giovedì 28 marzo 2013


Mystery of faith

Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non aver nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una specie di certezza che questa fede è la mia, o più precisamente lo sarebbe senza la distanza che sia pone tra me ed essa a causa della mia imperfezione.
Da anni penso a queste cose con tutta l'intensità d'amore e d'attenzione di cui sono capace.
Questa intensità è miseramente debole, a causa della mia imperfezione, che è molto grande, tuttavia mi sembra che essa cresca sempre di più, e nella misura in cui cresce, i legami che mi uniscono alla fede diventano sempre più forti, sempre più profondamente radicati nel cuore e nell'intelligenza.
Ma nello stesso tempo anche i pensieri che mi allontanano dalla Chiesa acquistano più forza e maggiore chiarezza. Se dunque questi pensieri sono veramente incompatibili con l'appartenenza alla Chiesa, non vedo come potrei evitare di concludere che la mia vocazione è di essere cristiana fuori dalla Chiesa.
I figli di Dio non devono avere quaggiù altra patria che l’universo intero. Con la totalità delle creature ragionevoli che ha contenuto e contiene e conterrà, il nostro amore deve avere la stessa estensione attraverso tutto lo spazio. Ogni qual volta un uomo ha invocato con cuore puro Osiride, Dioniso, Crisna, Budda, Il Tao ecc. il Figlio di Dio ha risposto inviandogli lo spirito Santo e lo Spirito Santo ha agito sulla sua anima, non inducendolo ad abbandonare la sua tradizione religiosa, ma dandogli luce e nei migliori dei casi la pienezza della luce all’interno di tale tradizione.
Ma personalmente non darei mai neppure venti soldi per un'opera missionaria. Credo che per un uomo cambiare religione sia pericoloso quanto per uno scrittore cambiare lingua. La religione cattolica contiene esplicitamente verità che altre religioni contengono in modo implicito. E, inversamente, altre religioni contengono esplicitamente verità che nel Cristianesimo sono soltanto implicite. Il cristiano meglio istruito può imparare ancora molto sulle cose divine anche da altre tradizioni religiose, sebbene la luce interiore possa anche fargli percepire tutto attraverso la propria tradizione. E tuttavia, se le altre tradizioni sparissero dalla faccia della terra, la perdita sarebbe irreparabile. I missionari ne hanno già fatte sparire troppe.
San Giovanni della Croce paragona la fede a dei riflessi d'argento, ma la verità è l'oro. Le diverse tradizioni religiose autentiche sono differenti riflessi della stessa verità, e forse in ugual misura preziosi. Ma di questo non ci si rende conto, perchè ciascuno vive una sola di queste tradizioni e percepisce le altre dall'esterno.
E' come se due uomini posti in due camere comunicanti, vedendo entrambi il sole attraverso la propria finestra e il muro del vicino illuminato dai raggi, credessero entrambi di essere l'unico a vedere il sole e che l'altro ne riceva soltanto un riflesso.

Poiché in occidente la parola Dio, nel suo significato corrente, disegna una persona, quegli uomini nei quali l’attenzione, la fede e l’amore si applicano quasi esclusivamente al perfetto impersonale di Dio, possono credere e dirsi atei, sebbene l’amore soprannaturale abiti nella loro anima. Costoro sono sicuramente salvati e si riconosce dal loro atteggiamento verso le cose di quaggiù, quelli che possiedono allo stato puro l’amore per il prossimo e l’accettazione dell’ordine del mondo compresa la sventura, costoro sono tutti sicuramente salvati, anche se vivono e muoiono in apparenza atei.
 Coloro che posseggono perfettamente queste due virtù, anche se vivono e muoiono atei, sono santi. Quando si incontrano uomini siffatti, è inutile volerli convertire. Essi sono pienamente convertiti, sebbene non in modo visibile; sono stai generati di nuovo a partire dall’acqua e dallo spirito, anche se non sono mai stati battezzati, hanno mangiato il pane della vita, anche se non si sono mai comunicati. Un ateo e un infedele capaci di compassione pura, sono altrettanto vicini a Dio di un cristiano, e quindi lo conoscono altrettanto bene, sebbene la loro conoscenza si esprima con parole diverse, oppure resti muta.

È come se con il tempo si fosse finito per considerare non più Gesù, ma la Chiesa come Dio incarnato quaggiù. La metafora del Corpo mistico funge da ponte tra le due concezioni. Ma c'è una piccola differenza: ed è che Cristo era perfetto mentre la Chiesa è macchiata da numerosi crimini.
La metafora del "velo" o del "riflesso" applicata dai mistici alla fede permette loro di uscire da un tale soffocamento. Essi accettano l'insegnamento della Chiesa, non come se fosse la verità, ma come qualcosa dietro a cui si trova la verità.
Ciò è molto lontano dalla definizione di fede del catechismo del Concilio di Trento. E' come se sotto la medesima denominazione di cristianesimo e all'interno della stessa organizzazione sociale vi fossero due religioni distinte: quella dei mistici, e l'altra.
Io credo che la religione vera sia la prima, e che la confusione tra le due abbia prodotto allo stesso tempo grandi vantaggi e grandi inconvenienti.
Di fatto, i mistici di quasi tutte le tradizioni religiose convergono fin quasi all'identità.
Essi costituiscono la verità di ciascuna.
La contemplazione praticata in India, Grecia, Cina ecc.. è soprannaturale quanto quella dei mistici cristiani. C'è una grandissima affinità tra Platone e per esempio San Giovanni della Croce. Come anche tra la mistica cristiana e il taoismo ecc..
Non c'è alcuna ragione di supporre che dopo un crimine tanto atroce come l'assassinio di un essere perfetto l'umanità sarebbe dovuta diventare migliore e di fatto complessivamente non sembra essere diventata migliore. La Redenzione si trova su un altro piano, un piano eterno.
In generale non vi è alcuna ragione di stabilire un legame tra il grado di perfezione e la cronologia.
Il cristianesimo ha introdotto nel mondo questa nozione di progresso, prima sconosciuta; e tale nozione diventata il veleno del mondo moderno lo ha scristianizzato. Occorre abbandonarla.
Se si vuole trovare l'Eternità occorre disfarsi della superstizione della cronologia.
I misteri della fede non sono un oggetto per l’intelligenza in quanto facoltà che permette di affermare o di negare. Non appartengono all’ordine della verità, ma a un ordine superiore. L’unica parte dell’anima umana capace di un contatto reale con essi è una facoltà di amore soprannaturale. Soltanto questa è pertanto capace di un’adesione nei loro riguardi.
Il ruolo delle altre facoltà dell’anima, a cominciare dall’intelligenza, è soltanto quello di riconoscere che ciò con cui l’amore soprannaturale viene a contatto è reale; che tali realtà sono superiori agli oggetti di loro pertinenza; e di tacere non appena l’amore soprannaturale si desta in modo attuale nell’anima.
La virtù di carità è l’esercizio della facoltà di amore soprannaturale.
La virtù di fede è la subordinazione di tutte le facoltà dell’anima alla facoltà di amore soprannaturale.
La virtù di speranza è un orientamento dell’anima verso una trasformazione dopo la quale essa sarà interamente ed esclusivamente amore.
Per subordinarsi alla facoltà di amore, le altre facoltà devono trovarvi ciascuna il proprio bene; in particolare l’intelligenza, che è la più preziosa dopo l’amore. E le cose stanno effettivamente così.
Quando l’intelligenza torna a esercitarsi di nuovo, dopo aver fatto silenzio per consentire all’amore di invadere tutta l’anima, si trova a possedere più luce di prima, una maggiore attitudine a cogliere gli oggetti, le verità che sono di sua pertinenza.
Non solo: io credo che tali silenzi costituoscano per essa una educazione che non ha equivalenti e le permettano di cogliere verità che altrimenti le resterebbero celate per sempre.
Ci sono verità che sono alla sua portata, che essa può cogliere, ma solo dopo essere passata in silenzio attraverso l’inintelligibile.
Non è questi che Giovanni della Croce intende dire chiamando la fede una notte?
L’intelligenza può riconoscere i vantaggi di questa subordinazione all’amore soltanto per esperienza, a cose fatte. Prima, non ne ha alcun presentimento. Non ha inizialmente alcun motivo ragionevole di accettare questa subordinazione. Cosicchè questa subordinazione è opera soprannaturale che soltanto Dio opera.
L'intelligenza deve esercitarsi in totale libertà, oppure tacere. Nel suo ambito la Chiesa non deve avere nessun diritto di giurisdizione. Ovunque ci sia disagio dell'intelligenza c'è oppressione dell'individuo da parte del sociale, che tende a diventare totalitario. La Chiesa ha stabilito un totalitarismo, così essa oggi non è priva di responsabilità negli attuali avvenimenti.

