' il sud in perdita. Il suo guadagno. Anche se umiliato, oltraggiato, vilipeso dalla sciagurata inflazione consumistica, è ancora qui. A questo Sud azzoppato non resta che volare. L'anno medesimo (1600) in cui brucia il pensiero a Campo de' Fiori (Giordano Bruno), poco distante da Copertino nasce la Grazia.Qui nasce l'ignoranza. è un altro frutto della manìa greca. Nasce il santo che non ha il senso della gravità. Levita. Vola. Si faceva chiamare 'Frate Asino'. Se ne andò in giro per il mondo con la bocca aperta. Illetterato et idiota. è l'apoteosi del depensamento.

martedì 2 agosto 2011
Moscato
da voi invece tutto sembra piano
liscio, euclidèo
tutto è senza rischio, o almeno così appare
tutto è senza orrore curve inibizioni
nu muro eterno a voi vi libera dai raggi
li rimanda, li riflette, scherma
la luce non vi acceca no
non è per voi tortura
una fissa ed atroce compagnia
pittuosto vi accarezza, vi lusinga
talvolta vi cola dalle ciglia come pianto
o 'a scazzimma rugiadosa de' 'ccriature
'a matina appena svegli, dall'angolo d'a còrnea
liscio, euclidèo
tutto è senza rischio, o almeno così appare
tutto è senza orrore curve inibizioni
nu muro eterno a voi vi libera dai raggi
li rimanda, li riflette, scherma
la luce non vi acceca no
non è per voi tortura
una fissa ed atroce compagnia
pittuosto vi accarezza, vi lusinga
talvolta vi cola dalle ciglia come pianto
o 'a scazzimma rugiadosa de' 'ccriature
'a matina appena svegli, dall'angolo d'a còrnea
giovedì 21 luglio 2011
Ammore mio 'nnucente
Napule mio se sceta
dint' a na festa 'mpruvvisata 'e sole
comme a na sposa fresca 'e gioventù
Comme vulesse addeventà pueta
ma dint' o core moreno 'e pparole
resto 'ncantato comme rieste tu
Ammore mio 'nnucente
statte abbracciato a me senza parlà
Mo nun me 'mporta 'e niente
Nun è nu suonno sta felicità
Si bella comm'a Napule
e comm' a Napule nun può tradì
Napule mio s'addorme
dint'a na seta 'argiento 'e luna chiara
comme na mamma stanca d'aspettà
Comm'e vulesse chiesti stelle a chiorme
pe' farte na cullana scicca e rara
ma sulo cu 'o pensiero 'e può afferrà
mercoledì 20 luglio 2011
martedì 12 luglio 2011
Quanno vien'a 'appuntamento
guarde 'o mare, guard' 'e ffronne.
S'i' te parlo nun rispunne,
staje distratta comm'a che.
Io te tengo dint' 'o core,
sóngo sempe 'nnammurato
ma tu, invece, pienze a n'ato
e te staje scurdanno 'e me.
Quanno se dice si, tiènelo a mente,
nun s' ha da fá murí nu core amante.
Tu mme diciste si 'na sera 'e maggio
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá.
St'uocchie tuoje nun só sincere
comm'a quanno mme 'ncuntraste,
comm'a quanno mme diciste:
"Te voglio bene, sulo a te".
E tremmanno mme giuraste,
cu na mano 'ncopp' 'o core:
"Nun se scorda 'o primmo ammore".
Mo te staje scurdanno 'e me.
Quanno se dice si, tiènelo a mente.
nun s' ha da fá murí nu core amante.
Tu mme diciste si na sera 'e maggio
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá.
guarde 'o mare, guard' 'e ffronne.
S'i' te parlo nun rispunne,
staje distratta comm'a che.
Io te tengo dint' 'o core,
sóngo sempe 'nnammurato
ma tu, invece, pienze a n'ato
e te staje scurdanno 'e me.
Quanno se dice si, tiènelo a mente,
nun s' ha da fá murí nu core amante.
Tu mme diciste si 'na sera 'e maggio
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá.
St'uocchie tuoje nun só sincere
comm'a quanno mme 'ncuntraste,
comm'a quanno mme diciste:
"Te voglio bene, sulo a te".
E tremmanno mme giuraste,
cu na mano 'ncopp' 'o core:
"Nun se scorda 'o primmo ammore".
Mo te staje scurdanno 'e me.
Quanno se dice si, tiènelo a mente.
nun s' ha da fá murí nu core amante.
Tu mme diciste si na sera 'e maggio
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá.
sabato 9 luglio 2011
venerdì 8 luglio 2011
A piccoli sorsi interrotti
Mostro, Caligola. Mostro per aver troppo amato. È ridicolo pensare che l’amore possa rispondere all’amore. La gente ci muore intorno, tutto qui. Questo mondo così com’è non è sopportabile. Gli uomini muoiono e non sono felici. Su questa terra lei solo mi amava. Ma ho tanto da fare. Bisogna che la porti via, lontano da qui, nella campagna che amava.
Si! Arricchirò le tue nozioni insegnandoti che non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perché tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.
Ecco perché non siete liberi. Ecco perché in tutto l’impero romano l’unico uomo libero è Caligola, circondato da una nazione di schiavi. Per questo popolo orgoglioso delle sue libertà irrisorie è infine giunto un imperatore in grado di donare anche a lui una libertà profonda.
Si! Arricchirò le tue nozioni insegnandoti che non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perché tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.
