giovedì 12 aprile 2012


Solvay assassina

Il Sacrario del Turchino

Carceri 16 – 5 – 44

Mammina carissima
Un triste presentimento mi
dice che oggi è stata l’ultima
volta che ci siamo visti
Mammina cara il destino
continua a essere crudele con te.
Questa mia vita che insieme ab-
biamo contesa tante volte alla morte
credo stia per fuggirmi.
Ti sia di conforto il pensiero che
io sarò forte fino all’ultimo.
Certamente paura non ne sento
L’unica grande spina del mio cuore
e il sapere che tu e Milli resterete
sole al mondo.
Ho voluto seguire la mia idea
e adesso mi domando se di fronte
a te avevo il diritto di farlo.
Perdonami mammina se ti cagiono
questo grande dolore.
Ti avevo pur detto che mi sembra-
va poco naturale restar vivo solo io
fra tanti compagni morti.
Adesso andrò con loro.
Doveva finir così.
Ancora una volta mammina perdo-
nami.
Anche Milli deve perdonarmi e
dille che se spesse volte ci si bisticciava
era proprio perché ci volevamo bene.
Quando il dolore ti sembrerà insop-
portabile rifugiati in lei, ti sarà di
grande sollievo
Ricevi da tuo figlio il più affettuoso
abbraccio e tanti tanti baci, anche
per Milli. Per l’ultima volta, perdonate
mi
Vostro
Valerio

Valerio 'Lelli' Bavassano, partigiano genovese, fucilato al Colle del Turchino il 19 maggio 1944

9.07

credo in un solo oblio


mercoledì 28 marzo 2012

Morte e pianto rituale

lunedì 26 marzo 2012

La ribellione del personaggio [F.P. e I.M.]


A colloquio con Leonardo Di Costanzo, in occasione del suo ultimo documentario, Cadenza d’inganno, storia di un adolescente napoletano che rifiuta il ruolo di protagonista border line. Metodo di lavoro, idee e retroterra di uno dei migliori documentaristi italiani

Il protagonista del film è un dodicenne di Montesanto, Antonio, che vive in un basso, va male a scuola e passa felicemente il suo tempo per strada, salvo alcuni pomeriggi che trascorre in casa di una ragazza più grande, una studentessa che dovrebbe aiutarlo a fare i compiti ma spesso finisce per farsi coinvolgere nei suoi giochi e nel suo girovagare. A un certo punto Antonio si ribella al meccanismo del documentario e rifiuta di farsi seguire dalla telecamera, non vuole più essere filmato. Il regista è costretto a interrompere il lavoro. Lo riprenderà solo dieci anni più tardi, ovvero l’anno scorso, quando lo stesso Antonio lo inviterà a filmare il suo matrimonio, consegnandogli in questo modo un degno finale per il suo documentario.

Come in un suo film di qualche anno fa, che si chiamava A scuola, Di Costanzo rende evidente attraverso poche sequenze il fallimento della scuola dell’obbligo con i ragazzi come Antonio, ma stavolta lascia trasparire anche la possibilità di un incontro tra mondi diversi, quello di Antonio e della ragazza, fuori dagli schemi dell’educatore di professione e del giovane da redimere; ma soprattutto riconosce il diritto e la concreta possibilità di scegliere, e quindi anche di sottrarsi, a chi viene relegato nel ruolo del bisognoso, del marginale e, dal punto di vista cinematografico, dell’oggetto da filmare. Sarà Antonio, infatti, a decidere come e quando si concluderà il film, di cui in fin dei conti è il protagonista.

«Quando ho cominciato a fare film su Napoli, i registi della mia generazione o anche quelli prima di me non volevano piu filmare la città. Napoli è stata molto filmata, e ogni volta che la filmi quella si mette in posa, piange a comando, come se avesse capito cosa buca lo schermo. Il problema quindi è come rompere questo meccanismo. In Prove di Stato, un documentario sull’azione dell’allora sindaco di Ercolano Luisa Bossa, mi sono detto che non potevo fare interviste, sarei partito battuto, questi ormai hanno capito come rispondere e ti dicono quello che ti fa piacere sentire e tu fai da megafono per qualcosa che non controlli e che in generale serve a nascondere la verità. Allora se voglio avvicinarmi alla verità devo evitare l’intervista e filmare le persone in confronto tra loro, però deve esserci una posta in gioco, per cui la presenza della telecamera diventa secondaria rispetto al conflitto tra i due personaggi. Per esempio, la signora senza casa che va dal sindaco per convincerla a dargli una casa e il sindaco che cerca di spiegargli che può averla se ha i punti necessari per l’assegnazione… Filmare le persone in conflitto: con questo sistema ho fatto due film. Ho cominciato a lavorarci con Prove di stato e l’ho perfezionato in A scuola.