Quando si fa perfetta attenzione a una musica perfettamente bella (e lo stesso vale per l'architettura, la pittura la scultura ecc..) l'intelligenza non ha al riguardo alcunchè da affermare o da negare. Ma tutte le facoltà dell'anima, compresa l'intelligenza, tacciono e sono sospese all'ascolto. L'ascolto è applicato ad un oggetto incomprensibile ma che racchiude della realtà e del bene. E l'intelligenza che non vi coglie alcuna verità vi trova nondimeno un nutrimento. Io credo che il mistero del bello nella natura e nelle arti (ma soltanto nell'arte di primissimo ordine, perfetta o quasi) sia un riflesso sensibile del mistero della fede.

___________________
estratti sparsi a cura mia da 'Lettera a un religioso' di Simone Weil, del 1951
foto: particolari del cimitero Monumentale di Poggioreale, Napoli

A cercare fratelli

Che paese meraviglioso era l’Italia durante il periodo del fascismo e subito dopo….La vita era come la si era conosciuta da bambini, e per venti trent’anni non è più cambiata: non dico i suoi valori — che sono una parola troppo alta e ideologica per quello che voglio semplicemente dire — ma le apparenze parevano dotate del dono dell’eternità: si poteva appassionatamente credere nella rivolta o nella rivoluzione, ché tanto quella meravigliosa cosa che era la forma della vita, non sarebbe cambiata. Ci si poteva sentire eroi del mutamento e della novità, perché a dare coraggio e forza era la certezza che le città e gli uomini, nel loro aspetto profondo e bello, non sarebbero mai mutati: sarebbero giustamente migliorate soltanto le loro condizioni economiche e culturali, che non sono niente rispetto alla verità preesistente che regola meravigliosamente immutabile i gesti, gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo di un uomo o di un ragazzo.
La gente indossava vestiti rozzi e poveri (non importava che i calzoni fossero rattoppati, bastava che fossero puliti e stirati);
i ragazzi erano tenuti in disparte dagli adulti, che provavano davanti a loro quasi un senso di vergogna per la loro svergognata virilità nascente, benché così piena di pudore e di dignità, con quei casti calzoni dalle saccocce profonde; e i ragazzi, obbedendo alla tacita regola che li voleva ignorati, tacevano in disparte, ma nel loro silenzio c’era una intensità e una umile volontà di vita (altro non volevano che prendere il posto dei loro padri, con pazienza), un tale splendore di occhi, una tale purezza in tutto il loro essere, una tale grazia nella loro sensualità, che finivano col costituire un mondo dentro il mondo, per chi sapesse vederlo. È vero che le donne erano ingiustamente tenute in disparte dalla vita, e non solo da giovinette. Ma erano tenute in disparte, ingiustamente, anche loro, come i ragazzi e i poveri. Era la loro grazia e la loro umile volontà di attenersi a un ideale antico e giusto, che le faceva rientrare nel mondo, da protagoniste. 
Perché cosa aspettavano, quei ragazzi un po’ rozzi, ma retti e gentili, se non il momento di amare una donna? La loro attesa era lunga quanto l’adolescenza — malgrado qualche eccezione ch’era una meravigliosa colpa — ma essi sapevano aspettare con virile pazienza: e quando il loro momento veniva, essi erano maturi, e divenivano giovani amanti o sposi con tutta la luminosa forza di una lunga castità, riempita dalle fedeli amicizie coi loro compagni.
La naturale sensualità, che restava miracolosamente sana malgrado la repressione, faceva sì che essi fossero semplicemente pronti a ogni avventura, senza perdere neanche un poco della loro rettitudine e della loro innocenza.
Anche i ladri e i delinquenti avevano una qualità meravigliosa: non erano mai volgari. Erano come presi da una loro ispirazione a violare le leggi, e accettavano il loro destino di banditi, sapendo, con leggerezza o con antico sentimento di colpa, di essere in torto contro una società di cui essi conoscevano direttamente solo il bene, l’onestà dei padri e delle madri: il potere, col suo male, che li avrebbe giustificati, era così codificato e remoto che non aveva reale peso nella loro vita.
Ora che tutto è laido e pervaso da un mostruoso senso di colpa — e i ragazzi brutti, pallidi, nevrotici, hanno rotto l’isolamento cui li condannava la gelosia dei padri, irrompendo stupidi, presuntuosi e ghignanti nel mondo di cui si sono impadroniti, e costringendo gli adulti al silenzio o all’adulazione — è nato uno scandaloso rimpianto; quello per l’Italia fascista o distrutta dalla guerra.

p.p.p. 72'


martedì 19 marzo 2013


'A vita soja

Carmè, m'alluntano pe mo
m'alluntano pecchè faccio chello che vvuò
ma cchiù 'ttarde ce avimma verè
nu mumento ma t'aggia parlà
cu martiteto nun ce pensà
tutto manca, ragiona cu me






io vengo oggi e tu oggi m'e 'a di'
ca st'ammore mai fine avarrà
ca si' 'a mia pure a costo 'e murì
perchè sulo nun pozzo campà
io vengo oggi pe sentirte 'e di'
ca si' 'a mia pure a costo 'e murì

in una pagina a caso un mucchio di foto

1 Oh Signore, quanto sono amabili le tue dimore,
2 L'anima mia langue e vien meno,
sospirando i cortili del SIGNORE;
il mio cuore e la mia carne mandano grida di gioia al Dio vivente.
3 Anche il passero si trova una casa
e la rondine un nido dove posare i suoi piccini...
I tuoi altari, oh SIGNORE,
Dio mio!...
4 Beati quelli che abitano nella tua casa
e ti lodano sempre

martedì 12 marzo 2013

Qui non vident [fossileyes]


lunedì 11 marzo 2013

Videant

Chiunque tu sia, o viandante, cittadino, provinciale o straniero, entra e devotamente rendi omaggio alla prodigiosa antica opera: il tempio gentilizio consacrato da tempo alla Vergine e maestosamente amplificato dall’ardente principe di Sansevero don Raimondo di Sangro per la gloria degli avi e per conservare all’immortalità le sue ceneri e quelle dei suoi nell’anno 1767. Osserva con occhi attenti e con venerazione le urne degli eroi onuste di gloria e contempla con meraviglia il pregevole ossequio all’opera divina e i sepolcri dei defunti, e quando avrai reso gli onori dovuti profondamente rifletti e allontanati