Ecco perché non siete liberi. Ecco perché in tutto l’impero romano l’unico uomo libero è Caligola, circondato da una nazione di schiavi. Per questo popolo orgoglioso delle sue libertà irrisorie è infine giunto un imperatore in grado di donare anche a lui una libertà profonda.
domenica 3 luglio 2011
Sul classico
Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.
È ll'una: dorme 'o vico
ncopp' a nonna nonna
'e nu mutivo antico
'e tanto tiempo fa.
Dio, quanta stelle 'n cielo!
Che luna! e c'aria doce!
Quanto na della voce
vurria sentì cantà!
Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint'a ll'oscurità..
Ll'anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannese, a pensà.
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.
È ll'una: dorme 'o vico
ncopp' a nonna nonna
'e nu mutivo antico
'e tanto tiempo fa.
Dio, quanta stelle 'n cielo!
Che luna! e c'aria doce!
Quanto na della voce
vurria sentì cantà!
Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint'a ll'oscurità..
Ll'anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannese, a pensà.
venerdì 1 luglio 2011
giovedì 30 giugno 2011
Compagni, camerati,
- mi spetterebbe - ha detto Majakovskij -
un monumento da vivo! -
Son'io quel desso che non vi spiegate
ancora ieri poi stanotte o mai
sono quel tu generico, la statua
d'un centravanti dell'azzurro in corsa
con la testa tra i piedi senza palla
Cento all'ora del campo,
sono l'affanno che si disamora
trovando tondo tondo nella rete
nient'affatto avversaria
un mondo già segnato da nessuno
altro che me quando non ero nato.
Ed ecco fatto quello che non faccio
ed ecco detto quello che dicevo
ecco premiato quello che volevo
esatto a dirmi che non sono esatto
Eccomi morto quando più vivevo -
Tattica - mi rispondono le stelle -
tu non sai stare al gioco della corsa -
- Oh, risultare! - Torna, ma stanotte,
se vuoi tornare, dopo la partita,
ché bianca verde rossa oltre Montale
è finita lo sai perché finita
dentro un solo comune meriggiare
è l'eccezione che credevi tale:
occasione di folla sminuita
il tuo tardo arrivare
rimette in palio il palio d'una vita
vinta quell'altra notte in fondo al mare
E la speranza è tanta
che non mi basta più
ma tale che m'avanza musicale
la vita.
- mi spetterebbe - ha detto Majakovskij -
un monumento da vivo! -
Son'io quel desso che non vi spiegate
ancora ieri poi stanotte o mai
sono quel tu generico, la statua
d'un centravanti dell'azzurro in corsa
con la testa tra i piedi senza palla
Cento all'ora del campo,
sono l'affanno che si disamora
trovando tondo tondo nella rete
nient'affatto avversaria
un mondo già segnato da nessuno
altro che me quando non ero nato.
Ed ecco fatto quello che non faccio
ed ecco detto quello che dicevo
ecco premiato quello che volevo
esatto a dirmi che non sono esatto
Eccomi morto quando più vivevo -
Tattica - mi rispondono le stelle -
tu non sai stare al gioco della corsa -
- Oh, risultare! - Torna, ma stanotte,
se vuoi tornare, dopo la partita,
ché bianca verde rossa oltre Montale
è finita lo sai perché finita
dentro un solo comune meriggiare
è l'eccezione che credevi tale:
occasione di folla sminuita
il tuo tardo arrivare
rimette in palio il palio d'una vita
vinta quell'altra notte in fondo al mare
E la speranza è tanta
che non mi basta più
ma tale che m'avanza musicale
la vita.
lunedì 27 giugno 2011
verso un approccio a un Basile ipoteticamente metropolitano
LA GATTA CENERENTOLA
Prefazione Roberto De Simone
( anno 1976 )
Quando cominciai a pensare alla Gatta Cenerentola
pensai spontaneamente ad un melodramma:
un melodramma nuovo e antico nello stesso tempo
come nuove e antiche sono le favole
nel momento in cui si raccontano.
Un melodramma come favola
dove si canta per parlare e si parla per cantare
o come favola di un melodramma dove tutti capiscono
anche ciò che non si capisce solo a parole.
E allora quali parole
da rivestire di suoni o suoni da rivestire di parole
magari senza parole?
Quelle di un modo di parlare
diverso da quello usato per vendere carne in scatola
e perciò quelle di un mondo diverso
dove tutte le lingue sono una
e le parole e le frasi sono le esperienze di una storia
di paure, di amore e di odio, di violenze
fatte e subite allo stesso modo da tutti.
Quelle di un altro modo di parlare,
non con la grammatica e il vocabolario,
ma con gli oggetti dei lavoro di tutti i giorni,
con i gesti ripetuti dalle stesse persone per mille anni
così come nascere, fare l'amore, morire,
nel senso di una gioia, di una paura,
di una maledizione, di una fatica o di un gioco
come il sole e la luna fanno, hanno fatto e faranno.
E queste parole
erano quelle imparate dalla gente che ancora sa parlare
perché chiama festa un giorno
in cui si dice la verità e tutti la capiscono
e chiama gioco la fatica di avere paura per non avere paura.
E queste parole dai cento occhi
affollavano i dialoghi di questa favola
con una storia scritta perfettamente senza essere scritta.