«Io volevo fare l’insegnante, non ci sono riuscito, ho fatto un po’ di supplenze poi ho smesso, e avevo sempre questa idea di voler raccontare la scuola. Un giorno ho chiamato una preside di cui mi aveva parlato un’amica, la preside della scuola media Cortese a San Giovanni a Teduccio. La mia intenzione era di filmare gli insegnanti. Sono andato a parlare con loro, ma mi sono accorto che quello che mi raccontavano del loro lavoro non lo riscontravo nella realtà. Mi sembrava tutto falso. Allora mi sono ricordato di quello che avevo fatto a Ercolano e ho deciso di filmare in contrasto, in conflitto. Nei romanzi il personaggio, l’eroe, si definisce attraverso il superamento di alcune prove. Ho pensato che per descrivere un insegnante dovevo mettergli davanti uno studente, e in particolare uno studente che ha dei problemi, che non ha voglia di studiare. Ho scelto dei ragazzi di questa scuola, poi ho parlato con gli insegnanti. Una parte non voleva essere filmata, una parte ha accettato. Ho detto loro che avrei mostrato il lavoro man mano che andavo avanti, ma non assicuravo che se mi avessero chiesto di togliere qualcosa l’avrei tolta. Quando ho fatto la proiezione del film finito, per loro è stata dura perché nel film non vedono riflessa l’immagine che hanno di se stessi ma nessuno mi ha accusato di averli spiati o di essere stato morboso. Nel montaggio ho tolto le scene piu violente, le punte estreme. Volevo fare un film sui limiti della scuola pubblica in generale e quindi ho tolto tutto quello che caratterizzava l’ambiente come napoletano, i riferimenti alla camorra, le scenate, le mazzate. Il film ha girato molto in Europa. All’inizio dicevano: come siete messi male a Napoli, poi lo vedevano le insegnanti delle periferia di Amsterdam o di Parigi e dicevano guardate che da noi è la stessa cosa.

«Nel film ci sono dei genitori redarguiti dalla preside. Io quei genitori li avevo già visti prima nei consigli di classe, gli avevo mandato una lettera tramite la preside per chiedere il permesso di filmare i loro figli. Non so se sapessero esattamente quello che stavo facendo, ma filmare in fondo è un atto di responsabilità, tu stai rubando qualcosa a qualcuno, dipende dalla tua onestà. Per esempio, c’è una scena dove una madre è ricevuta dalla preside. È una scena terribile, io l’ho pulita molto, la donna è sotto calmanti, a un certo punto sono proprio uscito, la parte dei suoi problemi personali non c’è, tra lei e la preside si parla solo del bambino. Spesso le preoccupazioni etiche nasconodono una non volontà di assumersi responsabilità. Filmare è un atto anche violento, tu ti appropri dell’immagine di un altro. Io, per esempio, ho grossi problemi a filmare il nemico, la persona che non stimo, a cui non voglio bene: filmare un razzista, non so come fare; per filmare qualcuno bisogna entrarci in relazione e in qualche modo volergli bene, questa persona ti deve parlare prima di parlare alla telecamera; filmare il nemico per amore di oggettività, per sentire anche la campana dell’altro, non riesco a farlo. Si è discusso molto su questo, Lanzmann ci ha fatto nove ore di film sui nazisti, un film che racconta la Shoa… Sono stati fatti dei tentativi nella storia del documentario ed è meglio andarseli a vedere se si vuole fare qualcosa del genere».