Mystic Weil

Dio pena, attraverso lo spessore infinito del tempo e della specie, per raggiungere l'anima e sedurla. Se essa si lascia strappare, anche solo per un attimo, un consenso puro e intero, allora Dio la conquista. E quando sia divenuta cosa interamente sua, l'abbandona. La lascia totalmente sola. Ed essa a sua volta, ma a tentoni, deve attraversare lo spessore infinito del tempo e dello spazio alla ricerca di colui ch'essa ama. Così l'anima rifà in senso inverso il viaggio che Dio ha fatto verso di lei. E ciò è la croce

sabato 16 febbraio 2013

Eli, Eli, lama sabactàni


20 Entrò in una casa e si radunò di nuovo attorno a lui molta folla, al punto che non potevano neppure prendere cibo. 21 Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; poiché dicevano: «È fuori di sé». 22 Ma gli scribi, che erano discesi da Gerusalemme, dicevano: «Costui è posseduto da Beelzebùl e scaccia i demòni per mezzo del principe dei demòni». 23 Ma egli, chiamatili, diceva loro in parabole: «Come può satana scacciare satana? 24 Se un regno è diviso in se stesso, quel regno non può reggersi; 25 se una casa è divisa in se stessa, quella casa non può reggersi.26 Alla stessa maniera, se satana si ribella contro se stesso ed è diviso, non può resistere, ma sta per finire. 27 Nessuno può entrare nella casa di un uomo forte e rapire le sue cose se prima non avrà legato l'uomo forte; allora ne saccheggerà la casa. 28 In verità vi dico: tutti i peccati saranno perdonati ai figli degli uomini e anche tutte le bestemmie che diranno;29 ma chi avrà bestemmiato contro lo Spirito santo, non avrà perdono in eterno: sarà reo di colpa eterna».30 Poiché dicevano: «È posseduto da uno spirito immondo».
'ngopp a chisti scogli
chesta rena nera l'aggio vista già
è stato quanno è stato 'o ffuoco
tant'anne fa
'o ttengo dint' 'e scarpe chiuse
volle coce è comm'a pece
abbrucia però male nun fa
rena nera
abbascio 'o ranatiello 'o mare stà
dint' all'acqua stong'asciutto
a lengua 'e fuoco nun m'acchiappa
rena nera
che ne sai..
luna chiena. pace e bene
tu le vist'comm'tremma 'a terra sotto 'e pier'
e se ne vene e se ne va
e 'o ffuoco fa ballà pure sti scogli
tu luna cu sta luce me cummuogli
luna chiara
me puorte fino addò fernesce 'a rena
me spuoglie fino a quanno vir'sul'ò bene
e ridi fino a quanno 'a luna nera more
oh luna astrignime e puortame cu te
rena nera

last word, end world [melancholia prophecy]


a Carmelo Imbriani, 37 anni, meridionale

















che corse appassionate che si faceva per tutto il campo ogni volta che segnava


venerdì 8 febbraio 2013

Contronemesi


lunedì 4 febbraio 2013

Our Fetid City


giovedì 31 gennaio 2013

Poste Equitalie

[inferno della burocrazia, della previdenza sociale, delle imposte, controllo para-militare del sistema di riscossione, incubo del sistema giudiziario]


i professionisti dell'antimafia [di leonardo sciascia]


dal Corriere della sera , 10 gennaio 1987

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all'eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1) «Da questo stato d'animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l'angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti... Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell'inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (...), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta , Einaudi, Torino, 1961).

2) «Ma il fatto è, mio caro amico, che l'Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua... Ho visto qualcosa di simile quarant'anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo , Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale . Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell'antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s'intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell'Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l'attenzione dell'autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi - si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un'isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell'attuale consapevolezza (preferibile senz'altro - anche se alluvionata di retorica - all'effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l'impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga , Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l'illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti - a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c'è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) - siano serviti ai tanti, tantissimi che l'hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant'è che allora il «lieto fine» - e se non lieto edificante - era nell'aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un'indagine e un'analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n'è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo. idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l'istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell'invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell'ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che - nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» - volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l'arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano - garantire al fascismo almeno l'immagine di restauratore dell'ordine - liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo. E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi "mafiosi"): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l'efficienza e l'efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il '19 e il '22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse - quel periodo di ozio - a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l'uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l'innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c'è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell'opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l'antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime - o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all'ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l'antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi - in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei - come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall'acqua che manca all'immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un'azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell'assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: "Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il "superamento" da pane del più giovane aspirante".

Per far carriera. Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria - è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz'altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l'assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l'altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c'è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

morire la notte di San Lorenzo senza un perchè. [a G.&P.]


lunedì 28 gennaio 2013

«Se ve l'avessi mostrata, replicò Don Chisciotte, che fareste confessando una verità così nota ed evidente? L'importante è che senza vederla, voi lo dovete credere, confessare, affermare, giurare, e difendere, e nel caso in cui non lo facciate...vi aspetto qui a piè fermo, confidando nella ragione che ho dalla mia parte»

Cervantes, Don Chischiotte

Maramè!

"…Che ll'afferra
ca na guerra
ogne tanto s'ha dda fa'?
Forse pe' sfulla ?!
So' 'e putiente,
malamente,
ca cchiù 'a vorza hann'a 'ngrassa',
senz'ave' pietà!
'O prugresso?
More 'o fesso!
Jh che bella civiltà!
Che mudernità!
una è a guerra ca ce spetta
e purtroppo l’amma fa
chella là ca tutte e juorne
se cumbatte pe campà
Marame'! Siente, sie'!
Che battaglia, neh!"


sabato 26 gennaio 2013

Le guerre personali [Pianura, cinque anni dopo la rivolta]



Le guerre personali: Pianura, cinque anni dopo la rivolta
di Fabio Germoglio



_________________________________________
articoli saggi video correlati:
_________________________________________
- La città nel sacco: i dieci giorni di Pianura - di Marcello Anselmo e Luca Rossomando
http://napolimonitor.it/2009/04/02/537/la-citta-nel-sacco-i-dieci-giorni-di-pianura.html

- È stata morta una terra - di Davide Schiavon
http://napolimonitor.it/2013/01/08/19722/e-stata-morta-una-terra.html

- La catastrofe ambientale a Napoli e Caserta: come la peste

_________________________________________

- Biopolitica di un rifiuto, le rivolte antidiscarica a Napoli e in Campania - a cura di Antonello Petrillo
http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=212&tipo=culture

- Pianura 2008, rifiuto del degrado, prospettive per il futuro - a cura dell’Associazione Lello Mele e del Comitato per la rinascita dei Pisani

__________________________________________

Tumori a Pianura
http://www.youtube.com/watch?v=B6EC9-D_qN8&feature=youtu.be

Nella terra di Gomorra
http://www.youtube.com/watch?v=w2CarU_LhB0

Corteo a Pianura
http://www.youtube.com/watch?v=WOtZHFCkres

Pianura come Chernobyl
http://www.youtube.com/watch?v=wgFEKghK8G0

Una montagna di balle
http://www.youtube.com/watch?v=c6hRWkU2An8

Biutiful cauntri
http://www.youtube.com/watch?v=M_2mmfF5t5c

Il ministro Balduzzi nella Terra dei fuochi con don Patriciello
http://www.youtube.com/watch?v=jhWaqH9NsgU

sabato 19 gennaio 2013

un contadino nella metropoli


Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggiava Milano
non fu difficile seguirlo
il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento
riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento.
I polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare
i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
era dispensato nel novantuno
la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo
la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista.
La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade.
La domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del tua culpa
affollarono i parrucchieri.
Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a "Baffi di Sego" che era il primo
si può fare domani sul far del mattino
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro.
Il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo -
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile.
La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
- quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare -.
Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta poi ci mandarono a cagare
-voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
con i pianoforti a tracolla vestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avevate voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo -
La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano segni
di una pace terrificante

