martedì 24 giugno 2014

SCN



Ai Cappellani Militari Toscani che hanno sottoscritto
il comunicato dell'11 febbraio 1965

Da tempo avrei voluto invitare uno di voi a parlare ai miei ragazzi della vostra vita. Una vita che i ragazzi e io non capiamo.
Avremmo però voluto fare uno sforzo per capire e soprattutto domandarvi come avete affrontato alcuni problemi pratici della vita militare. Non ho fatto in tempo a organizzare questo incontro tra voi e la mia scuola.
Io l'avrei voluto privato, ma ora che avete rotto il silenzio voi, e su un giornale, non posso fare a meno di farvi quelle stesse domande pubblicamente.

PRIMO perché avete insultato dei cittadini che noi e molti altri ammiriamo. E nessuno, ch'io sappia, vi aveva chiamati in causa. A meno di pensare che il solo esempio di quella loro eroica coerenza cristiana bruci dentro di voi una qualche vostra incertezza interiore.

SECONDO perché avete usato, con estrema leggerezza e senza chiarirne la portata, vocaboli che sono più grandi di voi.
Nel rispondermi badate che l'opinione pubblica è oggi più matura che in altri tempi e non si contenterà né d'un vostro silenzio, né d'una risposta generica che sfugga alle singole domande. Paroloni sentimentali o volgari insulti agli obiettori o a me non sono argomenti. Se avete argomenti sarò ben lieto di darvene atto e di ricredermi se nella fretta di scrivere mi fossero sfuggite cose non giuste.
Non discuterò qui l'idea di Patria in sé. Non mi piacciono queste divisioni.
Se voi però avete diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora vi dirò che, nel vostro senso, io non ho Patria e reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall'altro. Gli uni son la mia Patria, gli altri i miei stranieri. E se voi avete il diritto senza essere richiamati dalla Curia, di insegnare che italiani e stranieri possono lecitamente anzi eroicamente squartarsi a vicenda, allora io reclamo il diritto di dire che anche i poveri possono e debbono combattere i ricchi. E almeno nella scelta dei mezzi sono migliore di voi: le armi che voi approvate sono orribili macchine per uccidere, mutilare, distruggere, far orfani e vedove. Le uniche armi che approvo io sono nobili e incruente: lo sciopero e il voto.
Abbiamo dunque idee molto diverse. Posso rispettare le vostre se le giustificherete alla luce del Vangelo o della Costituzione. Ma rispettate anche voi le idee degli altri. Soprattutto se son uomini che per le loro idee pagano di persona.

Certo ammetterete che la parola Patria è stata usata male molte volte. Spesso essa non è che una scusa per credersi dispensati dal pensare, dallo studiare la storia, dallo scegliere, quando occorra, tra la Patria e valori ben più alti di lei.
Non voglio in questa lettera riferirmi al Vangelo. E troppo facile dimostrare che Gesù era contrario alla violenza e che per sé non accettò nemmeno la legittima difesa.
Mi riferirò piuttosto alla Costituzione.
Articolo 11 "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli...".
Articolo 52 "La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino".
Misuriamo con questo metro le guerre cui è stato chiamato il popolo italiano in un secolo di storia.
Se vedremo che la storia del nostro esercito è tutta intessuta di offese alle Patrie degli altri dovrete chiarirci se in quei casi i soldati dovevano obbedire o obiettare quel che dettava la loro coscienza. E poi dovrete spiegarci chi difese più la Patria e l'onore della Patria: quelli che obiettarono o quelli che obbedendo resero odiosa la nostra Patria a tutto il mondo civile?
Basta coi discorsi altisonanti e generici. Scendete nel pratico.
Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L'obbedienza a ogni costo? E se l'ordine era il bombardamento dei civili, un'azione di rappresaglia su un villaggio inerme, I'esecuzione sommaria dei partigiani, I'uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, I'esecuzione d'ostaggi, i processi sommari per semplici sospetti, le decimazioni (scegliere a sorte qualche soldato della Patria e fucilarlo per incutere terrore negli altri soldati della Patria), una guerra di evidente aggressione, I'ordine d'un ufficiale ribelle al popolo sovrano, la repressione di manifestazioni popolari?
Eppure queste cose e molte altre sono il pane quotidiano di ogni guerra. Quando ve ne sono capitate davanti agli occhi o avete mentito o avete taciuto. O volete farci credere che avete volta volta detto la verità in faccia ai vostri "superiori" sfidando la prigione o la morte? Se siete ancora vivi e graduati è segno che non avete mai obiettato a nulla. Del resto ce ne avete dato la prova mostrando

mercoledì 18 giugno 2014

Syn

"..Adaptation (Il ladro di orchidee) o Eternal Sunshine of the Spotless Mind (Se mi lasci ti cancello) avevano, alla fine, una valvola di salvataggio, un concetto intelligente che la gente capiva. Non c’è nulla del genere in questo film, cosa che è più simile alla vita. Le cose volano via e vanno fuori di testa e l’essere incomprensibile sembra il processo dell’esistenza. Questo è quello che mi sono proposto di esplorare. Non so. Forse non è una buona idea per un film."
Charlie Kaufman

giovedì 12 giugno 2014

defensive medicine

venerdì 6 giugno 2014

the world from the corner

L'asse d'ogni curva, qui, è decapitante,
perciò non camminiamo.
La geometria, da noi, è una tagliola,
'nu temperino subdolo, capzioso.
Spira aria 'e ghigliottina, qui da noi,
p'ogni vicolo e pontone.
Un terrore diffuso che blocca o irrigidisce,
insieme ai passi, qualsiasi pensiero.

Da voi invece tutto sembra piano,
liscio, euclidéo.
Tutto è senza rischio. O almeno così appare.
Tutto è senza orrore curve inibizioni.
'Nu muro eterno a voi vi libera dai raggi
li rimanda li riflette. Scherma.
La luce non vi acceca, no
non è per voi tortura, una fissa ed atroce compagnia.
Piuttosto vi accarezza, vi lusinga
Talvolta vi cola dalle ciglia come pianto
o 'a scazzimma rugiadosa de' ccriature,
'a matìna appena svegli, dall’angolo d' 'a cornea.

A nuie ce sfregia 'a luce, invece
ci tagliuzza, ci sminuzza, squarta
nun appena 'a jamm'incontro
La dobbiamo attraversare come a lutto
ciechi, incappucciati a boia
fotoresistenti quasi, sagome d’amianto.
E quando, po', ca passa parte a parte,
dal diaframma, penetrando, o in punto-cuore,
niente la respinge o la devìa, distorce,
anzi, l'anima s''a tene, s''a trattene,
e si carica, s'incendia, del suo fuoco,
che è ssulo 'nu castigo,
e però come fosse indifferente, opaca
orba di volontà e passione.
La passione più diffusa, qui da noi,
non è lo sdegno o l'orologio o il possesso
geloso delle cose, no.