E queste parole erano sempre le stesse
ed erano una grotta dove una vergine perde una scarpa
ed erano la cenere del focolare
e una pianta fatata come il dattero e il basilico
ed erano sei sorelle come sei Madonne
ed erano una gatta come donna
o una donna come gatta
ed erano ancora un giorno di festa al palazzo del re
o in una chiesa dorata
e una carrozza con dodici paggi
quanti sono i mesi di un anno
oppure quante sono le ore di un giorno o di una notte.
E a capo di tutto c'è la madre di tutto e di tutti:
quella madre che aveva partorito tutto
ed era sempre in procinto di partorire,
anche la morte.
Quella madre dai fianchi capaci di reggere dodici figli
come le Matute di Capua
o dal viso largo e le natiche piene
come la Madonna di Castello.
Una madre cattiva come la madre di Cenerentola
o come quella Madonna
che fa cadere i piedi a chi la bestemmia.
Quella madre buona e cattiva nello stesso tempo
a seconda che la si ami o la si odi
o a seconda che ci ami e ci abbia odiato.
Infine, dietro queste parole,
la paura di morire come di fare l'amore,
fare l'amore come morire
ma invece vivere per fare l'amore
anche se è proibito
e poi morire ancora
perché c'è sempre una grotta
e la vergine che perde una scarpa
e la cenere e la pianta e le sei sorelle
e la madre e la matrigna e la Madonna
e tante madonne e un padre cattivo
che si sposa sempre per darci una matrigna
o magari sposerebbe anche la figlia
perché è lui che comanda o crede di comandare
finché Cenerentola o una Madonna
non diventa gatta
e gli graffia il viso fino a farlo tremare
dalla paura di essere divorato come un topo.
Allora egli dopo avere inventato la sua verginità,
dopo aver mozzato il capo ai figli morti prima di nascere
inventa una chiesa
dove è l'unico dio che non può morire
perché ha creato tutto lui.
Ma intanto si accorge che non può partorire
e allora la gatta gli ride dietro
e si siede come la regina al suo posto
calzando la scarpa perduta come vuole lui
ma fregandosene altamente perfino della Santa Inquisizione.
Ripensando a quei tempi come ad oggi
ecco un incontro col cavaliere di queste stesse parole:
fu così che diventai il cavaliere Gianbattista Basile
e imparai che la matrigna la si può decapitare
troncandole la testa in una cassa da biancheria.
In ciò il cavaliere Basile aveva ragione:
basta sapere usare le parole
per esprimere lo stesso gesto:
solo così si ammazzano tutte le matrigne del mondo
e tutti lo capiscono
e alla fine sono contenti e felici.
Ora io ho parlato usando le parole più semplici
che sembrano difficili solo a chi non sa più parlare
ed è anche per questo che ho usato quelle frasi
ripetute da secoli in un teatro dove ci si può capire
perché ieri e domani
abbiamo parlato una lingua che sappiamo benissimo
e credevamo di avere dimenticato
solo perché era nel trovarobato del teatro.
Ed era nel trovarobato non perché non servisse più
ma perché il padrone del teatro
da quando il cinema è diventato sonoro
ha fatto diventare muto il teatro.
Non che in teatro non si parli ché anzi si parla e si parla,
ma si parla tanto tranne che per dire
"sipario" o "quinte" o infine "teatro".
E queste cose
a dispetto di quelli che hanno paura di avere paura
io le dico anche perché le so suonare e le so cantare
ma potrei anche dirle freddamente
come piacerebbe ai rappresentanti di juke box
o a quelli che ripetono le sole parole delle canzoni
senza conoscere i motivi.
A quattr'occhi chissà,
potrei anche essere tentato di fare una bella figura con loro
recitando il credo per sette ore e mezza
ma in teatro preferisco sentire o ripetere:
"Chi è di scena?"
Prefazione Roberto De Simone
( anno 1976 )
Quando cominciai a pensare alla Gatta Cenerentola
pensai spontaneamente ad un melodramma:
un melodramma nuovo e antico nello stesso tempo
come nuove e antiche sono le favole
nel momento in cui si raccontano.
Un melodramma come favola
dove si canta per parlare e si parla per cantare
o come favola di un melodramma dove tutti capiscono
anche ciò che non si capisce solo a parole.
E allora quali parole
da rivestire di suoni o suoni da rivestire di parole
magari senza parole?
Quelle di un modo di parlare
diverso da quello usato per vendere carne in scatola
e perciò quelle di un mondo diverso
dove tutte le lingue sono una
e le parole e le frasi sono le esperienze di una storia
di paure, di amore e di odio, di violenze
fatte e subite allo stesso modo da tutti.
Quelle di un altro modo di parlare,
non con la grammatica e il vocabolario,
ma con gli oggetti dei lavoro di tutti i giorni,
con i gesti ripetuti dalle stesse persone per mille anni
così come nascere, fare l'amore, morire,
nel senso di una gioia, di una paura,
di una maledizione, di una fatica o di un gioco
come il sole e la luna fanno, hanno fatto e faranno.
E queste parole
erano quelle imparate dalla gente che ancora sa parlare
perché chiama festa un giorno
in cui si dice la verità e tutti la capiscono
e chiama gioco la fatica di avere paura per non avere paura.
E queste parole dai cento occhi
affollavano i dialoghi di questa favola
con una storia scritta perfettamente senza essere scritta.