giovedì 10 gennaio 2013

dove sta Zazà


i nuovi credenti

Ranieri mio, le carte ove l’umana
Vita esprimer tentai, con Salomone
Lei chiamando, qual soglio, acerba e vana,
Spiaccion dal Lavinaio al Chiatamone,
Da Tarsia, da Sant’Elmo insino al Molo,
E spiaccion per Toledo alle persone.
Di Chiaia la Riviera, e quei che il suolo
Impinguan del Mercato, e quei che vanno
Per l’erte vie di San Martino a volo;
Capodimonte, e quei che passan l’anno
In sul Caffè d’Italia, e in breve accesa
D’un concorde voler tutta in mio danno,
S’arma Napoli a gara alla difesa
De’ maccheroni suoi; che a’ maccheroni
Anteposto il morir, troppo le pesa.
E comprender non sa, quando son buoni,
Come per virtù lor non sien felici
Borghi, terre, provincie e nazioni.
Che dirò delle triglie e delle alici?
Qual puoi bramar felicità più vera
Che far d’ostriche scempio infra gli amici?
Sallo Santa Lucia, quando la sera
Poste le mense, al lume delle stelle,
Vede accorrer le genti a schiera a schiera,
E di frutta di mare empier la pelle.
Ma di tutte maggior, piena d’affanno,
Alla vendetta delle cose belle
Sorge la voce di color che sanno,
E che insegnano altrui dentro ai confini
Che il Liri e un doppio mar battendo vanno.
Palpa la coscia, ed i pagati crini
Scompiglia in su la fronte, e con quel fiato
Soave, onde attoscar suole i vicini,
Incontro al dolor mio dal labbro armato
Vibra d’alte sentenze acuti strali
Il valoroso Elpidio; il qual beato
Dell’amor d’una dea che batter l’ali
Vide già dieci lustri, i suoi contenti
A gran ragione omai crede immortali.
Uso già contro il ciel torcere i denti
Finchè piacque alla Francia; indi veduto
Altra moda regnar, mutati i venti,
Alla pietà si volse, e conosciuto
Il ver senz’altre scorte, arse di zelo,
E d’empio a me dà nome e di perduto.
E le giovani donne e l’evangelo
Canta, e le vecchie abbraccia, e la mercede
Di sua molta virtù spera nel cielo.
Pende dal labbro suo con quella fede
Che il bimbo ha nel dottor, levando il muso
Che caprin, per sua grazia, il ciel gli diede,
Galerio, il buon garzon, che ognor deluso
Cercò quel ch’ha di meglio il mondo rio;
Che da Venere il fato avealo escluso.
Per sempre escluso: ed ei contento e pio,
Loda i raggi del dì, loda la sorte
Del gener nostro, e benedice Iddio.
E canta, ed or le sale, ed or la corte
Empiendo d’armonia, suole in tal forma
Dilettando se stesso, altrui dar morte.
Ed oggi del suo duca egli su l’orma
Movendo, incontro a me fulmini elice
Dal casto petto, che da lui s’informa.
Bella Italia, bel mondo, età felice,
Dolce stato mortal! grida tossendo
Un altro, come quei che sogna e dice;
A cui per l’ossa e per le vene orrendo
Veleno andò già sciolto, or va commisto
Con Mercurio ed andrà sempre serpendo.
Questi e molti altri che nimici a Cristo
Furo insin oggi, il mio parlare offende,
Perchè il vivere io chiamo arido e tristo.
E in odio mio fedel tutta si rende
Questa falange, e santi detti scocca
Contra chi Giobbe e Salomon difende.
Racquetatevi, amici. A voi non tocca
Delle umane miserie alcuna parte;
Che misera non è la gente sciocca.
Nè dissi io questo, o se pur dissi, all’arte
Non sempre appieno esce l’intento, e spesso
La penna un poco dal pensier si parte.
Or mia sentenza dichiarando, espresso
Dico, ch’a noia in voi, ch’a doglia alcuna
Non è dagli astri alcun poter concesso.
Non al dolor, perchè alla vostra cuna
Assiste, e poi su l’asinina stampa
Il piè per ogni via pon la fortuna.
E se talor la vostra vita inciampa,
Come ad alcun di voi, d’ogni cordoglio
Il non sentire e il non saper vi scampa.
Noia non puote in voi, ch’a questo scoglio
Rompon l’alme ben nate; a voi tal male
Narrare indarno e non inteso io soglio.
Portici, San Carlin, Villa Reale,
Toledo, e l’arte onde barone è Vito (*),
E quella onde la donna in alto sale,
Pago fanno ad ogni or vostro appetito,
E il cor, che nè gentil cosa, nè rara,
Nè il bel sognò giammai, nè l’infinito.
Voi prodi e forti, a cui la vita è cara,
A cui grava il morir; noi femminette,
Cui la morte è in desio, la vita amara.
Voi saggi, voi felici: anime elette
A goder delle cose: in voi natura
Le intenzioni sue vede perfette.
Degli uomini e del ciel delizia e cura
Sarete sempre, infin che stabilita
Ignoranza e sciocchezza in cor vi dura:
E durerà, mi penso, almeno in vita.


(*) Celebre venditore di sorbetti, che divenuto ricco, comperò una baronia, e fu domandato il barone Vito. | Nota dell’E. [= Antonio Ranieri]

mercoledì 9 gennaio 2013

Le guerre personali [a B.D.G]

già, si dovrebbe dire qualcosa del lutto,
un giorno o l'altro -
si dovrebbe dire qualcosa del nero -
d'o nniro 'e seccia -
ca ccà scorre a semmènza -
presque un petit ruisseau - 
dentro gli animi nelle case dei palazzoni e per le scalinatelle.

domenica 6 gennaio 2013

Ciccibacca

lunedì 31 dicembre 2012

Rainer, amico mio

















Quell'amico, Rainer, mi ha portato qui
in questo stretto cunicolo di sole, al terzo piano
arrampicandoci per un dedalo di vicoli e viuzze, tutte
in salita,
verso un monte, certo non il Tabor, ma faticoso come il Golgota,
interminabile, come un voto di salute.
Ho deposto sulla soglia la mia lingua, la mia nobiltà
che qui sono troppo vistose per non essere d'impaccio, per non
fare di me
facile preda anche delle mosche
che qui sono particolarmente agitate e fameliche.
Quell'amico ha ragione di pensare che il mio male
il mio essere straniero
e perfino i miei sguardi o il portarmi, furtivo,
il fazzoletto alla bocca se tossisco
possono suonare a indecenza per chi mi ospita,
per questo sedicente popolo del sole.
E dunque, vivo nella discrezione, o meglio, nel segreto
di me più assoluto.

Da qui, da questa tana appena più sotto del cielo
da questa feritoia di luce scavata nel brulicante e opaco buio
tra questa odiosissima e accalorata plebe
- ammasso di carne -
disposta verticalmente come una torre su su
fino ai miei piedi,
da qui mi è difficile scorgere la Baia. Impossibile.
Rien ne va plus, sto diventando cieco Anche nella fantasia dell'infinito
e questo amico me ne sottolinea la spaventosa calamità
tracciando sui fogli, al posto mio
i celesti e bugiardi segni della descrizione di queste acque.

"A palazzo riale avisseva j"
"distinto come siete, e magro! accussì delicato
sulo 'o poeta ve farrian' fa, sulo chello!"
E io sento così che pure l'ignoranza e la dabbenaggine
tutti, perfino le pietre, perfino l'evera 'nfaccia 'o muro
sanno di me, a stu paese.
Anche del mio insolito sodalizio sanno,
anche di Rainer. E dei sette lunghi anni della mia
prigionia.

Solo, comme sempre so stato
da straniero, comme sempre so stato.
Pozze d'amido, lavature e preta, bitume
containers, butteglie
lattine di veleno inossidabile lungo le rotaie..
E ca io so stato ccà l'avranno immaginato
sbirciato a cocche parte
rimediato nello zero di una storia mai vissuta.
dove nun esistono passegge mmmiezz' all'Ombre
tra le acque, ne tra le rocce
se ci sono solo rocce.

Tra la scrittura e l'amore
c'è una convivenza e una rassomiglianza.
Hanno insieme angoli e simmetrie,
impercettibili quadrature di spazio e di tempo.
E l'una fa testimonianza, prova,
della vita, dell'esistenza dell'altro
l'occhio d'uva, vitreo, dell'abitudine,
la pratica del vuoto.