Piuttosto è la distanza.
Sopportare il fastidio d''a luce, d' 'o ffuoco,
come fosse 'nu martirio, ma sdoppiato, obliquo,
non riguardante affatto alcun di noi.

martedì 3 giugno 2014


domenica 1 giugno 2014

è stata tua la colpa

e allora
adesso che vuoi
volevi diventare
come uno di noi
e come rimpiangi
quei giorni che
eri un burattino
ma senza fili
e invece adesso i
fili ce l'hai
e adesso non
fai un passo
se dall'alto non c'e'
qualcuno che comanda e
muove i fili per te
adesso la gente
di te piu' non ridera'
non sei piu' un
saltimbanco
ma vedi quanti
fili che hai
e' stata tua la scelta e
allora adesso
che vuoi
sei diventato
proprio come
uno di noi
a tutti gli agguati
del gatto e la
volpe tu
l'avevi scampata
sempre pero'
adesso rischi
di piu'
e adesso non
fai un passo
se dall'alto non c'e'
qualcuno che comanda e
muove i fili per te
e adesso che ragioni
come uno di noi
i libri della scuola
non te li venderai
come facesti
quel giorno
per comprare il
biglietto e entrare
nel teatro di
mangiafuoco
quei libri adesso
li leggerai
vai vai e
leggili tutti
e impara quei
libri a memoria
c'e' scritto che i
saggi e gli onesti
son quelli che fanno
la storia
fanno la guerra
la guerra e' una
cosa seria
buffoni e burattini
no non la faranno mai
e' stata tua la scelta e
allora adesso
che vuoi
sei diventato
proprio come
uno di noi
prima eri un buffone
un burattino
di legno ma
adesso che sei normale
quanto e' assurdo il
gioco che fai

Napoli, colto da infarto, muore in metropolitana

ENTRE LA LUZ Y LA SOMBRA (comunicato di fine esistenza)


La Realidad, Pianeta Terra.
Maggio 2014.

Compagna, compagno
Buona notte, sera, giorno in qualsiasi sia la vostra geografia, il vostro tempo e il vostro modo.
Buona alba.
Vorrei chiedere alle compagne, compagni e compagnei della Sexta che vengono da fuori, in particolare ai mezzi di informazione indipendenti compagni, la vostra pazienza, tolleranza e comprensione per ciò che dirò, perché queste saranno le mie ultime parole in pubblico prima di cessare di esistere.
Mi dirigo a voi e a color che attraverso di voi ci ascoltano e ci guardano.
Forse all'inizio, o nel trascorso di queste parole crescerà nel vostro cuore la sensazione che qualcosa è fuori luogo, che qualcosa non quadra, come se stessero mancando uno o vari pezzi per dare senso all'enigma che vi si mostrerà. Come che di per sé manca quello che manca.
Forse poi, giorni, settimane, mesi, anni, decadi dopo si capirà quello che adesso diciamo.
Le mie compagne e compagni dell'EZLN in tutti i livelli dell'organizzazione non mi preoccupano, perché è questo il nostro modo di qua: camminare, lottare, sapendo sempre che manca quello che manca.
Inoltre, che non si offenda nessuno, l'intelligenza dei compagni e compagne zapatisti è molto più in alto della media.
Per il resto, ci soddisfa e rende orgogliosi che sia di fronte

martedì 20 maggio 2014

Europe

Il manifesto di Ventotene (1944)


PER UN’EUROPA LIBERA E UNITA

Progetto d’un manifesto

I. — LA CRISI DELLA CIVILTÀ MODERNA.

La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale, che non lo rispettassero.
1°) Si è affermato l'eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato dalle sue caratteristiche etniche, geografiche, linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale creato per proprio conto, secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore i suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l'oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere entro il territorio di ciascun nuovo stato alle popolazioni più arretrate le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi dell'imperialismo capitalista, che la nostra generazione ha visto ingigantire, sino alla formazione degli stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è ora più considerata come lo storico prodotto della convivenza di uomini che, pervenuti grazie ad un lungo processo ad una maggiore unità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana; è invece divenuta un'entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possano risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio di ciascuno di essi, poiché ciascuno si sente minacciato dalla potenza degli altri e considera suo «spazio vitale» territori sempre più vasti, che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza, senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non                                            

martedì 13 maggio 2014

on that rock in May, a flower is born


lunedì 12 maggio 2014

columns

'A Mamma è n'ata cosa: 'o cerviello,
ll'asse d'a casa, 'o sciato, ll'armunia;
è chella ca cumanna 'a cumpagnia:
sta 'ncapa 'o capo 'e casa, è nu cappiello.

Attuorno tene sempe nu ruciello,
abbada a mille cose, fa 'a Maria;
e si nun sbatte pè na malatia,
va ascianno sempe ll'ago cu 'o rucchiello.

A chi nu punto, a chi na cera storta,
a chi nu vaso, a chi n'avvertimento.
e se capisce 'a mamma quanno è morta,

quanno nun ce sta cchiù sta scucciantona:
ca pare ca t'accide ogne mumento
e, doppo nu minuto, te perdona.

martedì 6 maggio 2014

devotion


“È come se ci fossero due operazioni opposte. Da un lato si eleva a ‘maggiore’: di un pensiero si fa una dottrina, di un modo di vivere si fa una cultura, di un avvenimento si fa Storia. Si pretende così riconoscere e ammirare, ma, in effetti, si normalizza. Succede lo stesso per i contadini delle Puglie, secondo Carmelo Bene: si può dar loro teatro, cinema e persino televisione. Non si tratta di rimpiangere il vecchio buon tempo, ma d’essere sgomenti di fronte all’operazione che subiscono, l’innesto, il trapianto fatto alle loro spalle per normalizzarli. Sono divenuti maggiori. Allora, operazione per operazione, chirurgia contro chirurgia, si può concepire l’inverso: in che modo ‘minorare’ (termine usato dai matematici), in che modo imporre un trattamento minore o di minorazione, per sprigionare dei divenire contro la Storia, delle vite contro la cultura, dei pensieri contro la dottrina, delle grazie o delle disgrazie contro il dogma?”