E queste parole erano sempre le stesse
ed erano una grotta dove una vergine perde una scarpa
ed erano la cenere del focolare
e una pianta fatata come il dattero e il basilico
ed erano sei sorelle come sei Madonne
ed erano una gatta come donna
o una donna come gatta
ed erano ancora un giorno di festa al palazzo del re
o in una chiesa dorata
e una carrozza con dodici paggi
quanti sono i mesi di un anno
oppure quante sono le ore di un giorno o di una notte.
E a capo di tutto c'è la madre di tutto e di tutti:
quella madre che aveva partorito tutto
ed era sempre in procinto di partorire,
anche la morte.
Quella madre dai fianchi capaci di reggere dodici figli
come le Matute di Capua
o dal viso largo e le natiche piene
come la Madonna di Castello.
Una madre cattiva come la madre di Cenerentola
o come quella Madonna
che fa cadere i piedi a chi la bestemmia.
Quella madre buona e cattiva nello stesso tempo
a seconda che la si ami o la si odi
o a seconda che ci ami e ci abbia odiato.
Infine, dietro queste parole,
la paura di morire come di fare l'amore,
fare l'amore come morire
ma invece vivere per fare l'amore
anche se è proibito
e poi morire ancora
perché c'è sempre una grotta
e la vergine che perde una scarpa
e la cenere e la pianta e le sei sorelle
e la madre e la matrigna e la Madonna
e tante madonne e un padre cattivo
che si sposa sempre per darci una matrigna
o magari sposerebbe anche la figlia
perché è lui che comanda o crede di comandare
finché Cenerentola o una Madonna
non diventa gatta
e gli graffia il viso fino a farlo tremare
dalla paura di essere divorato come un topo.
Allora egli dopo avere inventato la sua verginità,
dopo aver mozzato il capo ai figli morti prima di nascere
inventa una chiesa
dove è l'unico dio che non può morire
perché ha creato tutto lui.
Ma intanto si accorge che non può partorire
e allora la gatta gli ride dietro
e si siede come la regina al suo posto
calzando la scarpa perduta come vuole lui
ma fregandosene altamente perfino della Santa Inquisizione.
Ripensando a quei tempi come ad oggi
ecco un incontro col cavaliere di queste stesse parole:
fu così che diventai il cavaliere Gianbattista Basile
e imparai che la matrigna la si può decapitare
troncandole la testa in una cassa da biancheria.
In ciò il cavaliere Basile aveva ragione:
basta sapere usare le parole
per esprimere lo stesso gesto:
solo così si ammazzano tutte le matrigne del mondo
e tutti lo capiscono
e alla fine sono contenti e felici.
Ora io ho parlato usando le parole più semplici
che sembrano difficili solo a chi non sa più parlare
ed è anche per questo che ho usato quelle frasi
ripetute da secoli in un teatro dove ci si può capire
perché ieri e domani
abbiamo parlato una lingua che sappiamo benissimo
e credevamo di avere dimenticato
solo perché era nel trovarobato del teatro.
Ed era nel trovarobato non perché non servisse più
ma perché il padrone del teatro
da quando il cinema è diventato sonoro
ha fatto diventare muto il teatro.
Non che in teatro non si parli ché anzi si parla e si parla,
ma si parla tanto tranne che per dire
"sipario" o "quinte" o infine "teatro".
E queste cose
a dispetto di quelli che hanno paura di avere paura
io le dico anche perché le so suonare e le so cantare
ma potrei anche dirle freddamente
come piacerebbe ai rappresentanti di juke box
o a quelli che ripetono le sole parole delle canzoni
senza conoscere i motivi.
A quattr'occhi chissà,
potrei anche essere tentato di fare una bella figura con loro
recitando il credo per sette ore e mezza
ma in teatro preferisco sentire o ripetere:
"Chi è di scena?"
sabato 25 giugno 2011
mercoledì 22 giugno 2011
lunedì 20 giugno 2011
I ricci d'uomo;
le ciglia che un'anima, dentro, nascondono viva.
la pelle tenera e le pieghe dell'abito nel grembo
tutte cose che vedevo da bambino.
e adesso mi alitano nella carne pallida
non solo l'amore ma le memorie;
e tutta la vita, la morte, sento nel tuo corpo
nato per caso.
Il sangue tuo, il riso tuo, gioiscono in quel volto,
in quei fianchi di fiori, in quel grembo appena fiorito,
con l'età più bella,
e che mi incanta.
le ciglia che un'anima, dentro, nascondono viva.
la pelle tenera e le pieghe dell'abito nel grembo
tutte cose che vedevo da bambino.
e adesso mi alitano nella carne pallida
non solo l'amore ma le memorie;
e tutta la vita, la morte, sento nel tuo corpo
nato per caso.
Il sangue tuo, il riso tuo, gioiscono in quel volto,
in quei fianchi di fiori, in quel grembo appena fiorito,
con l'età più bella,
e che mi incanta.
venerdì 17 giugno 2011
Chesta fiamma a prora 'o vuzzo
sciulia lenta 'ncopp 'a ll'acqua
mentre 'e lato 'o mare sciacqua
quanno 'o rimmo sta affunnà!
Sotto 'a prora 'o verde chiaro
luce 'a rena, l'erba e scuoglio
vide o purpo o' lanze 'o cuoglie
perchè si sicuro d'appezzà!