Con il mio corpo sulle spalle -
sangue dal naso contro la nuca,
bava verde sopra la tua mano -
discenderai questa montagna, Rainer:
vico della Calce, vico della Neve,
vico Cimitile, vico Filatoio,
epperò
tutt'a sghimbescio, tutto sottosopra,
specchio capovolto nella rètina dell'occhio,
cono rovesciato
la stanza sarà vuota come prima, senza me -
vuoto, altrettanto, il cunicolo di luce
la tana della poesia al terzo piano.
Avanzerai ingobbito, tu, al posto mio,
sotto il peso di un grifone a quattro teste -
mon cadavre -
piume ed artigli impallinati,
piombo scarlatto sulle lingue penzolanti.
Navi entreranno a Babilonia
su per le scalette, malsicure e puzzolenti,
degli embargos di Toledo:
spugna, la mia pelle, saliva, la scrittura:
sarò buono da mangiare alla Tavola dei Poveri -
festa di santa Maria - Cannibala -
occhi scuri, scuri, tragici, Medea.

"S'agapò, s'agapò, s'agapò"
mi urlavano dietro
"s'agapò s'agapò s'agapò"
a perfido spregio del mio amore per la lingua e il mito dei greci
questa pernacchia alla mia gobba
questo epitaffio pagato in anticipo ai miei restanti giorni
si sparse ben presto per i vicoli, come un eco
"S'agapò, s'agapò, s'agapò
S'agapò, s'agapò, s'agapò"
e neppure sapevano che volesse dire ti amo
o che nella più viva delle carni
iniettassero quel grido
come il più indelebile veleno.

Et hic moritur Angelus,
'Qui finisco io e non avrò rimembranze scintillanti.'
ne matrigne nature da provare.
Indifferente agonia, qui il mio cuore batte da solo
per esso e per i suoi
dint'a na nicchia, sofisticato studio di botanica.
Et hic moritur Angelus
Ccà, schiatta il rospo furastiero, il brutto, ca scrive d'idilli
e di splendide Aspasie!
ccà iette o sanghe lo scriba! [maleodorande e scartellato]

Napoli, sono io il tuo prezioso ago nel pagliaio
sono io l'anonimo, il nascosto, l'introvabile.
Sono io questa carne queste ossa questi pensieri
da giocare al lotto, edificante meraviglia
di me si cerca, quando si cerca, una tomba, nu fuosso
da nessuna parte posti.
Mi faranno autopsie lo sai.
Sono io l'incerta Graziella, suicida dalle rupi di Vivara
io, la Ginestra, 'e pontone, muta.
io, lo schernito disgustoso sembiante dei diari d'amore
di Rainer
quell'amico, mio infermiere, mio aguzzino.
























AL CONTE GIACOMO LEOPARDI RECANATESE
FILOLOGO AMMIRATO FUORI D'ITALIA
SCRITTORE DI FILOSOFIA E DI POESIE ALTISSIMO
DA PARAGONARE SOLAMENTE COI GRECI
CHE FINI' DI XXXIX ANNI LA VITA
PER CONTINUE MALATTIE MISERISSIMA
FECE ANTONIO RANIERI
PER SETTE ANNI FINO ALLA ESTREMA ORA CONGIUNTO
ALL'AMICO ADORATO MDCCCXXXVII

venerdì 28 dicembre 2012

Chi ha fatto ammore a Napule


guarda 'a ccà 'ncoppa Napule
e doppe dimme che paravesiello!
'e barche 'e pesca passano
cu 'e lume a prora, 'a parte d' 'o Castiello

sient dint' 'o silenzio
'a botta 'e rimmo quanno taglia 'o mare
e vocano e se sperdono
assieme 'e vuzze 'e voce e 'e marenare

'e stelle e 'e lume tremmano
comme stu core mio tremma stasera
e a mare tuculeano
tutt'e fanale e 'e lume d' 'a riviera

e io guardo stu spettacolo
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
chi ha fatto ammore a Napule
chesta serata nun 'a pò vedè!

stasera 'o mare 'e Napule, nennella mia,
pare addurmuto e stanco
ccà ce venette giovane,
primma 'e tenè quacche capille bianco

e jettemo dint' 'a n'angolo
tutt' appartate' e cu nisciuno atturno
e chello ca lasciavamo
'e spisso 'o cunto se chiammava ammore

'e stelle e 'e lume tremmano
comme stu core mio tremma stasera
che friddo dint'all'anema ma tu nun sient' st'ultuma preghiera
e io guardo chesta Napule
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
e penso 'mpallidennome
ca nun m'è dato manco 'e te vedè.

Stasera 'o mare 'e Napule
sceta st'ammore che è na vita 'e 'bbene
e 'o sangue me fa sbollere
me metto 'ncuollo n'ata vota 'e 'ppene

Nennella è n'ata femmena
io so 'na donna e ancora sufferente
'na scappatella 'e giovane
che m'a turbata tutt'l'estistenza

'E stelle e 'e lume tremmano
comme stu core mio tremma stasera
e a mare tuculeano
tutte 'e fanale e 'e lume da riviera

e io guardo 'o mare 'e Napule
e smanio e chiagno e m'arricordo 'e te
chi ha fatto ammore a Napule
stasera 'a luna nun l'adda verè