martedì 22 aprile 2014

25


führe mich

martedì 1 aprile 2014

I misteri della fede non sono un oggetto per l’intelligenza in quanto facoltà che permette di affermare o di negare. Non appartengono all’ordine della verità, ma a un ordine superiore. L’unica parte dell’anima umana capace di un contatto reale con essi è una facoltà di amore soprannaturale. Soltanto questa è pertanto capace di un’adesione nei loro riguardi.
Il ruolo delle altre facoltà dell’anima, a cominciare dall’intelligenza, è soltanto quello di riconoscere che ciò con cui l’amore soprannaturale viene a contatto è reale; che tali realtà sono superiori agli oggetti di loro pertinenza; e di tacere non appena l’amore soprannaturale si desta in modo attuale nell’anima.
La virtù di carità è l’esercizio della facoltà di amore soprannaturale.
La virtù di fede è la subordinazione di tutte le facoltà dell’anima alla facoltà di amore soprannaturale.
La virtù di speranza è un orientamento dell’anima verso una trasformazione dopo la quale essa sarà interamente ed esclusivamente amore.
Per subordinarsi alla facoltà di amore, le altre facoltà devono trovarvi ciascuna il proprio bene; in particolare l’intelligenza, che è la più preziosa dopo l’amore. E le cose stanno effettivamente così.
Quando l’intelligenza torna a esercitarsi di nuovo, dopo aver fatto silenzio per consentire all’amore di invadere tutta l’anima, si trova a possedere più luce di prima, una maggiore attitudine a cogliere gli oggetti, le verità che sono di sua pertinenza.
Non solo: io credo che tali silenzi costituiscano per essa una educazione che non ha equivalenti e le permettano di cogliere verità che altrimenti le resterebbero celate per sempre.
Ci sono verità che sono alla sua portata, che essa può cogliere, ma solo dopo essere passata in silenzio attraverso l’inintelligibile.
Non è questi che Giovanni della Croce intende dire chiamando la fede una notte?
L’intelligenza può riconoscere i vantaggi di questa subordinazione all’amore soltanto per esperienza, a cose fatte. Prima, non ne ha alcun presentimento. Non ha inizialmente alcun motivo ragionevole di accettare questa subordinazione. Cosicchè questa subordinazione è opera soprannaturale che soltanto Dio opera.
L'intelligenza deve esercitarsi in totale libertà, oppure tacere. Nel suo ambito la Chiesa non deve avere nessun diritto di giurisdizione. Ovunque ci sia disagio dell'intelligenza c'è oppressione dell'individuo da parte del sociale, che tende a diventare totalitario. La Chiesa ha stabilito un totalitarismo, così essa oggi non è priva di responsabilità negli attuali avvenimenti.

Quando si fa perfetta attenzione a una musica perfettamente bella (e lo stesso vale per l'architettura, la pittura la scultura ecc..) l'intelligenza non ha al riguardo alcunchè da affermare o da negare. Ma tutte le facoltà dell'anima, compresa l'intelligenza, tacciono e sono sospese all'ascolto. L'ascolto è applicato ad un oggetto incomprensibile ma che racchiude della realtà e del bene. E l'intelligenza che non vi coglie alcuna verità vi trova nondimeno un nutrimento. Il mistero del bello nella natura e nelle arti (ma soltanto nell'arte di primissimo ordine, perfetta o quasi) è un riflesso sensibile del mistero della fede.

mercoledì 12 marzo 2014

Marzo

Marzo: nu poco chiove
e n'atu ppoco stracqua,
torna a chiovere e schiove,
ride 'o sole cu ll'acqua.
Mò nu cielo celeste,
mò n'aria cupa e nera:
mò d' o vierno 'e tempesta,
mò n'aria 'e primmavera.
Marzo: nu poco chiove
e n'atu ppoco stracqua.
N' auciello freddigliuso
aspetta ch'esce 'o sole:
ncopp'o tturreno nfuso
suspireno 'e vviole.
Catarì! Che vuò cchiù?
Tiéneme, core mio!
Marzo, tu 'o ssaie, sì tu,
e st'auciello song'io...
marzo: nu poco chiove
e n'atu ppoco stracqua

sabato 8 marzo 2014


O' juorno ce vedarrammo ccà, 'e ccinche, 'e ccinche e nu quarto, e faticarrammo 'n santa pace...
Doppo, vuje ve ne jarrate 'a na parte e io me ne jarraggio 'a n'ata.
E accussì fino a che camparrammo. Senza n'ombra 'e peccato. E ce vularrammo tantu bene.
E' accussì bello a vulerse bene.
Pè ll'esistenza mia tanto travagliata e per la tua bontà d'animo meritavamo una fine migliore
Nuje simme dduie pizzeche 'e povere, ca nu sciuscio ce sperde. chi ce vede? chi ce nota? che rappresentammo? Tenimme, si, doie bell'aneme, ma 'e tenimmo 'nzerrate 'mpietto, chi 'e ssape? E quanno jesciarranno, nuje nun ce starrammo cchiù.
Nuie sultanto però ca st'aneme 'e sapimmo e sentimmo che soffrono, ce avimm'a tenè cura, l'avimm'a purtà passianno p'è ffà distrarre, p'è ffà piglià aria....a mia 'a vedite? Se distrae accussì

Antonio


Una persona sola
è un uomo
con delle buste
in mano.
che s'affanna al 12.
Che chiede
di poter scender
dove non c'è fermata.
è un uomo
che si tira su le brache
maleodoranti.
Una persona sola
è un uomo
che lascia il sentiero.
E' il fastidio
di chi se lo trova vicino
E' un farfuglio di parole
che non trova senso
se non dove non c'è senso.
Una persona sola
è un uomo
che dice grazie.
Grazie.
Grazie ancora.
E' un uomo
che s'allontana
un venerdì notte.
Una persona sola
è forse un uomo
che per un istante osserva
l'uomo solo
che se ne va...

inlectura

È follia intrattenere la Madonna.
Ella è quel nulla che noi siamo.
E se la voce la espropria, la figura, è perché noi preghiamo devotamente.
La devozione è quell’affanno misero di che la nostra preghiera ansima e se ne muore.
E, addolorata, trista conseguenza, la Madonna ci appare.
Mortificata nel pettegolezzo,
la nostra voce ha le sue visioni.
E son queste visioni che il dire musicale riconverte nella implosione buia della voce,
così che noi parliamo la Madonna
nostra signora delle mancanze beate.
Sono apparso è un indicibile verbo passivo
sono detto
sono io quella signora.