Mare turchino
che vuò è destino
nu piscatore t'adda benedì
nun c'è sta mare e te cchiù cristallino
cchiù trasparente e limpido accussì
Tutte e tirate e rezza e sta marina
se fanno sempre 'n terra a Margellina
addò pe pisce abbonda ogni paranza
tu si chiammato 'o mare e ll'abbondanza
pure li pisce, tanto d'a priezza,
mieze stunate cadeno int a rezza
e po piacere e ce putè venì
corrono a Margellina pe murì!
O Vesuvio se ntravede
p'ascensore illuminata
ogni tanto na vampata
pe ce dicere: IO StO CCA'
Mare turchino che vuò è destino
nu nnammurato t'adda benedì
st'ammore mio durmeva a suonno chino
mo s'è scetato perchè ha ritt': si!
tutte e figliole belle e sta marina
vanno a fa ammore abbascio Margellina
e assieme e pisce, tanto da priezza
pure e figliole cadono int a rezza
o' sanno e pisce, comme o sanno loro,
ca a Margellina o mare è traditore
è troppo bello pe pute fuggì
è o meglio pizzo e munno pe murì
sciulia lenta 'ncopp 'a ll'acqua
mentre 'e lato 'o mare sciacqua
quanno 'o rimmo sta affunnà!
Sotto 'a prora 'o verde chiaro
luce 'a rena, l'erba e scuoglio
vide o purpo o' lanze 'o cuoglie
perchè si sicuro d'appezzà!
Mare turchino
che vuò è destino
nu piscatore t'adda benedì
nun c'è sta mare e te cchiù cristallino
cchiù trasparente e limpido accussì
Tutte e tirate e rezza e sta marina
se fanno sempre 'n terra a Margellina
addò pe pisce abbonda ogni paranza
tu si chiammato 'o mare e ll'abbondanza
pure li pisce, tanto d'a priezza,
mieze stunate cadeno int a rezza
e po piacere e ce putè venì
corrono a Margellina pe murì!
O Vesuvio se ntravede
p'ascensore illuminata
ogni tanto na vampata
pe ce dicere: IO StO CCA'
Mare turchino che vuò è destino
nu nnammurato t'adda benedì
st'ammore mio durmeva a suonno chino
mo s'è scetato perchè ha ritt': si!
tutte e figliole belle e sta marina
vanno a fa ammore abbascio Margellina
e assieme e pisce, tanto da priezza
pure e figliole cadono int a rezza
o' sanno e pisce, comme o sanno loro,
ca a Margellina o mare è traditore
è troppo bello pe pute fuggì
è o meglio pizzo e munno pe murì
Incomprensione
Ho detto "incomprensione", e solo adesso la vita m'ha insegnato che nient'altro ci serena nell'adulto travaglio sia o no artistico, sia o no "pensoso" - non gli accordi d'amore, non le prove rare dell'amicizia, non le attenzioni che puntualmente bistrattiamo; non gli assensi e le cure del "reciproco", le "intese", eternamente disilluse - nient'altro a questo mondo ci è conforto quanto l'incomprensione, patetica, un po' goffa, di chi ci vive accanto. Assidua.
Come potremmo altrimenti sopravvivere a più lustri d'amore "costante", alle stagioni alterne degli umori cangianti nei decenni d'una sola giornata, ai litigi, alle tregue, al maquillage nevrotico, all'andare e venire nella stanza del tempo lento e breve della pur temperata intollerabile tolleranza; se lei, l'incomprensione, mai invocata, non vegliasse con noi e su noi. Che sarebbe dei nostri progetti, se, subito "compresi" dal prossimo nostro, venissero esauditi, realizzati prima d'essere stati intrapresi? Che ne sarebbe della nostra vita, se già vissuta.
mercoledì 15 giugno 2011
Comm'è bella 'a muntagna stanotte...
bella accussí, nun ll'aggio vista maje!
N'ánema pare, rassignata e stanca,
sott''a cuperta 'e chesta luna janca...
Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,
tu, stanotte, addó staje?
Voglio a te!
Voglio a te!
Chist'uocchie te vonno,
n'ata vota, vedé!
Comm'è calma 'a muntagna stanotte...
cchiù calma 'e mo, nun ll'aggio vista maje!
E tutto dorme, tutto dorme o more,
e i' sulo veglio, pecché veglia Ammore...
Tu ca nun chiagne e chiágnere mme faje,
tu, stanotte, addó staje?
Voglio a te!
Voglio a te!
Chist'uocchie te vonno,
n'ata vota, vedé!...
martedì 14 giugno 2011
lunedì 13 giugno 2011
sabato 11 giugno 2011
Questo è Franz Kafka.
Si abbracciarono, quel piccolo corpo bruciava nelle mani di K.; in un oblìo di sé dal quale K. tentava di sottrarsi continuamente ma invano, rotolarono alcuni passi più in là, urtarono con un rumore sordo contro la porta, poi si ritrovarono distesi fra pozze di birra e altro sudiciume di cui il pavimento era coperto. Passarono così delle ore, ore di respiri mescolati, di cuori che battevano insieme, ore durante le quali K. aveva la sensazione costante di smarrirsi o di essersi inoltrato in un paese straniero come nessun uomo prima di lui, in un paese dove l'aria stessa non aveva un solo elemento in comune con l'aria del paese natale, dove il sentimento di estraneità toglieva il respiro e tuttavia non si poteva far altro, in mezzo a quelle seduzioni insensate, che andare avanti e smarrirsi ancor di più.
mercoledì 8 giugno 2011
Piccole variazioni di luce a Dogville
questo essere privi di consapevolezza finisce per essere il solo modo per avvicinarsi all'assoluto, mentre ogni ricerca consapevole ce ne allontana. La verità è indivisibile, quindi non può conoscere se stessa; chi vuole conoscerla deve essere menzogna. Si può essere in paradiso senza saperlo, anzi non saperlo è la condizione indispensabile per essere in paradiso. Castello e villaggio sono forse la stessa cosa, purchè tuttavia non cada mai su di essi la luce disgregatrice della conoscenza.