giovedì 20 dicembre 2012

Manuale di psicogeografia


















Di tante storie a cui partecipiamo, con più o meno interesse, la ricerca frammentaria di un nuovo stile di vita resta il solo aspetto interessante. Va da sé il più grande distacco nei confronti di alcune discipline, estetiche o altre, la cui insufficienza a questo riguardo è prontamente verificabile. Oc- correrebbe dunque definire alcuni terreni d'osservazione provvisori. E, fra essi, l'osservazione di certi processi del casuale e del prevedibile nelle stra- de. Il termine psicogeografia, proposto da un cabilo illetterato per indicare l'in- sieme dei fenomeni che preoccupavano alcuni di noi verso l'estate del 1953, non è ingiustificato. Non esce dalla prospettiva materialista del condizionamento della vita e del pensiero da parte della natura oggettiva. La geografia, per esempio, rende conto dell'azione determinante di forze naturali generali, come la composizione dei suoli o i regimi climatici, sulle formazioni economiche di una società e, per questa via, sulla concezione che essa può farsi del mondo. La psicogeografìa si proporrebbe lo studio delle leggi esatte e degli effetti precisi dell'ambiente geografico, coscientemente organizzato o meno, in quanto agisce direttamente sul comportamento affettivo degli individui. L'aggettivo psicogeografico, conservando una vaghezza assai simpatica, può dunque applicarsi ai dati accertati da questo genere di investigazioni, ai risultati del loro influsso sui sentimenti umani, e anche più in generale a ogni situazione o ogni comportamento che sembrano partecipare allo
stesso spirito di scoperta. II deserto è monoteista, si è detto ormai da tempo. Si troverà allora illogica e priva di interesse la constatazione che il quartiere che a Parigi si estende tra la piace de la Controscarpe e la rue de l'Arbalète inclini piuttosto al- l'ateismo, all'oblio, al disorientamento degli abituali riflessi? E bene avere dell'utilitario una nozione storicamente relativa. La preoccu- pazione di disporre di spazi liberi che permettessero la circolazione rapida di truppe e l'impiego dell'artiglieria contro le insurrezioni era all'origine del piano di abbellimento urbano adottato dal Secondo Impero. Ma, da ogni altro punto di vista, la Parigi di Haussmann è una città costruita da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla. Oggi, il princi- pale problema che l'urbanistica deve risolvere è quello della buona circola- zione di una quantità rapidamente crescente di automobili. Non è proibito pensare che un urbanismo futuro si applicherà a costruzioni, del pari utili- tarie, che terranno il più largo conto delle possibilità psicogeografiche. Così pure l'attuale abbondanza di vetture private è solo il risultato della propaganda permanente con cui la produzione capitalistica persuade la folla - e questo caso è uno dei suoi successi più sconcertanti - che il posses- so di un'automobile è proprio uno dei privilegi che la nostra società riserva ai suoi privilegiati. (Poiché il progresso anarchico si nega da sé, è possibile gustare lo spettacolo di un prefetto di polizia che attraverso annunci cine- matografici invita i parigini proprietari di automobili ad usare i mezzi pub- blici). « Dato che, anche a proposito di simili piccolezze, si incontra l'idea di privi- legio, e che sappiamo con quale cieco furore tante persone - pur così poco privilegiate - sono disposte a difendere i loro mediocri vantaggi, è giocoforza constatare che tutti questi dettagli fanno parte di un'idea della felicità, idea consacrata nella borghesia, mantenuta da un sistema pubblicitario che in- globa tanto l'estetica di Mairaux che gli imperativi della Coca-cola, e della quale si tratta di provocare la crisi in ogni occasione, con ogni mezzo. I primi di questi mezzi sono senza dubbio la diffusione, a scopo di provo- cazione sistematica, di una gran quantità di proposte tendenti a fare della vita un gioco integrale appassionante, e il deprezzamento continuo di tutti i divertimenti correnti, naturalmente nella misura in cui non possono esse- re dirottati per servire a costruzioni di contesti più interessanti. E vero che la maggior difficoltà di una simile impresa consiste nel far passare in que- ste proposizioni apparentemente deliranti una sufficiente quantità di sedu- zione seria. Per ottenere questo risultato si può concepire una pratica abile dei mezzi di comunicazione attualmente in voga. Ma anche una sorta di astensione rumorosa, o delle manifestazioni miranti alla radicale delusione degli appassionati di questi stessi mezzi di comunicazione, mantengono indubbiamente, con poca spesa, un'atmosfera di imbarazzo estremamente favorevole all'introduzione di alcune nuove nozioni di piacere. Quest'idea che la realizzazione di una situazione affettiva scelta dipenda solamente dalla conoscenza rigorosa e dall'applicazione deliberata di un certo numero di meccanismi concreti, ispirava questo "Gioco psicogeografico della settimana" pubblicato, nondimeno con un po' di humour, nel numero 1 di Potlatch: "In funzione di quel che cercate, scegliete una regione, una città più o meno popolata, una strada più o meno animata. Costruite una casa. Am- mobiliatela. Decoratela al meglio dentro e fuori. Scegliete la stagione e l'ora. Riunite le persone più idonee, i dischi e i liquori adatti. L'illuminazio- ne e la conversazione dovranno evidentemente essere adeguate, come il clima o i ricordi. Se non ci sono stati errori, il risultato vi soddisferà." Occorre adoperarsi a gettare sul mercato, non foss'altro, per il momento, che il mercato intellettuale, una massa di desideri la cui ricchezza supererà, se non gli attuali mezzi d'azione dell'uomo sul mondo materiale, la vecchia organizzazione sociale. Dunque, non è privo d'interesse politico opporre pubblicamente simili desideri ai desideri primari che non dobbiamo stupir- ci di vedere rimestati incessantemente nell'industria cinematografica o nei romanzi psicologici, come quelli di quella vecchia carogna di Mauriac. ("In una società fondata sulla miseria, i prodotti più miserabili hanno la fatale prerogativa di servire all'uso della grande maggioranza", spiegava Marx al povero Proudhon). La trasformazione rivoluzionaria del mondo, di tutti gli aspetti del mondo, darà ragione a tutte le idee di abbondanza. Il brusco cambiamento d'atmosfera in una via, in soli pochi metri; la pa- tente divisione di una città in zone dal clima psichico nettamente delimita- to; la linea di più forte inclinazione - senza rapporto con cambiamenti di livello - che devono seguire le passeggiate prive di scopo; il carattere cattu- rante o respingente di certi luoghi: tutto ciò sembra essere trascurato. In ogni caso non lo si considera mai come qualcosa che dipende da cause che si possono mettere in chiaro con un'analisi appronfondita, e da cui si può trarre partito. Le persone sanno bene che vi sono quartieri tristi e altri pia- cevoli. Ma si persuadono generalmente che le strade eleganti causino un senso di soddisfazione e che le strade povere siano deprimenti, quasi senza altre sfumature. Di fatto, la varietà delle possibili combinazioni di atmosfere, analoga alla dissoluzione dei corpi chimici puri nel numero infinito delle mescolanze, porta con sé sentimenti così differenziati e così complessi come quelli che può suscitare qualsiasi altra forma di spettacolo. E la minima prospezione demistificata da apparire che nessuna distinzione, qualitativa o quantitativa, degli influssi esercitati dai diversi scenari edificati in una città può venir formulata in base a un'epoca o a uno stile architettonico, ancor meno a partire dalle condizioni di habitat. Le ricerche che si è così chiamati a compiere sulla disposizione degli ele- menti del quadro urbanistico, in stretto legame con le sensazioni che pro- vocano, non possono non passare attraverso ardite ipotesi che è opportuno correggere costantemente alla luce dell'esperienza, con la critica e l'autocritica. Certi quadri di De Chirico, che sono evidentemente provocati da sensazio- ni di origine architettonica, possono esercitare un'azione di ritorno sulla loro base oggettiva, fino a trasformarla: tendono a diventare essi stessi delle moquette. Inquietanti quartieri di arcate potrebbero continuare, un gior- no, e completare l'attrazione di quest'opera. Non ci sono, ai miei occhi, che quei due porti al calar del sole dipinti da Claude Lorrain, che si trovano al Louvre, che presentano la frontiera stessa tra due ambienti urbani i più diversi possibile, che possano rivaleggiare con la bellezza delle carte del metrò affisse a Parigi. Si comprenderà facil- mente che, parlando qui di bellezza, non considero la bellezza plastica - la nuova bellezza può essere soltanto una bellezza di situazione - ma solo Li presentazione particolarmente emozionante, in ambedue i casi, di una som- ma di possibilità. Fra vari mezzi d'intervento più difficili, una cartografia rinnovata sembra prestarsi all'utilizzo immediato. La fabbricazione di carte psicogeografiche, oppure anche vari trucchi come l'equazione, con qualche sia pur minimo fondamento o completamente arbitraria, posta tra due rappresentazioni topografiche, possono contribui- re a gettare su certi spostamenti una luce, non certo di gratuità, ma di perfetta insubordinazione alle sollecitazioni abituali. Le sollecitazioni di questa serie sono catalogate sotto il termine di turismo, droga popolare altrettanto ripugnante dello sport o dell'acquisto a credito. Un amico, recentemente, mi diceva di aver da poco percorso la regione dello Hartz, in Germania, con l'aiuto di una mappa della città di Londra, e cui aveva seguito ciecamente le indicazioni. Questa specie di gioco è evi- dentemente solo un mediocre inizio rispetto a una costruzione completa dell'architettura e dell'urbanismo, costruzione il cui potere sarà un giorno dato a tutti. Nell'attesa, si possono distinguere vari stadi di realizzazioni parziali, meno malagevoli, a cominciare dal semplice spostamento degli elementi decorativi che siamo assuefatti a trovare in posizioni previamente predisposte. Così Marièn, nel numero precedente di questa rivista, proponeva di am- mucchiare alla rinfusa, quando le risorse mondiali avranno cessato di esse- re sprecate nelle irrazionali imprese che ci vengono imposte oggi, tutte le statue equestri di tutte le città in una sola pianura desertica. Il che offrireb- be ai passanti - l'avvenire appartiene loro - lo spettacolo di una carica sin- tetica di cavalleria, che potrebbe finanche venir dedicato a ricordare i più grandi massacratori della storia, da Tamerlano a Ridgway. Vediamo qui riemergere una delle principali esigenze di questa generazione: il valore educativo. Di fatto, ci si può aspettare qualcosa solo dalla presa di coscienza - da parte di masse che agiscano - delle condizioni di vita che in ogni campo vengono loro imposte, e dei mezzi pratici di cambiarle. "L'immaginario è ciò che tende a diventare reale", ha potuto scrivere un autore del quale, data la sua notoria mancanza di consequenzialità sul pia- no dello spirito, ho dimenticato in seguito il nome. Una tale affermazione, per ciò che ha di involontariamente restrittivo, può servire da pietra di paragone e fare giustizia di alcune parodie di rivoluzione letteraria: ciò che tende a restare irreale, è la chiacchiera. La vita, di cui siamo responsabili, incontra, contemporaneamente a grandi motivi di scoraggiamento, un'infinità di diversivi e di compensazioni più o meno volgari. Non passa anno che persone da noi amate non cedano, per non aver chiaramente compreso le possibilità presenti, a qualche vistosa capitolazione. Ma essi non rafforzano il campo nemico, che annoverava già imbecilli a milioni, e nel quale si è obiettivamente condannati ad essere imbecilli. La prima deficienza morale resta l'indulgenza, sotto tutte le sue forme.