«L’idea quando ho cominciato a girare, dieci anni fa, era di raccontare l’adolescenza a Napoli; cercare di capire una mentalità in formazione, per questo non c’era l’idea di una trama ma solo quella di accompagnarli durante la giornata. Abbiamo visto decine di ragazzi e ragazze a Montesanto. La cosa che funzionava con Antonio era il fatto che lui rispondeva a domande con altre domande. Fin dall’inizio ha rifiutato il ruolo del personaggio che si fa modellare, non stava lì a dire va bene devo fare il ragazzo difficile e lo faccio. Ci faceva penare, non veniva agli appuntamenti oppure veniva di cattiva voglia, per certi versi era molto seduttivo, si negava, ma la scommessa era proprio questa: è posssibile fare un film con un personaggio che si nega? Che cosa dice questa storia, che cosa racconta? A un certo punto avevamo pensato a delle proposte di scene, non delle vere e proprie finzioni, c’erano dei dialoghi e poi si improvvisava. Questo, credo, lo fece scappare, perché lo avvertì come un tentativo di incasellarlo in un ruolo. Scomparve da un giorno all’altro. Il film si interruppe. Il produttore francese, Richard Copans, ci aveva investito dei soldi e ogni tanto mi diceva che dovevamo finire il film, e io dicevo sì, ma poi non avevo voglia di andare a cercare Antonio per filmarlo cinque o sei anni dopo, perché a me interessava fare un film sull’adolescenza. Di Antonio mi dicevano che lavorava nei bar di notte nella zona di piazza del Gesù ma non l’ho mai incontrato. Poi un giorno mi arriva questa telefonata, ci diamo appuntamento per un caffè, che ha voluto pagare lui per rimarcare che era diventato grande; mi ha chiesto del film, mi ha detto che si stava per sposare. “Ma ti serve qualcuno che ti fa il video del matrimonio”, gli ho detto. “No ce l’ho già, quindi se vieni è per te, per finire il tuo film”, fece lui. Io avevo imparato a diffidare, ma mi faceva piacere, gli ho fatto un regalo, sono andato al matrimonio, ma più come invitato, non avevo nemmeno interesse per il film… Poi ho cominciato a pensare al senso di questa richiesta e mi sembrava molto coerente con il progetto originario di non voler imbrigliare un personaggio in una storia, ma soprattutto era divertente che fosse lui a decidere che la storia dovesse finire in quel modo. A Napoli la gente è molto propensa a farsi filmare adeguandosi al desiderio di chi ha di fronte. Antonio di questa cosa se ne fotteva. Io per lui ero come gli altri adulti che in qualche modo volevano incasellarlo. Questa per me è stata una grande scuola. Spesso noi registi cerchiamo di far quadrare tutto, prendiamo un personaggio e ci mettiamo a raccontare la nostra storia, questo ci rassicura, ci dà la sensazione illusoria che il mondo abbia un ordine… Il produttore mi ha detto che la scena del matrimonio che chiude il film è una scena triste se paragonata alla vivacità di Antonio da ragazzino; ma secondo me questa è ancora una volta una proiezione nostra. È la scelta che ha fatto lui. Magari lui è felice. Non sta a noi di giudicare, sono fatti suoi».
[da Napoli Monitor]

mercoledì 21 marzo 2012

[un concorso di circostanze ha conferito a quasi tutto ciò che ho fatto una certa aria di cospirazione]

lunedì 19 marzo 2012

giovedì 15 marzo 2012

“Quale antenato parla in me?
Io non posso vivere contemporaneamente nella mia testa e nel mio corpo.
Per questo non riesco ad essere una sola persona.
Sono capace di sentirmi un infinità di cose contemporaneamente.
Il male vero del nostro tempo è che non ci sono più i grandi maestri.
La strada del nostro cuore è coperta d’ombra;
bisogna ascoltare le voci che sembrano inutili;
bisogna che dai cervelli occupati dalle lunghe tubature delle fogne e dai muri delle scuole, dagli asfalti e dalle pratiche assistenziali, entri il ronzio degli insetti.
Bisogna riempire gli orecchi e gli occhi di tutti noi, di cose che siano all’inizio di un grande sogno.
Qualcuno deve gridare che costruiremo le piramidi.
Non importa se poi non le costruiremo.
Bisogna alimentare il desiderio.
Dobbiamo tirare l’anima da tutte le parti come se fosse un lenzuolo dilatabile all’infinito.
Se volete che il mondo vada avanti dobbiamo tenerci per mano.
Ci dobbiamo mescolare i cosiddetti sani e i cosiddetti ammalati.
Ehi, voi sani, che cosa significa la vostra salute?
Tutti gli occhi dell’umanità stanno guardando il burrone dove stiamo tutti precipitando.
La libertà non ci serve se voi non avete il coraggio di guardarci in faccia, di mangiare con noi, di bere con noi, di dormire con noi.
Sono proprio i cosiddetti sani che hanno portato il mondo sull’orlo della catastrofe…”