[frammento dall'introduzione a "Il Castello" di Franz Kafka]
martedì 7 giugno 2011
domenica 5 giugno 2011
Dei nostri incontri
ogni istante festeggiavamo
come un'epifania,
soli nell'universo tutto.
Più ardita e lieve d'un battito d'ali
per le scale correvi
come un capogiro,
precedendomi tra cortine di umido lillà
nel tuo regno dall'altra parte dello specchio.
Quando la notte venne
ebbi da te la grazia.
Si spalancarono le porte dell'altare
e le tenebre illuminò,
chinandosi lenta, la tua nudità.
E io, destandomi, "sii benedetta", dissi,
pur sapendo che oltraggio era
la mia benedizione.
Tu dormivi,
e a sfiorarti le palpebre col suo violetto
a te tendeva, dal tavolo, il lillà.
E le tue palpebre sfiorate di violetto
erano quiete, e calda la tua mano.
E nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumavano le montagne, luceva il mare.
E tu tenevi in mano la sfera di cristallo,
e tu in trono dormivi,
e, Dio ! ,
tu eri mia.
Poi ti destasti,
e trasfigurando il quotidiano vocabolario umano
a piena voce pronunciasti
" Tu ! "
E la parola svelò il suo vero significato,
e zar divenne.
Nel mondo tutto fu trasfigurato,
anche le cose semplici,
- il catino, la brocca, l'acqua
che sta fra noi come una sentinella,
inerte e dura.
Chissà dove fummo spinti...
Dinanzi a noi si stesero, come miraggi,
città nate da un prodigio.
La mente sola si stendeva
sotto i nostri piedi,
e gli uccelli c'eran compagni di viaggio,
e i pesci balzavano dal fiume,
e il cielo si spalancava ai nostri occhi
quando il destino seguiva i nostri passi
come un pazzo con il rasoio in mano.
ogni istante festeggiavamo
come un'epifania,
soli nell'universo tutto.
Più ardita e lieve d'un battito d'ali
per le scale correvi
come un capogiro,
precedendomi tra cortine di umido lillà
nel tuo regno dall'altra parte dello specchio.
Quando la notte venne
ebbi da te la grazia.
Si spalancarono le porte dell'altare
e le tenebre illuminò,
chinandosi lenta, la tua nudità.
E io, destandomi, "sii benedetta", dissi,
pur sapendo che oltraggio era
la mia benedizione.
Tu dormivi,
e a sfiorarti le palpebre col suo violetto
a te tendeva, dal tavolo, il lillà.
E le tue palpebre sfiorate di violetto
erano quiete, e calda la tua mano.
E nel cristallo pulsavano i fiumi,
fumavano le montagne, luceva il mare.
E tu tenevi in mano la sfera di cristallo,
e tu in trono dormivi,
e, Dio ! ,
tu eri mia.
Poi ti destasti,
e trasfigurando il quotidiano vocabolario umano
a piena voce pronunciasti
" Tu ! "
E la parola svelò il suo vero significato,
e zar divenne.
Nel mondo tutto fu trasfigurato,
anche le cose semplici,
- il catino, la brocca, l'acqua
che sta fra noi come una sentinella,
inerte e dura.
Chissà dove fummo spinti...
Dinanzi a noi si stesero, come miraggi,
città nate da un prodigio.
La mente sola si stendeva
sotto i nostri piedi,
e gli uccelli c'eran compagni di viaggio,
e i pesci balzavano dal fiume,
e il cielo si spalancava ai nostri occhi
quando il destino seguiva i nostri passi
come un pazzo con il rasoio in mano.
giovedì 2 giugno 2011
mercoledì 1 giugno 2011
voglio essere poeta, e lavoro a rendermi veggente: lei non capirà affatto, e io non sono quasi in grado di spiegarle. Si tratta di arrivare all'ignoto attraverso lo sregolamento di tutti i sensi. Le sofferenze sono enormi, ma bisogna essere forti, essere nati poeti, e io mi sono riconosciuto poeta. Non è affatto colpa mia. E' falso dire: io penso, si dovrebbe dire mi si pensa - scusi il gioco di parole. IO è un altro. Tanto peggio per il legno che si ritrova violino..
martedì 31 maggio 2011
Pedro Ferreira, dalle Carceri di Via Asti
Torino, 1945, ore 22
Torino, 1945, ore 22
Cara Pierina, amore mio,
domattina all'alba un plotone d'esecuzione della guardia repubblicana fascista metterà fine ai miei giorni.
Non ho materiale il tempo per dilungarmi a narrarti i particolari della mia cattura e del mio processo, comunque li potrai sapere dai miei compagni (Corso M. Grappa 7/17) o indirettamente dai miei amici. Ciò che voglio dirti in punto di morte, Pierina, è che tu sei stata il primo unico vero amore, e che se fossi vissuto ti avrei chiesto in isposa e ti avrei fatta felice.