Spegnete le lampade,
quanto stiamo per dire è di argomento teologico
da 22 anni ho scelto l'arte della santità,
la mia frequentazione masochistica del palcoscenico
è sempre avvenuta nel segno dell'antirappresentazione
dell'assenza.
Ho perseguito la sospensione
la fine del tragico come fine della volgarità della tragedia
come rifiuto del conflittuale sulla scena
la negazione dell'immagine
la concentrazione sulla parola
come atto di amore
e non c'è altro amore che amore di Dio.
L'amore è solo nella parola
nel suono della voce
a patto che nel dire non vi sia altra velleità
non vi sia mai altro puntiglio che il dire stesso
e ancora la negazione della catarsi
la negazione e la frantumazione dell'io
verificatosi nella mancanza di Dio
la nostalgia
il narcisismo come tentativo disperato di arrestare il divenire.
Il poeta e il musico che porta la parola del poeta non si rivolge ai cittadini
ma all'altro
sapendo quanto gli manca Dio

martedì 18 febbraio 2014

unthinkable point of view


lunedì 10 febbraio 2014

quadrivio

fiato
ossessioni
paranoie
capelli
tagli di occhi
cambi di prospettiva improvvisi
visioni
cristallizzazioni imprecise
incompletezza
senso di colpa
imperfezioni
lingue chiuse
cospirazioni

giovedì 6 febbraio 2014

guardarci dentro


mercoledì 5 febbraio 2014

L'età di mezzo

Registrazioni di eventi comuni ma significativi, approfondimenti per capirne le logiche e le origini, ma anche interrogazione sui modi, anzi sul rapporto tra i fini e i mezzi del proprio lavoro, sul significato delle proprie scelte formali che non sono mai solo tali.
Il conflitto con la realtà, infine, non piegabile alla manipolazione artistica, e tanto meno alla presunzione giornalistica e o sociologica dell'autore.
Occorre molta pazienza, per documentare, capire, occorre rispettare i tempi della vita e della fiducia.

martedì 4 febbraio 2014

Redenzione

Vi saranno segni nel sole,
nella luna
e nelle stelle,
e sulla terra angoscia
di popoli in ansia
per il fragore del mare
e dei flutti,
mentre gli uomini
moriranno
per la paura
e per l'attesa di ciò
che dovrà accadere sulla terra.
Le potenze dei cieli, infatti
saranno sconvolte.
 guerre
  carestie
   terremoti,
tutte queste cose verranno,
ma la fine
non sarà subito dopo

domenica 2 febbraio 2014

venerdì 31 gennaio 2014

nessun uomo è un isola

mare tempestoso isole irraggiungibili
vicoli del web senza uscita



No man is an island,
Entire of itself,
Every man is a piece of the continent,
A part of the main.
If a clod be washed away by the sea,
Europe is the less.
As well as if a promontory were.
As well as if a manor of thy friend's
Or of thine own were:
Any man's death diminishes me,
Because I am involved in mankind,
And therefore never send to know for whom the bell tolls;
It tolls for thee.

giovedì 30 gennaio 2014

i giorni contati

La forza mitica

Sono passati circa duemilacinquecento anni da quando in Grecia si scrivevano bellissimi poemi. Oramai, a leggerli, sono quasi soltanto coloro che si specializzano in questo studio, ed è un peccato. Perchè questi antichi poemi sono talmente umani da essere ancora molto vicini a noi e possono interessare tutti. Sarebbero persino molto più commoventi per quanti sanno cosa significhi lottare e soffrire, piuttosto che per coloro che che hanno trascorso la loro vita tra le quattro mura di una biblioteca.

Simone Weil introduce 'Antigone' per la rivista operaia 'Entre nous'

domenica 19 gennaio 2014

Deragliato

















illustrazione di Lari Zègate da L'anguilla http://giornalinoinmovimento.blogspot.it/ 

Ischia

Ischia
è nu suonno
nu suonno lucente
chest'isola aperta
fa 'o core 'ncantato

Ischia
st'aria doce
ca scenne de' monti
se mette int'e 'vvene
te fa suspirà

e stu mare
stu mare d'argiento
ca varca che torna
te invita a sunnà

sulamente na refola 'e viento
ca sceta chest'onna per farte cantà
Ischia


cosa se ne fa delle armonie degli angeli






















Mannaggia a me e a quanno me facette 'nzerrà ccà dinto! C'a forza me ce purtajen! E tutto pecchè?E tutto pecchè?E tutto pecchè? E tutto pe ne caruta! Era maggio 'e tre anne fa! Stavo mettendo tanto bello le rose sopra l'altare della Vergine nella parrocchia di Santa Maria Apparente in cui esercitavo sotto mentite spoglie, quanno pozza cadè 'a coppa a chella cessa 'e scala. Ah! Mannaggia bubbà, mannaggia mannaggia bubbà!
'E corza me ce purtaieno dint' 'a stu spitale 'e mmerda! Chi me cecaje a me! Ma io pò tanne mica 'o ssapevo ca io ero a Madonna! Non avevo ancora avuto la rivelazione. Si no te pare a te ca Don Antonio se puteva permettere 'e me fa fa 'a sacrestana dint'a sta chiesa? Di costringermi a mettere i fiori davanti all'immagine divina mia di me stessa medesima! Fu qua che in sogno mi venne lo Spirito Santo e mi rivelò tutto! Ed allora ricordai.

sabato 18 gennaio 2014

c'è bisogno di una grande preparazione per permettersi di non avere ideologie

venerdì 17 gennaio 2014

L'impossibile

Chi potrà dir
Chi potrà dir quanta dolcezza prova
Di madonn' amirar la luce altera
Che fa vergogn'a la celeste sfera?
Io non, che 'n me non trovo
Lo stil ch'a lei s'aviene
Che mirand'il bel volto e i bei costumi
Per non veder men bene
Vorria perder'a un hor la vit'e i lumi

Se la dura durezza
Se la dura durezza
In la mia donna dura,
Ahi! dura sorte mia, se durar deggio,
Amor la sua bellezza
Che' se per sempre veggio
Chiudermi 'l passo di pietà, qual sia
Pena ch'aguagl'in part'a questa mia?
Ma serà ben assai lieta mia sorte,
Se per si gran bellezza giungo a morte

Voi sapete
Voi sapete ch'io v'amo, anzi v'adoro
Ma non sapete già che per voi moro
Chè se certo il sapeste
Forse di me qualche pietate avreste
Ma se per mia ventura
Talhor ponete cura
Qual stratio fa di me l'ardente foco
Consumar mi vedret'a poco a poco

Vostra fui
Vostra fui e sarò mentre ch'io viva
Faccia 'l ciel ciò che vuole
Il viver mio così da voi deriva
Come derivar suole
Ogni ben ch'è fra noi dal chiaro sole
Dunque credete ch'io
Non vi posi nè mai porrò in oblio


venerdì 10 gennaio 2014

in fondo in fondo puoi sempre emigrare

i palcoscenici fatti in casa

A me a volte viene da pensare che Gomorra sia solo un’invenzione letteraria, così come Napoli.