martedì 6 marzo 2012

Sogni e bisogni

..Quando cambia così violentemente la vita delle persone, il brodo di coltura della tristezza sono i dettagli. Così come dei morti ci mancano inezie, un modo di guardare, di tossire. E capita che nell'anfratto scuro in cui siamo capitati ci si trovi a rimpiangere cose così.
I piccoli momenti di felicità domenicale, le partite tutte allo stesso orario. Proprio adesso che il mondo mostra la faccia vera del processo che lo ha 'ammodernato' e le esigenze televisive che spalmano le partita su tutta la settimana hanno decisamente rotto le palle.
[da Il salumiere malinconico, NapoliMonitor]

lunedì 5 marzo 2012

Se un canto non saccheggia una stazione, a che serve la corrente alternata?
[Vladimir Majakovskij]

La Balena senza sillabario

martedì 21 febbraio 2012

guardarsi dalle imitazioni. Provare per credere. Ci siamo divertiti
immensamente.

Attenzione si scivola! il cinema di Buster Keaton

Introduzione
Buster Keaton (1895- 1966) è un 'classico', e parlare di lui significa di conseguenza occuparsi un pò della 'storia' del cinema.
Quando Keaton nasce, i Lumière cominciano le prime proiezioni; quando Keaton produce le sue migliori opere, negli anni '20, per moltissimi il linguaggio del cinema era nato da pochi anni, e questo significa pochi mezzi e poche conoscenze tecniche delle possibilità di un set. E se quasi da subito il mercato mette le mani sul cinema appiattendo la sperimentazione, Keaton fa immediatamente eccezione: i suoi film hanno successo di pubblico ma riescono ad essere autonomi, nuovi, sperimentali e liberi dalle regole della tradizione cinematografica che andava già formandosi. In Keaton assumono quindi importantza "l'artigianato", l'inventiva, la creatività, spesso oltre i limiti del possibile di quel tempo.
L'incontro tra il giovane Keaton e la macchina da presa dà avvio ad una delle ondate creative più straordinarie che la storia del cinema abbia mai vissuto, un lavoro che ci appare molto più attuale e sperimentale di quello di tanti mediocri autori contemporanei.
Il periodo d'oro dell'opera di Buster Keaton è racchiuso tutto nell'arco degli anni '20, in una ventina fra cortometraggi e mediometraggi, tra cui grandi riflessioni sul cinema come "Il cameraman" e "Sherlock jr".
Questa carica energetica poi finirà con l'avvento del sonoro, inghiottita da Hollywood e dalle esigenze del capitale e del mercato, che non ammette superamenti dialettici delle contraddizioni, nè uno sforamento così radicale del linguaggio. Fa un pò storia a sè, nell'ultimo anno di vita dopo decenni di opere sottotono, l'interpretazione magistrale di "Film" di Schneider e Beckett.

Analizziamo alcuni elementi che ci permettono di tracciare un discorso introduttivo sul cinema di Buster Keaton e sulla sua visione del mondo, tenendo conto di alcuni fattori:
- Keaton è stato insieme regista, sceneggiatore e attore, e non è possibile scindere la maschera la recitazione le acrobazie con lo stile registico.
- i film di Buster Keaton costituiscono un discorso uniforme e omogeneo, e le variazioni di situazioni personaggi e 'trame' diventano quindi marginali. Ad accomunarli è una visione del mondo, una filosofia, oltre che una struttura e una tecnica. Quindi un'analisi 'generale' è sicuramente più interessante e funzionale rispetto a un affannoso tentativo di raccontare i suoi singoli film.