In queste ore, le più tragiche della mia vita, tutto il mio passato mi si para dinnanzi come sullo schermo di un film in una visione rapidissima. Ebbene Pierina, in tutta la mia vita, due furono i giorni in cui posso dire di essere stato veramente felice: il primo fu il 30 giugno 1940 quando mi innamorai di te e il secondo fu nell'estate 1941 quando appresi la notizia di essere stato ammesso alla R. accademia di Modena.
tante, moltissime volte, durante questi anni che mi separano dal 30 giugno 1940 ripensai con nostalgia al nostro amore, ed ora, in punto di morte, prima di immacolare la mia vita per l'ideale per cui da oltre un anno combattei nelle vallate alpine di questo ferreo Piemonte, sento il bisogno di concentrarmi un po' per ripensare a te, amore mio. Addio Pierina, ti auguro tanta felicità e ti auguro soprattutto di ritrovare l'amore senza il quale la vita non è vita.
Addio, Pierina, addio "addio piccola Piera del mio cuore" ( ti ricordi questo è un endecasillabo della poesia che ti dedicai quando ci lasciammo?)
Ricordati sempre di me come l'uomo che mai cessò di amarti di vero amore.
Un ultimo bacio.
Tuo Pedro
domattina all'alba un plotone d'esecuzione della guardia repubblicana fascista metterà fine ai miei giorni.
Non ho materiale il tempo per dilungarmi a narrarti i particolari della mia cattura e del mio processo, comunque li potrai sapere dai miei compagni (Corso M. Grappa 7/17) o indirettamente dai miei amici. Ciò che voglio dirti in punto di morte, Pierina, è che tu sei stata il primo unico vero amore, e che se fossi vissuto ti avrei chiesto in isposa e ti avrei fatta felice.
In queste ore, le più tragiche della mia vita, tutto il mio passato mi si para dinnanzi come sullo schermo di un film in una visione rapidissima. Ebbene Pierina, in tutta la mia vita, due furono i giorni in cui posso dire di essere stato veramente felice: il primo fu il 30 giugno 1940 quando mi innamorai di te e il secondo fu nell'estate 1941 quando appresi la notizia di essere stato ammesso alla R. accademia di Modena.
tante, moltissime volte, durante questi anni che mi separano dal 30 giugno 1940 ripensai con nostalgia al nostro amore, ed ora, in punto di morte, prima di immacolare la mia vita per l'ideale per cui da oltre un anno combattei nelle vallate alpine di questo ferreo Piemonte, sento il bisogno di concentrarmi un po' per ripensare a te, amore mio. Addio Pierina, ti auguro tanta felicità e ti auguro soprattutto di ritrovare l'amore senza il quale la vita non è vita.
Addio, Pierina, addio "addio piccola Piera del mio cuore" ( ti ricordi questo è un endecasillabo della poesia che ti dedicai quando ci lasciammo?)
Ricordati sempre di me come l'uomo che mai cessò di amarti di vero amore.
Un ultimo bacio.
Tuo Pedro
domenica 29 maggio 2011
venerdì 27 maggio 2011
Musica che si spegne
A Petru, musicista per niente
Montesanto, Napoli
27 maggio 09

Correvo oltre il confine della vita a una velocità ormai infinita inciampando oltre al desiderio di volare per tentare di specchiarmi senza lo schifo.
Precipitavo però nel fondo dell’intimità della Chiesa di Santa Maria Delle Grazie dove Cristo muore indicando la via non capita.
Passavo proprio davanti alla stazione di Montesanto, nel centro di Piazzetta Concordia...ma mai nome fu così sbagliato.
Entrando in stazione è come se la sentissi ancora quella voce di donna, la moglie, come eco di vittima in croce, che gridava dolore in rumeno, inveiva contro la polizia in uno stentato italiano e stringeva a se una piccola fisarmonica rossa caduta al marito al momento dello sparo.
Correvo quindi oltre i binari per scappare da questa vita, solo un grande dolore..
Il giorno dopo la sparatoria torno a Montesanto e sul treno nessuno pare ricordare nulla. è agghiacciante.
Io mi fermo aggrappato ad un palo della cumana quasi a cercare un abbraccio, e non riesco a capire se quello che sento è la musica di una fisarmonica oppure viene dalla mia mente.
Ma oggi in cumana non suona nessuno.
Eppure so che c’è, ma non può essere il battito delle sue dita, ma è quella stessa musica, la sento da lontano
Sedotto dal pensiero di questa fisarmonica sempre più dolce prodotta dalla mia fantasia e insieme dal mio ricordo, in una diabolica ipnosi, racchiuso nel buio più totale, rivedo immagini di tanti viaggi... Montesanto-Pianura, partenza e ritorno
Profeta del buio, il fisarmonicista rumeno è sempre stato mio consigliere, nelle notti di un intera adolescenza…
..Nei miei occhi adesso solo il cuore straziato di quella donna che si disintegra, odore di ferro bruciato per le mie narici ed un motivetto zingaro che fischietto veloce, a cui unisco un tintinnio battendo le dita sul metallo della cumana...
La gente guarda stranita, io continuo a tenere il ritmo, oggi non esistono, io sono solo, su un treno vuoto, con un musicista per niente
Su quest'ultima musica il mio corpo lascio che vada da se, lascio che oscilli come la lancetta ubriaca di un vecchio orologio...
Voglio ritrovare quella sensibilità che la gente ha perso lungo il cammino, nel degrado estetico di questo schifo di paesaggio che si vede dai finestrini.