 Guy-Ernest Debord Les Lèvres nues, n. 6, Bruxelles, settembre 1955


 TEORIA DELLA DERIVA 

 Fra i diversi procedimenti situazionisti, la deriva si presenta come una tec- nica del passaggio veloce attraverso svariati ambienti. Il concetto di deriva è indissolubilmente legato al riconoscere effetti di natura psicogeografica ed all'affermazione di un comportamento ludico-costruttivo, ciò che da tutti i punti di vista lo oppone alle nozioni classiche di viaggio e di passeg- giata. Una o più persone che si lasciano andare alla deriva rinunciano, per una durata di tempo più o meno lunga, alle ragioni di spostarsi e di agire che sono loro generalmente abituali, concernenti le relazioni, i lavori e gli sva- ghi che sono loro propri, per lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e degli incontri che vi corrispondono. La parte di alcatorietà è qui meno determinante di quanto si creda: dal punto di vista della deriva, esiste un rilievo psicogeografico delle città, con delle correnti costanti, dei punti fissi e dei vortici che rendono molto disagevoli l'accesso o la fuoriuscita da certe zone. Ma la deriva, nella sua unità, comprende nello stesso tempo questo la- sciarsi andare e la sua contraddizione necessaria: il dominio delle variazio- ni psicogeografiche attraverso la conoscenza ed il calcolo delle loro possi- bilità. Sotto quest'ultimo aspetto, i dati messi in risalto dall'ecologia, per quanto sia limitato a priori lo spazio sociale che questa scienza si propone di studiare, non cessano di sostenere utilmente il pensiero psicogeografico. L'analisi ecologica del carattere relativo o assoluto delle scissure del tessu- to urbano, del ruolo dei microclimi, delle unità elementari interamente di- stinte dai quartieri amministrativi e soprattutto dall'azione dominante di centri d'attrazione, deve venire utilizzata e completata con il metodo psicogeografico. Il terreno passionale oggettivo in cui si muove la deriva deve venir definito contemporaneamente sia secondo il suo proprio determinismo, sia secondo i suoi rapporti con la morfologia sociale. Chombart de Lauwe, nel suo studio su Paris et l'agglomération parisienne (Bibliothèque de Sociologie Con-temporaine, PUF, Paris 1952), nota come "un quartiere urbano non è determinato soltanto dai fattori geografici ed eco- nomici, ma anche dalla rappresentazione che ne hanno i suoi abitanti e quelli degli altri quartieri" e presenta nella stessa opera - per mostrare "l'an- gustia della Parigi reale, nella quale ciascun individuo vive... geografica- mente un quadro il cui raggio è estremamente piccolo" - il tracciato di tutti i percorsi effettuati in un anno da una studentessa del XVI arrondissement. questi percorsi disegnano un triangolo di dimensioni ridotte, senza fuoriu- scite, i cui tré vertici sono la Scuola di scienze politiche, il domicilio della ragazza e quello del suo professore di pianoforte. Non vi è dubbio che tali schemi, esempi di una poesia moderna suscetti- bile di comportare vivaci reazioni affettive - in questo caso l'indignazione per il fatto che sia possibile vivere in questo modo - o anche la teoria, avanzata da Burgess, a proposito di Chicago, sulla ripartizione delle attivi- tà sociali in zone concentriche definite, debbano servire al progresso della deriva. Nella deriva, il caso gioca un ruolo tanto più importante quanto più l'os- servazione psicogeografica è ancora incerta. Ma l'azione del caso è natu- ralmente conservatrice e tende, all'interno di un nuovo quadro, a ricondur- re tutto all'alternanza di un numero limitato di varianti, ed all'abitudine. Poiché il progresso non è mai altro che la rottura di uno dei campi in cui si esercita il caso, con la creazione di condizioni nuove e più favorevoli ai nostri progetti, possiamo dire che se gli imprevisti della deriva sono fonda- mentalmente diversi da quelli della passeggiata, tuttavia le prime attrazio- ni psicogeografiche scoperte rischiano di fissare il soggetto, o il gruppo, alla deriva attorno a nuovi assi abituali cui tutto li riconduce costante- mente. Un'insufficiente diffidenza rispetto al caso, ed al suo impiego ideologico sempre reazionario, condannava ad un penoso fallimento la famosa deam- bulazione senza scopo tentata nel 1923 da quattro surrealisti a partire da una città scelta a caso: l'erranza in aperta campagna è evidentemente de- primente e gli interventi del caso vi sono più poveri che mai. Ma la scon- sideratezza viene spinta ben oltre in Medium (maggio 1954) da un tal Pierre Vendryes che crede di poter avvicinare quell'aneddoto - dato che tutto ciò farebbe parte di un'identica liberazione antideterministica - ad alcuni espe- rimenti sulla probabilità, per esempio sulla ripartizione aleatoria di alcuni girini in un sfera di cristallo, intorno a cui esprime il suo profondo pensiero precisando: "bisogna, beninteso, che tale massa non subisca dall'esterno alcuna influenza direttrice". In simili condizioni, nei fatti il successo ha arriso ai girini, che hanno il vantaggio di essere "sprovvisti assolutamente di intelligenza, socialità e sessualità" e, di conseguenza, "veramente indi- pendenti gli uni dagli altri". Agli antipodi rispetto a queste aberrazioni, il carattere fondamentalmen- te urbano della deriva, a contatto con quei centri di possibilità e di signifi- cati che sono le grandi città trasformate dall'industria, corrisponderebbe piuttosto alla frase di Marx: "Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sé che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un'anima." Ci si può lasciar andare alla deriva da soli, ma tutto mostra che la suddi- visione numerica più fruttuosa consiste nella formazione di parecchi pic- coli gruppi di due o tré persone giunte ad una stessa presa di coscienza, poiché il confronto tra le impressioni di questi differenti gruppi deve con- sentire di arrivare a delle conclusioni oggettive. E' auspicabile che la com- posizione di questi gruppi cambi da una deriva all'altra. Superando il nu- mero di quattro o cinque partecipanti, il carattere proprio della deriva de- cresce rapidamente ed in ogni caso non è possibile superare la decina di persone senza che la deriva si frammenti in più derive condotte simultane- amente. D'altronde la pratica di quest'ultimo movimento è di grande inte- resse, ma le difficoltà che esso comporta non hanno mai sinora consentito di organizzarlo con l'ampiezza auspicabile. La durata media di una deriva è di una giornata, considerata come l'inter- vallo di tempo compreso tra due periodi di sonno. I punti di partenza e di arrivo, nel tempo, in rapporto al giorno solare sono indifferenti, tuttavia bisogna notare che in genere le ultime ore della notte sono poco adatte alla deriva. Questa durata media della deriva possiede solo un valore statistico. An- zitutto, si presenta abbastanza raramente in tutta la sua purezza, perché difficilmente gli interessati evitano, al principio o alla fine di questa giorna- ta, di sottrarvi una o due ore per dedicarle ad occupazioni banali; alla fine della giornata, la stanchezza contribuisce molto a questa forma di abban- dono. Ma, soprattutto, la deriva si svolge spesso in alcune "ore fissate deliberatamente o durante momenti abbastanza brevi, o, al contrario, du- rante parecchi giorni senza interruzione. Nonostante le pause imposte dal- la necessità di dormire, alcune derive, di sufficiente intensità, si sono pro- lungate per tré o quattro giorni ed anche più. E vero che, nel caso di una successione di derive