domenica 5 gennaio 2014

Mystical

I wanna love you,
and treat you right
I wanna love you,
every day and every night
We'll be together,
with a roof right
over our heads
We'll share the shelter,
of my single bed
We'll share the same room,
Jah provide the bread
Is this love?
Is this love that i'm teeling?
Is this love that i'm feeling?
I wanna know
I got to know, now

two hours

venerdì 3 gennaio 2014

to the Wonder

Neonato
Apro gli occhi










Mi sciolgo.
Nella notte eterna.
Una scintilla
Cado nella fiamma
Mi hai portato
fuori dalle ombre.
Mi hai sollevato da terra
Mi hai riportato alla vita.
Cosa sta sognando?
Come è calma.
In amore.
In pace per sempre.
Siamo saliti su per i gradini.
Alla 'Meraviglia'
L'amore ci rende uno solo.
Due...
uno.
Io in te.
Tu in me.
Cos'è quest'amore che ci ama?
Che viene dal nulla
Da tutt'intorno.
Il cielo
Tu, nuvola.
Mi ami anche tu.
C'è qualcosa che manca.
C'è un amore,
è come un ruscello che
si secca quando
la pioggia non lo nutre più
Ma c'è un amore,
che è come una molla
che viene fuori dalla terra.
Il primo è amore umano,
il secondo divino.
Ed ha la sua sorgente.
Il marito deve amare sua moglie
come Cristo ha amato la sua Chiesa
e dare la sua vita per lei.
Non la trova bella,
la rende bella.
Ma c'è una grazia
che viene in questi matrimoni.











Sei presente ovunque.
E comunque non riesco a vederti.
Tu sei dentro di me.
Intorno a me
Scrivo sull'acqua...
cosa non oso dire
Il mondo è così lontano
Un fantasma
Ceneri.
Vedi quella fascia rossa
nel cielo proprio là?
E vedi quella blu sotto?
è l'ombra della terra sull'atmosfera.










Quando siamo io e te,
e nessuno in giro.
Il potere ti colpisce.
Lo fa sempre con me.
Puoi dire: 'Potere', e mi colpisce.
Prima che possa uscirne.
Vedi, il diavolo non sa cosa dico.
E tu non lo saprai e neanche io.
Riesco a sentire
il calore della luce, fratello.
è spirituale.
Sento più di una luce naturale.
Sento come una luce spirituale, vedi?
Posso quasi toccare quella
luce che viene direttamente dal cielo.
Per quanto tempo ti nasconderai?
Se avessi saputo che era lì...
Fammi arrivare a te.
L'uomo è in rivolta contro Dio
Il profeta Hosea ha visto,
nel fallimento del suo matrimonio,
l'infedeltà spirituale
dei suo popolo
In quel matrimonio fallito, abbiamo
visto il disegno del nostro mondo
Vogliamo vivere dentro
la sicurezza delle leggi
Abbiamo paura di scegliere
Gesù
insiste nella scelta.
L'unica cosa che condanna totalmente
è evitare la scelta.
Scegliere è impegnare se stessi,
e impegnare se stessi
è correre il rischio...
è correre il rischio del fallimento
il rischio del peccato,
il rischio del tradimento.
Ma Gesù può affrontare tutto.
Non ci nega mai il perdono.
L'uomo che commette un errore
può pentirsi.
Ma l'uomo che esita,
che fa nulla,
che sotterra il suo talento,
nella terra...
Pensavi che avessimo
tutta la vita
Tutto il tempo non esiste più
Mio padre
Diceva di leggere i cattolici romani
"tutte le cose vanno
per il meglio”
Credeva in questo
Vuoi pregare con me?
Non avevo fede
Lo sapevi
Avevi paura
Mia madre diceva che
inseguo i raggi di luna
Diceva questo?
preferisco avere un raggio di luna che la vita di prima










C'è sempre questo
qualcosa invisibile
che io sento così fortemente
Che ci lega così fortemente
Amo questa sensazione
anche se mi fa piangere a volte
La presenza divina
che è presente
in ogni
vita
"Cristo ha detto questo
Cristo ha detto quello".
Voi che cosa dite?
E quello che dite,
proviene da Dio?
Rispondere a ciò
che è di Dio
in ogni donna, ogni uomo
Conoscersi l'un l'altro
in questo amore
che non cambia mai
Dove siamo
quando siamo lì?
perchè non sempre?
Aprimi
Entra in me
Mostrami
come posso amarti
Dove mi stai portando?
Insegnaci dove cercarti
Prego,
ma a volte non lo sento
Inonda le nostre anime col tuo
spirito e la tua vita
Così completamente
che le nostre vite possano essere
solo un riflesso della tua
Splendi attraverso noi
Mostraci come cercarti

Siamo stati creati per vederti

giovedì 26 dicembre 2013

'o ristorante 'n paraviso


già me sentevo accussì


martedì 24 dicembre 2013

tempest

Lu viecchio ceveriello è frasturnato…
 Nun ve preoccupate, e se ve fa piacere
 jatevenne int’ ‘a grotta mia, pe’ ripusà.
Faccio duje passe pe’ calmà la mente ca nun trova arricietto:
scioscia e sbatte

venerdì 20 dicembre 2013


[....] a Rosignano ci andavamo almeno una volta al mese, dai nonni.
Di mio nonno paterno ho pochi ricordi, ma tutti molto belli e silenziosi.
Una volta andammo insieme in piazza, davanti all'Arci, mi indicò una targa su un muro e mi raccontò dell'anarchico Pietro Gori e poi mi comprò un gelato. Rimasi in mezzo agli altri vecchietti, ai muratori come lui che chiacchieravano, senza annoiarmi, senza stancarmi, senza bisogno di correre o giocare, perchè davvero in quel momento il tempo si era fermato. Questo quando ancora stava bene. Perchè poi si ammalò, anche se io non capii molto bene, ero ancora un bambino. Però non usciva più, non parlava più, dimagriva e stava sempre in pigiama. Si toccava qualcosa, forse un catetere, forse una ferita d'operazione, non ricordo bene adesso, e mia nonna lo picchiava sulla mano come se fosse anche lui un ragazzino. Mi spiaceva. Una domenica pomeriggio, dopo un pranzo, mamma mi disse che loro, tutti gli adulti, dovevano fare un giro fuori. Non volevano portarmi e si inventarono che dovevo rimanere con nonno. Avevo voglia? Si. Appena uscirono tutti, i miei genitori gli zii e anche i cugini, il nonno mi sorrise, poi si alzò in piedi e mi indicò, senza parlare, perchè non parlava più, un mobile nel soggiorno. Mi avvicinai al mobile. Annuì, sorrise e indicò col dito in alto. Spuntava una scatola nera, di cuoio. Presi una seggiola e raggiunsi la scatola. Lui annuiva. Dentro c'era un vecchio cannocchiale. Lo afferrò. Mi fece cenno di seguirlo alla finestra. Mi affacciai. Eravamo al quinto piano di un palazzone della 167 di Rosignano Solvay, intorno c'erano altri edifici popolari, da un lato la Coop, dall'altro l'Aurelia e la ferrovia, davanti il mare e più indietro le immense ciminiere grigie della fabbrica. Erano ciminiere davvero enormi, e io mi ricordo che, come due imbecilli, ignari dei veleni, io e mio padre facevamo a gara a chi aveva la ciminiera più grossa: vinceva lui, perchè quelle di Rosignano erano più grandi di quelle di Scarlino e Piombino. Nonno puntò il cannocchiale, poi lo spostò di poco. Sorrise. Poi si abbassò al livello dei miei occhi, rimise a fuoco, e mi fece cenno di guardare. Ero stregato da quella situazione. Quale segreto di pirati aveva scoperto? Misi gli occhi nel cannocchiale e vidi nel casermone popolare di fronte una signora che rigovernava i piatti all'acquaio, col grembiule. Staccai gli occhi dalle lenti. Guardai nonno. Sorrideva felice. Poi portò un dito davanti al naso. "Silenzio. Non lo diciamo a nessuno". Io annuii, sorridendo. Davvero il tempo si era fermato.
[.....] (da Amianto, di Renato Prunetti)