KEATON DIVENTA BUSTER
Jeseph Francis Keaton nasce nel 1895 da genitori attori di teatro.
La leggenda vuole che il soprannome Buster gli sia stato dato da Harry Houdinì in persona, dopo averlo visto caracollare giù per diverse rampe di scale e infine saltare in piedi illeso come se niente fosse successo, con quell'espressione gelida e sardonica che lo accompagnerà per tutta carriera.
Esordisce a quattro anni in teatro con numeri in cui viene sballottato da un lato all'altro del palco, come 'straccio umano'.
Da qui derivano i primi trucchi del mestiere e le caratteristiche che si ritroveranno fino all'età adulta: l'impossibile resistenza a un destino avverso e la capacità acrobatica che gli permetterà di non riccorrere mai a controfigure.
Keaton quindi cresce all'interno di una scuola burlesque nella quale il corpo ha ancora la sua centralità, in contrasto con le leggi della nascente industria cinematografica di intrattenimento.
Si tratta però di un tipo di teatro particolare: tempi brevi, connessioni di gag, acrobazie, improvvisazione e solo secondariamente la mimica.
Da qui Keaton si abitua più che a recitare, a inventare se stesso, e a diventare in scena e fuori scena l'autore di se stesso.
Nei suoi numeri comici riesce a far ridere il pubblico quanto più resta indifferente, e quanto più resta stupito dell'ilarità del pubblico. Un contrasto straordinario: l'immobilità del viso contro le situazioni estreme in cui egli si muove, e l'immobilità del viso contro l'estrema mobilità del corpo nelle acrobazie.

IN UN MONDO SCIVOLOSO
Per sopportare una caduta bisogna conservare una struttura, bisogna cioè proporre il corpo in una serie di posture e di geometrie in grado di assorbire gli urti e riproporre l'energia per il movimento, bisogna grosso modo essere come una palla da biliardo.
Questo sarà il cinema e la vita di Buster Keaton: essere lanciati, come una palla su un tavolo da biliardo, come un bambino su una rampa di scale, costretti a straordinarie geometrie per non rimanere stecchiti e sottoposti a un sistema di attrazione e forze repulsive fondato su desideri, relazioni di potere, addensamenti e sottrazione di corpi, il tutto ritmato dalle macchine.
Quello che però Keaton scopre nelle sue cadute è che l'abilità non basta: mentre ruzzoli via la scala si smonta, ti viene dietro. Il sistema non regge! Le macchine perdono i bulloni, le case crollano sotto il vento, le sposine fuggono e ritornano, e tutta la devastante stupidità dello stile di vita americano emerge come un incubo tragicomico dal quale non ci si può tirare fuori.
Il personaggio di Keaton è come un punto minuscolo inglobato in un ambiente immenso catastrofico e trasformabile: vasti paesaggi che cambiano e strutture geometriche deformabili, rapide e cascate, grandi navi alla deriva del mare, città spazzata via dal ciclone, treni su ponti che crollano.
E in tutto questo c'è il cinema che cerca di proporre un'immagine meno traballante della realtà, un'immagine invitante che lo spettatore cerca di tirare fuori, ma la rottura degli argini dello schermo porterà ad un esondazione capace solo di rendere il tutto più scivoloso.

L'INCONGRUO: GAG E LIETO FINE
Non si può analizzare il cinema di Buster Keaton senza approfondire le strutture delle trovate comiche, di un 'gag'.
Uno schema classico le riassumerebbe così:
ORIZZONTALE
1) costruzione di una situazione in equilibrio precario
2) azione che porta a contrasto gli elementi da cui nasce la precarietà
3) risoluzione finale del contrasto
VERTICALE
1) componente caricaturale
2) componente mimica
3) incongruità dell'azione

Keaton supera lo schema classico così:
ORIZZONTALE
1) Equivoco di partenza e costruzione di una situazione in equilibro precario
2) Situazione di superamento delle difficoltà
3) Impossibilità di equilibrio e apocalisse
VERTICALE
1) la componente caricaturale è quasi annullata
2)la mimica è rarefatta
3) l'incongruità è esaltata al massimo.

Tutto il gag keatoniano sembra dominato dalla casualità, dalla sfortuna, ma in realtà dietro al caso si nasconde l'ingranaggio, e basta un gesto sbagliato a reintrodurre il caos dove era appena arrivato l'ordine.
Tutto ciò che accade a Keaton appare casuale perchè si manifesta in forme che non discendono dalla sua volontà e dalla sua logica: questa incongruità alla logica dominante è ciò che rende radicale l'idea del mondo di Keaton (per questo il volto è impassibile e un pò spaesato).
Sta qui l'amara impotenza del non poter controllare gli avvenimenti e il meccanismo alieno che li regola.
L'ingranaggio, una volta messo in moto, avanza incessante; questa progressione dell'instabilità raggiunge il suo culmine con un evento macroscopico (inseguimenti di massa, esplosioni diffuse, cicloni) che sfocia quasi sempre nel lieto fine (vittoria, conquista della donna ecc..). Ma il lieto fine in Keaton contiene sempre i germi della sua negazione (il successo non basta o è per altri, la donna diventerà subito madre, l'happy end sarà consolatorio e apparente).