Chiudo gli occhi e la mia mente si disperde nel sonno e nel buio, si sparge nello spazio, si allontana via senza sapere quale sarà la sua direzione; in questa allucinata sensazione il dolore è attenuato, solo per un istante
in questo buio assoluto so che non potrò vedervi, ma lascio che la mia mente segua ancora le vostre note
e allora il fiato rumeno penetra per l'ultima musica nei fori della fisarmonica, ormai esausta, e suona, suona l'ossessione del mondo, e dai pori dello strumento esce l'aria del dolore...
Apro gli occhi, guardo le mie mani come un bimbo nella scoperta del suo corpo, e vedo che non sono più le stesse, intravedo al finestrino che qualcosa è segnato anche negli occhi...
Quando ci si risveglia dal dolore non ci si riconosce più.
A Soccavo si aprono le porte ed entra un violinista, io attendo la sua musica,
ma si guarda intorno, immobile, e non fa nulla
Montesanto, Napoli
27 maggio 09
Ilbrigante
Montesanto, Napoli
27 maggio 09
Correvo oltre il confine della vita a una velocità ormai infinita inciampando oltre al desiderio di volare per tentare di specchiarmi senza lo schifo.
Precipitavo però nel fondo dell’intimità della Chiesa di Santa Maria Delle Grazie dove Cristo muore indicando la via non capita.
Passavo proprio davanti alla stazione di Montesanto, nel centro di Piazzetta Concordia...ma mai nome fu così sbagliato.
Entrando in stazione è come se la sentissi ancora quella voce di donna, la moglie, come eco di vittima in croce, che gridava dolore in rumeno, inveiva contro la polizia in uno stentato italiano e stringeva a se una piccola fisarmonica rossa caduta al marito al momento dello sparo.
Correvo quindi oltre i binari per scappare da questa vita, solo un grande dolore..
Il giorno dopo la sparatoria torno a Montesanto e sul treno nessuno pare ricordare nulla. è agghiacciante.
Io mi fermo aggrappato ad un palo della cumana quasi a cercare un abbraccio, e non riesco a capire se quello che sento è la musica di una fisarmonica oppure viene dalla mia mente.
Ma oggi in cumana non suona nessuno.
Eppure so che c’è, ma non può essere il battito delle sue dita, ma è quella stessa musica, la sento da lontano
Sedotto dal pensiero di questa fisarmonica sempre più dolce prodotta dalla mia fantasia e insieme dal mio ricordo, in una diabolica ipnosi, racchiuso nel buio più totale, rivedo immagini di tanti viaggi... Montesanto-Pianura, partenza e ritorno
Profeta del buio, il fisarmonicista rumeno è sempre stato mio consigliere, nelle notti di un intera adolescenza…
..Nei miei occhi adesso solo il cuore straziato di quella donna che si disintegra, odore di ferro bruciato per le mie narici ed un motivetto zingaro che fischietto veloce, a cui unisco un tintinnio battendo le dita sul metallo della cumana...
La gente guarda stranita, io continuo a tenere il ritmo, oggi non esistono, io sono solo, su un treno vuoto, con un musicista per niente
Su quest'ultima musica il mio corpo lascio che vada da se, lascio che oscilli come la lancetta ubriaca di un vecchio orologio...
Voglio ritrovare quella sensibilità che la gente ha perso lungo il cammino, nel degrado estetico di questo schifo di paesaggio che si vede dai finestrini.
Chiudo gli occhi e la mia mente si disperde nel sonno e nel buio, si sparge nello spazio, si allontana via senza sapere quale sarà la sua direzione; in questa allucinata sensazione il dolore è attenuato, solo per un istante
in questo buio assoluto so che non potrò vedervi, ma lascio che la mia mente segua ancora le vostre note
e allora il fiato rumeno penetra per l'ultima musica nei fori della fisarmonica, ormai esausta, e suona, suona l'ossessione del mondo, e dai pori dello strumento esce l'aria del dolore...
Apro gli occhi, guardo le mie mani come un bimbo nella scoperta del suo corpo, e vedo che non sono più le stesse, intravedo al finestrino che qualcosa è segnato anche negli occhi...
Quando ci si risveglia dal dolore non ci si riconosce più.
A Soccavo si aprono le porte ed entra un violinista, io attendo la sua musica,
ma si guarda intorno, immobile, e non fa nulla
A Petru, musicista per niente
Montesanto, Napoli
27 maggio 09
Ilbrigante
martedì 24 maggio 2011
Alla grazia di Giuseppe di Stefano
Ogni sera di sotto al mio balcone
Sento cantar una canzone d'amore,
Più volte la ripete
un bel garzone
E battere mi sento forte il core,
Oh quanto è dolce quella melodia!
Oh com' è bella, quanto m' è gradita!
Ch'io la canti non vuol la mamma mia:
Vorrei saper perché me l'ha proibita?
Ella non c'è ed io la vo' cantare
La frase che m'ha fatto palpitare:
Vorrei baciare i toui capelli neri,
Le labbra tue e gli occhi tuoi severi,
Vorrei morir con te,
angel di Dio,
O bella innamorata tesoro mio.
Qui sotto il vidi ieri a passeggiare,
E lo sentiva al solito cantar:
Vorrei baciare i tuoi capelli neri,
Le labbra tue e gli occhi toui severi!
Stringimi, o cara, stringimi al tuo core,
Fammi provar l'ebbrezza dell'amor.
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