sorgiva

se ci inoltriamo più indietro ancora per scoprire la vita sorgiva da cui è scaturita l'onda che sempre ci avvolge naufraghiamo nel buio dell'irrappresentabile.
non ci giova aver abbandonato il sussulto evanescente di ciò che vive ora,
se invece voltiamo le spalle al passato e sezioniamo ciò che ci sta di fronte per cogliere la vita mentre fluisce in noi
allora ogni volto forma corposità colore figura della vita che ci circonda sembra ovunque scomporsi in frammenti di passato.
la concretezza del mondo presente è un astrazione mascherata lungamente elaborata prima di noi e da noi
ogni fremito è una menzogna
ogni immagine un miraggio
il modello dell'integrità.
l'uomo moderno è spezzato, frammentario
ciò che la collettività si attende dall'individuo e presuppone in lui
è sempre diverso da quello che egli scopre in se stesso come autentico
sorgivo
e c'è qualcosa di più che una formica che vuol lasciare dietro di se una traccia durevole tra le apparenze
il suo strascico di cometa o di lumaca viene frantumato dal mondo umano non dalla sua ostilità ma semplicemente dalla sua estraneità
dalle sue regole dai suoi comportamenti dalle sue consuetudini.
nella collettivià l'espressione dell'individuo non riecheggia.

è tempo di mettersi in ascolto

frammenti di immagini di cinema diventano raramente ossessione, impigliate in una rete, capaci di ritornare di nascosto senza preavviso su un treno affollato.

femminile


“Si doveva schiodare il mito dalla croce infamante del sesso. Io, Don Giovanni lo sono stato. Lo sono stato nei letti sfatti, nel sudore insensato dei corpi. Lo sono stato sempre di più nell’urgenza che veniva sempre meno. Nel desiderio che mi abbandonava..”

54

riappropriazione: 'o cappiello

nu garofano d'ammore



Geografia commossa dell'Italia interna

Sono partito dalla percezione del corpo, perché il corpo mi dava pensieri, il corpo faceva salire alla testa pensieri più che sensazioni. Questi pensieri si mettono in un’area della testa che si potrebbe chiamare area dell’apprensione: è quest’area che mi porta a disperare del mio corpo, a sentirlo incapace di avvenire. Ogni corpo ha una sua idea di avvenire. Nel mio caso un’idea bruciante, pochi mesi, pochi giorni, poche ore. Questa immaginaria salute precaria s’incrocia con la reale salute precaria dei luoghi in cui vivo. E allora la ricognizione dei luoghi è il frutto di uno spostamento d’attenzione, dal sintomo del corpo al sintomo del luogo, dall’ipocondria alla desolazione. La mia scrittura non ha il rigore della scienza, non vuole e non può essere attendibile. Il primato della percezione sul concetto, del particolare sull’astrazione. Questo non deve trarre in inganno, la mira è comunque altissima e non ho bisogno di concordare con nessuno il bersaglio. La paesologia non vuole fare riassunti o postille al lavoro altrui. In un certo senso è una disciplina indisciplinata, raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quello che vuole dire. Un lavoro provvisorio, umorale, ondivago e volatile. La vicenda si complica quando si pronuncia la parola “politica”. In questo caso la fragilità non è più una forza, ma un qualcosa che dà i nervi. Perché la politica è o dovrebbe essere un’elaborazione collettiva. Il pericolo e l’opportunità è che al punto in cui siamo arrivati anche la politica appartiene alle discipline dell’immaginario. Non si sa che strada prendere e allora si fanno arabeschi, congetture. La modernità finisce ogni giorno e ogni giorno prolunga la sua esistenza con una magia collettiva che occulta ciò che è in piena evidenza: non crediamo più alla nostra avventura su questo pianeta. Non abbiamo nessuna religione che ci tiene assieme, nessun progetto da condividere. La paesologia denuncia l’imbroglio della modernità, il suo aver portato l’umano dalla civiltà del segno alla civiltà del pegno. Navighiamo in un mare di merci, e intorno a noi è tutto un panorama di navi incagliate: le nazioni, gli individui, le idee, tutto è come bloccato in un presente che non sa volgere la sua fronte né avanti né indietro. In uno scenario del genere una politica possibile è la poesia. La poesia non è il fiore all’occhiello, è l’abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa. La poesia ci può permettere di navigare nel mare delle merci lasciandoci un residuo di anima. La poesia è la realtà più reale, è il nesso più potente tra le parole e le cose. Quando riusciamo a radunare in noi questa forza, possiamo rivolgerci serenamente agli altri, possiamo scrivere, possiamo fare l’oste o il parlamentare, non cambia molto. Quello che conta è sentire che la modernità è una baracca da smontare. Una volta che la baracca è smontata, piano piano impareremo a guardare la terra che c’è sotto per costruire in ogni luogo non altre baracche, ma case senza muri e senza tetto, costruire non la crescita, non lo sviluppo, costruire il senso di stare da qualche parte nel tempo che passa, un senso intimamente politico e poetico, un senso che ci fa viaggiare più lietamente verso la morte. Adesso si muore a marcia indietro, si muore dopo mille peripezie per schivare la fine. E invece c’è solo il respiro, forse ce n’è uno solo per tutti e per tutto. Spartirsi serenamente questo respiro è l’arte della vita. Altro che moderno o postmoderno, altro che localismo o globalità. La faccenda è teologica. Abbiamo bisogno di politica e di economia, ma ci vuole una politica e un’economia del sacro. Ci vuole la poesia. (franco arminio)

#simapoichihaincendiatocittàdellascienza?