Il carattere dei gag può essere diviso così:
- "Gag-traiettoria": arte particolare di montaggio di gag una dietro l'altra, e di intensità progressiva, inserite in una traiettoria che le rende parti di un unico movimento.
Questa traiettoria ha solitamente un ritmo spedito per sottolineare il precipitare degli eventi, e marcare la differenza con le fasi più statiche in cui si costruisce la storia o ci si consola del falso lieto fine, fasi in cui le fratture della relatà sono celate da una impossibile normalità.
- "Gag-macchina": Keaton usa le macchine, le inventa, dà nuovi usi e significati agli oggetti. Macchina-treno, macchina-casa, macchina-cinema, soluzioni tecnologiche di ogni tipo. A differenza di Chaplin, Keaton non si oppone alla macchina, è dentro un sistema alienato nel quale non è possibile prendere coscienza. E allora Keaton cerca di adattare le macchine, le rende appropriate a un uomo solitario, a una coppia perduta, le piega ad un suo uso, ma è quasi sempre impossibile: esse perderanno ogni utilità e diventeranno anzi un problema.
Può esserci utile una frase di Freud: "il bambino impegnato nel gioco si comporta come un poeta, si costruisce un proprio mondo, o meglio, dà a suo piacere un nuovo assetto alle cose del suo mondo".
Il grande scarto tra la situazione immensa e l'eroe minuscolo sarà colmato da queste funzioni.
Implicito in tutto questo c'è la critica, la visione del mondo di Keaton.

UNO SGUARDO IMPASSIBILE - IL CONFRONTO/SCONTRO CON CHAPLIN
E' un luogo comune del cinema e della critica il paragone fra Keaton e Chaplin. I due si conoscevano, e, come di abitudine dell'epoca, si scambiavano idee di gag, adattandoli alla propria visione del mondo e al proprio stile.
La grandiosità di Chaplin, fra le tante cose, sta nel suo dialogo con la storia, nell'essere un autore molto più sociale, con uno sguardo che fa presa sul pathos, commuove e ammicca alle furberie dei poveri, concentrando lo spazio della scena sul sè. Questa adattabilità gli ha permesso di lavorare bene anche con il sonoro, portando la sua opera al mondo intero come nessun altro, garantendogli sempre il successo.
Keaton mostra invece l'irriducibilità alla storia, l'impossibilità di adattarsi, è metafisico, poco psicologico, il suo sguardo è impassibile e non cade mai nel pathos, lo spazio esiste e si gioca con i movimenti, le grandezze e la macchina da presa. La caratteristica costruzione delle sue storie lo vede alla fine sempre al centro di nuove insicurezze alle quali reagire. La realtà è un incubo senza scampo che ripropone prove su prove. Questa immensità dell'ingranaggio diventa gigantismo di scena: se un masso precipita, si trasforma in mille massi che precipitano; se si è inseguiti da un poliziotto, si è inseguiti da decine di poliziotti; se spira il vento, diventerà ciclone. A questa irrazionalità del mondo e a queste situazioni che crescono su se stesse, Keaton risponde con una pulizia di stile che diventerà la sua caratteristica.
"Keaton non cerca mai di far piangere, perchè le lacrime facili son superate" disse Bunuel.
Dalla sua recitazione sono esclusi quasi totalmente il sentimento e il sentimentalismo, mentre in modo del tutto poetico si sente nella sua comicità quel gelo che fa il dramma dell'uomo.
Queste caratteristiche hanno relegato la grandiosità di Keaton al periodo del muto, e ad un successo che, seppur clamoroso, è sempre stato minore di quello del suo amico Charlot, sia all'epoca sia oggi