per un periodo abbastanza lungo, è quasi impossibile stabilire con precisione il momento in cui lo stato d'animo proprio di una deriva lascia il posto ad un altro stato d'animo. Una successione di derive è stata prolungata, senza" interruzioni significative, sino a "circa due mesi, ciò che non può non portare a nuove condizioni oggettive di comporta- mento che inducono la scomparsa di un buon numero di quelle precedenti. L'influenza sulla deriva delle variazioni climatiche, benché reale, non è determinante se non nel caso di piogge prolungate, che la impediscono quasi del tutto. Ma i temporali o altri generi di precipitazioni le sono piut- tosto propizie. Il campo spaziale della deriva è più o meno definito o vago a seconda che questa attività miri piuttosto allo studio di un terreno o a risultati affettivi spaesanti. Non bisogna sottovalutare il fatto che questi due aspetti della deriva presentano molteplici interferenze e che è impossibile isolare uno dei due allo stato puro. Ma l'uso del taxi può, per esempio, fornire una linea di demarcazione abbastanza chiara: se nel corso di una deriva si prende un taxi, sia per una destinazione precisa, sia per spostarsi di venti minuti in dirczione ovest, è perché si è interessati soprattutto allo spaesamento per- sonale. Se ci si attiene all'esplorazione diretta di un terreno, vuoi dire che si privilegia la ricerca di un urbanismo psicogeografìco. In tutti i casi, il campo spaziale è anzitutto funzione delle basi di parten- za che sono costituite, per i soggetti isolati, dal loro domicilio e, per i grup- pi, dai punti di riunione prescelti. L'estensione massima di questo campo spaziale non supera l'insieme di una grande città e delle sue periferie. .La sua estensione minima può essere limitata ad una piccola unità ambienta- le: un solo quartiere o, se ne vale la pena, anche un solo isolato (al limite estremo, la deriva statica di una giornata senza uscire dalla stazione di Saint-Lazare). L'esplorazione di un campo spaziale prefissato presuppone, dunque, l'aver stabilito delle basi e l'aver calcolato le direzioni di penetrazione. E qui che interviene lo studio delle mappe, siano esse normali o ecologiche o psicogeografiche, la loro rettifica ed il loro miglioramento. C'è bisogno di dire che il piacere per un quartiere sconosciuto in quanto tale, mai percor- so, non interviene affatto? Oltre alla sua insignifìcanza, questo aspetto del problema è del tutto soggettivo e non sussiste a lungo. Questo criterio non è mai stato adoperato se non, occasionalmente, quando si trattava di tro- vare le uscite psicogeografiche da una zona evitando sistematicamente tutti i punti abituali. E possibile allora perdersi in quartieri già lungamente per- corsi. Al contrario, la parte dell'esplorazione appare minima, in rapporto a quella del comportamento spaesante, nell"'appuntamento possibile". Il soggetto viene pregato di recarsi da solo ad una certa ora in un certo luogo che gli viene fissato. E slegato dai penosi obblighi di un appuntamento normale, perché non ha nessuno da aspettare. Tuttavia, poiché questo "appunta- mento possibile", lo ha condotto inaspettatamente in un luogo che può conoscere o meno, ne osserva i dintorni. Contemporaneamente, potrebbe esser stato dato un altro "appuntamento possibile", nello stesso luogo, a qualcuno di cui egli non può prevedere l'identità. Può anche non averlo mai visto, fatto che induce ad attaccare discorso con diversi passanti. Può non trovare nessuno o anche, per caso, incontrare chi ha fissato l'"appuntamento possibile". In ogni caso, e soprattutto se il luogo e l'ora sono stati ben scelti, l'uso del tempo del soggetto prenderà una piega im- prevista. Può persino chiedere per telefono un altro "appuntamento possi- bile" a qualcuno che ignori dove il primo appuntamento l'abbia condotto. Appaiono evidenti le risorse quasi infinite di questo passatempo. Così, certi scherzi considerati di dubbio gusto, che io ho sempre molto apprezzato nel mio ambiente, come, ad esempio, introdursi nottetempo nei piani delle case in demolizione o percorrere Parigi in autostop durante uno sciopero dei mezzi pubblici senza fermarsi, con il pretesto di aggrava- re la confusione facendosi trasportare in un luogo qualsiasi, o errare nei sotterranei delle catacombe proibiti al pubblico, discenderebbe da un sen- so più generale che altro non è se non il senso della deriva. Gli insegnamenti della deriva consentono di stabilire i primi rilevamenti delle articolazioni psicogeografiche di una città moderna. Al di là del rico- noscimento di unità ambientali, delle loro componenti principali e della loro localizzazione spaziale, si percepiscono i loro assi principali di passag- gio, le loro vie d' uscita e le loro linee di difesa. Si perviene cosi all'ipotesi centrale circa l'esistenza di rotonde psicogeografiche. Si misurano le di- stanze che separano effettivamente due regioni di una città e che sono incommensurabili rispetto a quello che poteva far credere una lettura ap- prossimativa di una pianta della città. Con l'aiuto di vecchie mappe, di vedute fotografiche aeree e di derive sperimentali, si può costruire una cartografia degli influssi che sino ad oggi è mancata e la cui attuale incer- tezza, inevitabile fino a quando non verrà portata a termine una mole im- mensa di lavoro, non è peggiore di quella dei primi portolani, con questa differenza: che qui non si tratta più di delimitare con esattezza dei conti- nenti stabili, ma di cambiare l'architettura e l'urbanistica. Le diverse unità di atmosfera e di abitazione, oggi, non sono ritagliate nettamente, ma si presentano circondate da bande di confine più o meno estese. Il cambiamento più generale che la deriva porta a proporre è la diminuzione costante di queste bande di confine, sino alla loro completa soppressione. Nell'architettura stessa, il gusto della deriva induce a preconizzare ogni sorta di nuove forme di labirinto, favorite dalle moderne possibilità di co- struzione. Così, nel marzo 1955, la stampa segnalava la costruzione a New York di un palazzo dove si potevano vedere i primi segni di una possibilità di deriva all'interno di un appartamento: "Gli alloggi della casa elicoidale avranno la forma di una fetta di torta. Potranno venire ingranditi o diminuiti a volontà attraverso lo spostamento di pareti mobili. La suddivisione in semipiani evita di limitare il numero di stanze poiché l'affittuario può chiedere di poter utilizzare la fetta seguente immediatamente sopra o sotto quella che già abita. Questo sistema per- mette di trasformare in sei ore tré appartamenti di quattro stanze in un appartamento di dodici stanze o più." Il sentimento della deriva è naturalmente connesso con una più generale maniera di prender la vita, che nondimeno sarebbe maldestro dedurre mec- canicamente. Non mi dilungherò sui precursori della deriva, che si posso- no riconoscere a buon diritto o estrapolare abusivamente, nella letteratura del passato, nè sugli aspetti passionali particolari che questa attività com- porta. Le difficoltà della deriva sono quelle della libertà. Tutto induce a credere che l'avvenire precipiterà il cambiamento irreversibile del compor- tamento e dello scenario della società attuale. Un giorno si costruiranno delle città per praticarvi la deriva. Si possono utilizzare, con dei ritocchi relativamente leggeri, certe zone che esistono già. Si possono utilizzare certe persone che esistono già.

 G.Ernest Debord Les Lèvres nues, n. 9, novembre 1956