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». (Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

Arturo Nicolodi

diventare adulti


 Parole, parole, parole
 Si stanno creando solchi profondi, fra chi è dentro e chi è fuori, fra giovani e adulti, fra precari e garantiti, fra possidenti e nullatenenti… Come tenere insieme i pezzi? In passato sono state le parole a saldare le generazioni, sono state orazioni civili e grandi narrazioni a tenerci insieme, a legare nel patto sociale chi è distante nelle possibilità materiali. La sensazione è che questo oggi non basti, anzi. Il marketing e la pubblicità hanno corrotto la comunicazione, la ricerca spasmodica del consenso nella società della comunicazione ha portato a promettere tutto, a disegnare sogni con le parole, alla seduzione come logica di relazione: ora si è consumato il tempo in cui i frutti maturano, le promesse si avverano, il riscontro è possibile, e il bluff è palese. L’immigrazione si è fermata, qualcuno torna indietro, i canali Mediaset non funzionano più da sirena per i più giovani perché i format sono planetari, e qui tutto è saturo, in mano ad adulti e vecchi che non arretrano dalle loro posizioni di privilegio. Per questo i ragazzi popolano la notte e il web, gli unici spazi rimasti liberi, e diffidano delle parole, del verbale degli adulti, perché tutto è già stato smentito. Anche un bambino sa che la pubblicità mente per sedurre – ma non sa che oggi preferisce costruire storie e personaggi per affiliare, per cooptare il suo immaginario – mentre dalla comunicazione istituzionale ci si attende altro, il resoconto della realtà. L’approfondimento, invece, o lo svelamento delle vicende più complesse, si avrebbe voglia di leggerlo sui giornali. Non è così: la realtà trapela da intercettazioni, disposte da magistrati e passate ai giornali, mentre le inchieste televisive sono fatte sulle libere denunce dei cittadini, ma se subisci un torto o qualcuno di caro scompare sono i carabinieri a suggerirti di “chiamare la tv”. Se siamo sempre noi cittadini a scoprire, denunciare, svelare… cosa servono le istituzioni? Ma la forza delle parole è indebolita non solo dalla mancata corrispondenza col vero nel discorso pubblico – il vero malato di questi anni – ma anche per l’innocua ipertrofia del discorso privato. Paradossalmente credo che la libera circolazione dei saperi sul web abbia depotenziato le parole, perché una lavagna infinita dove scrivere qual che si vuole quando si vuole non produce sapere. Ora che tutti abbiamo un muro e una vernice spray nel pc portatile, che ne facciamo? 

Chimica della trasformazione
 Le parole su cui vale la pena concentrare gli sforzi sono forse quelle che hanno forza trasformativa. Per me la questione oggi è come innescare meccanismi di trasformazione della realtà. Per esempio, mi è chiaro che occorre rompere l’incantesimo dello scenario di crisi, che è ricattatorio quanto quello magico del paradiso in terra, professato fino a prima. Tutto oggi è ancora raccontato in modo incombente, secondo rapporti di scala che non lasciano margini per azioni possibili: le parole della crisi creano pubblico e non attori, costruiscono sceneggiature dove le parti a disposizione sono quelle di chi attende, teme, si lamenta, diffida. È chiaro che quelle parole ingessano e congelano, fanno il gioco di chi le diffonde: sono efficaci, ma nel senso che immobilizzano una reazione civile. I ragazzi e non solo loro stanno scrivendo, tantissimo, solo che tutto questo avviene su display, quasi sempre senza la responsabilità di un discorso pubblico, ovvero senza assumersi la responsabilità delle parole, preferendola la confidenza, lo sfogo, l’evasione. Scrivere una lettera di protesta al sindaco, scrivere una “lettera alla professoressa”, redigere un manifesto di intenti, stendere lo statuto di un’associazione che combatte una causa, preparare un gruppo di ragazzi a sostenere un’intervista con un ministro…: sono esempi di pratiche di parole su cui vale la pena misurarsi, per cercare oggi dove avviene quella chimica della trasformazione. Se voglio consegnare il mio tesoro alla generazione che avviene, l’aiuto a dire con forza ed efficacia come le cose dovrebbero andare per dare a tutti cittadinanza.

 Dalle parole alle immagini
 Prima di scrivere e fare ricerche organizzavo in modo volontario rassegne di film, a Milano: orfano a mia volta di cineclub che chiudevano, volevo regalare insieme ad amici e compagni di viaggio altrettanto ai più giovani, secondo un concetto di “militanza culturale” che è impossibile spiegare anche ad un under 30. In circa 15 anni di attività, terminata verso l’anno 2000, abbiamo visto moltiplicarsi le tessere, a parità di spettatori per sera. Che cosa stava succedendo? Non c’era più il pubblico, c’erano i pubblici. Ogni rassegna, ogni film differenziava il proprio pubblico, ogni pubblico era diverso. Quello che era stato per noi – cresciuti al calduccio di un cineclub – un rapporto di fiducia e formazione in un luogo, era cambiato completamente: quello non era più un luogo di formazione, tu andavi a vedere solo ciò che conoscevi. Ho vissuto l’insorgere di una logica di consumo culturale, contro l’idea di un luogo di formazione, era l’esordio della segmentazione del target, oggi prevalente. Ciascuna ha il suo oggetto, il suo film, il suo libro e così via. Questo comporta la possibilità di mostrare cose ricercate e sofisticate che appartengono a nicchie, in grado di disporre di canali propri per accedere al proprio filone di consumo. Ma contemporaneamente questo implica l’abdicazione della programmazione culturale alla logica del target. Nella vulgata commerciale e di senso comune disponiamo oggi del paradiso in terra – “a ciascuno il suo” – ma con un po’ di lucidità ci rendiamo conto che il profilare prodotti e programma per target è regressivo, impedisce alle persone di evolvere incontrando l’inatteso, ciò che spiazza anziché confermare. Ognuno cerca ciò che conosce e ha già sperimentato, ma senza esposizione ad altro le cerchie di preferenze si restringono, ognuno si riconferma e cerca la comunità di appartenenza, la cultura produce isole di fan e non spettatori curiosi o appassionati sperimentatori.

 Self made
 L’altra dato eclatante di questi anni è la mutazione del rapporto con le immagini. Lo slogan “a ciascuno il suo” si è spinto fino all’autoproduzione, alla stagione della creatività di massa. Oggi in prima media quasi tutti i ragazzi hanno in dotazione uno smartphone con cui possono girare film, montarli, inserire effetti speciali, dal telefono stesso, e proiettarlo nella più grande sala cinematografica del mondo, youtube. Non sembra tanto la celebre “morte dell’autore” per estinzione dell’aura, ma un omicidio collettivo grazie all’autorialità di massa: il pubblico che si fa il suo cinema è qualcosa di potente dal punto di vista dell’immaginario, e forse non è che un’evoluzione della segmentazione per target, in cui ora l’aggettivo possessivo “mio” indica non tanto il film che vedi ma quello che fai. Più che della creatività – e tanto meno dell’arte – questa è l’epoca della dell’espressività, dell’autorappresentazione, il digitale ha dato in mano a tutti questa occasione. Si può essere molto perplessi sull’inflazione di immagini inutili, brutte e malfatte in circolazione sul web e messe sullo stesso piano delle altre – l’unico criterio di autorialità in internet è l’algoritmo di google, il palinsesto lo fa la prima pagina del motore di ricerca – ma dal punto di vista della ricerca questa è una novità potentissima, perché esiste una sorta di sequenza forte nella scelta di cosa metti in scena: prima te, poi i tuoi amici, le tue cose e poi – qui sta il passaggio forte, il salto – una storia. Ma prima ci sei tu e i ci sono i tuoi amici, le tue cose, e la possibilità dell’autorappresentazione è stata una trappola formidabile per i narcisismi, le frustrazioni, gli esibizionismi, i protagonismi vari di cui siamo ampiamente malati, se solo ci si presenta l’occasione.

 Che fare
 L’abbattimento di barriere all’acquisto e all’autoproduzione di immagini ha comportato l’appropriazione individuale e solitaria di un altro segmento prima condiviso, la formazione, divenuta sistematicamente fra i ragazzi autoformazione o sperimentazione fra pari: in questo mondo orfano di adulti, non solo non vai da qualcuno a chiedere una telecamera o una sala di montaggio, non senti il bisogno di cercare un interlocutore adulto o esperto per imparare, ma ti formi da solo provando a utilizzare quanto hai in mano e usando i canali educational e tutorial sul web per guardare pillole di istruzioni. Come ogni novità anche questa ha risvolti ambigui, può generare straordinari autodidatti e può legittimare la nostra stupidità che non incontra più un filtro critico: i video più visti su youtube sono sconfortanti. Sul web si possono trovare interviste a Pasolini un tempo inaccessibili ma anche le peggiori nefandezze (in questo momento il video più cliccato risulta “scoregge della gente”): è uno straordinario archivio, ma come ogni campo libero si espone a quello che una volta era il cinema di alvaro vitali, semplicemente trapiantato lì e per di più senza nemmeno la fatica di una storia, con la sola “scena madre” che tutti cercano. Per chi come me è cresciuto nei cineclub e ha provato a dare la stessa opportunità agli altri è un cambiamento epocale. Ma se provo a riprendere quella vis pedagogica, mi viene da notare due cose. Prima di tutto, chiedersi quando e come si passa dalle immagini di sé moltiplicate per quante ce ne stanno nella memoria del telefono, al desiderio di costruire una storia, cioè di raccontare. Se è legittimo e normale avere uno specchio, per me è più interessante esplorare quella soglia, capire cosa dà il clic. Secondo aspetto: più che i soldi o le tecnologie credo contino nell’epoca dell’espressività di massa le esperienze di vita. Alla fine quel mezzo in mano tua regala immagini preziose se hai una vita che ha senso, una vita che fa attrito col mondo, se hai un’urgenza di racconto. Come a dire che se ci fosse una scuola di cinema sensata ragionerebbe sulle vite dei ragazzi che hanno di fronte, sul promuovere viaggi esperienziali e incontri significativi. Infine credo sia importante – se penso agli adulti – favorire i momenti riflessivi, in cui ragioni su quello che stai facendo, ed esporre ad un’estetica, ad un immaginario e a un cinema che si possa considerare tale. La democrazia delle immagini non è formativa, la lavagna di massa non porta a selezionare il messaggio, aiutare la formazione del gusto non per target di consumo è un contromovimento importante da agire.

di Stefano Laffi
uscito su Gli asini n15

#direngeziparkı


giovedì 23 maggio 2013


sabato 11 maggio 2013

Lo specchio






Nei presentimenti non credo, e i presagi non temo. Non fuggo la calunnia né il veleno, non esiste la morte: immortali siamo tutti, e tutto è immortale. Non si deve temere la morte, né a diciassette né a settant'anni. Esistono solo realtà e luce: le tenebre e la morte non esistono. Siamo tutti ormai del mare su la riva, e io sono tra quelli che traggono le reti, mentre l'immortalità passa di sghembo. Se nella casa vivrete, la casa non crollerà. Un secolo qualsiasi richiamerò, e una casa vi costruirò. Ecco perché, con me, i vostri figli e le vostre donne siederanno alla stessa tavola la stessa per l'avo ed il nipote. Si compie ora, il futuro. E se io una mano levo i suoi cinque raggi rimarranno a voi. Del passato ogni giorno, come una fortezza, io con le spalle ho retto. Da agrimensore ho misurato il tempo, e attraversato io l'ho come gli Urali. Il mio secolo l'ho scelto a mia misura. Andavamo a Sud, sostenendo la polvere della steppa, il fumo delle erbacce. Scherzavano i grilli sfiorando i ferri dei cavalli con le loro antenne, come monaci profeti di sventura. Ma il mio destino fissato avevo alla mia sella, e ancora adesso, nei tempi futuri, come un fanciullo sulle staffe io mi sollevo. La mia immortalità mi basta, ché da secolo in secolo scorre il mio sangue... Per un angolo sicuro di tepore darei la vita di mia volontà qualora la sua cruna alata non mi svolgesse più, come un filo, per le strade del mondo.


Con straordinaria costanza mi capita di fare sempre lo stesso sogno: è come se volesse costringermi a tornare inesorabilmente in quei luoghi a me così dolorosamente cari, ad un tempo dove c’era la casa di mio nonno, nella quale vidi la luce più di 40 anni fa, proprio sulla tavola da pranzo, coperta da una bianca tovaglia inamidata. E, ogni volta che cerco d’entrare nella casa, qualcosa me lo impedisce.
...faccio spesso questo sogno, ci sono abituato. E non appena vedo le pareti di legno scurite dal tempo, e la porta socchiusa che si apre nel buio dell’ingresso, so già, anche nel sonno, che si tratta solo di un sogno, e la mia incontenibile gioia si spegne nell’attesa del risveglio. Talvolta succede qualcosa per cui smetto di sognare la casa, e... e i pini della mia infanzia... Allora mi assale la nostalgia, e io comincio ad aspettare con ansia il ritorno del sogno, nel quale mi vedrò di nuovo bambino e tornerò ad essere felice. Felice perché tutto è davanti a me, e tutto è ancora possibile.