LA VISIONE DEL MONDO
L'equivoco nel film è spesso creato dal personaggio stesso, che, alienato, si ritrova inadeguato in una situazione con la quale non sa misurarsi.
Egli d'altra parte non cerca mai di contrastare l'emergere di questa logica equivoca, ma al contrario l'asseconda, l'accetta globalmente, sembra trovarla del tutto naturale.
La sua imperturbabilità (anche del viso) aumenta questo aspetto: l'individuo non può prendere coscienza di essere vittima di ingranaggi e 'istituzioni' totalizzanti perchè ci è dentro.
Quindi egli non è quasi mai uno sconfitto, perchè non lotta "contro", bensì, lotta "dentro".
Keaton è alienato perchè sempre in balìa di forze che non sa nè comprendere nè controllare, ma che non può far altro che accettare, e tentare di essere accettato.
In questa volontà di accettazione, di appartenenza, di successo, c'è l'elemento della soddisfazione di desideri capace di liberare l'io dalle ansie della realtà.
Per questo l'amore è subito perdizione totale, accecamento. Keaton fa di tutto per raggiungere il suo obiettivo, rischia la vita, corre, fa acrobazie, cerca di diventare bravo nel lavoro.
Ma è un connubio impossibile. E allora il sogno diventa incubo, e l'esclusione diventa frustrante.
Questa critica, questa visione del mondo non è didascalica, esplicita, vive attraverso rapporti con situazioni del quotidiano che forse valgono per ogni tempo, e il personaggio sempre alienato non è comunque un 'tipo', perchè caratterizzato in ogni film da tratti sociologici differenti. Tempo dell'azione e carattere sociale diventano quindi aspetti secondari.
Keaton svela la menzogna del mito del successo e del farsi da sè, perchè il 'lieto fine' altro non è che un'illusione, una mistificazione.
Il cinema di Keaton, che possiamo definire comunque comico, è dominato dal pericolo e dalla sopraffazione, dal caos e dalla sconfitta che si maschera da vittoria inconcludente.
In tal modo la risoluzione del contrasto nasconde con il comico l'incongruità tragica dell'impotenza.
Questo risvolto è già nel viso di pietra, nello sguardo angosciato dai misteri della vita.
E' il mondo esterno a diventare il soggetto che agisce l'oggetto Keaton.

___________________________________________________________________

bibliografia minima consigliata:
Buster Keaton, a cura di Giorgio Cremonini - editore il Castoro o NuovaItalia
Come in uno specchio - I grandi registi del cinema - (capitolo su Buster Keaton) - a cura di Goffredo Fofi - Donzelli editore
Cinema l'immagine-movimento di Gilles Deleuze (estratti su Keaton) - Ubu editore

Intaddùme


la felicità - egli diceva - è destrezza di mente e di mani

sabato 11 febbraio 2012

la ladra delle notti è una demente maniaca, che nasconde ogni suo furto sempre in un altra buca. Non si dà uscita mai da quelle segregazioni.
_____________________________________________
sotto la bocca distorta a furia di sorrisi
[variazioni di pelle fra zigomo e mento]

mercoledì 8 febbraio 2012

Felice!


Felice Pignataro è nato a Roma il 6 febbraio del 1940.
Cresciuto a Mola di Bari (Ba), si è trasferito a Napoli nel 1958 per studiare all’Università, alla facoltà di Architettura prima, poi di Teologia.
A Napoli ha alloggiato al Collegio Newman, della F.U.C.I., di cui è stato direttore per diversi anni, fino al 1972.
Dal 1967 ha portato avanti, insieme alla sua compagna Mirella, una controscuola per i bambini delle baracche, prima al Campo A.R.A.R. di Poggioreale, poi all’I.S.E.S. di Secondigliano.
Sposatosi con Mirella nel 1972, si è stabilito definitivamente a Scampìa (periferia nord di Napoli) da dove ha continuato a mettere le sue enormi capacità artistiche al servizio degli “ultimi”.
Nel 1981, con Mirella e altri, ha fondato l’associazione culturale GRIDAS (gruppo risveglio dal sonno) allo scopo di offrire strumenti per risvegliare le coscienze assopite. Nell’ambito delle attività svolte con il GRIDAS si è caratterizzato come “il più prolifico muralista del mondo” (definizione data da E. H. Gombrich, del Warburg Institut di Londra) realizzando oltre 200 murales in giro per l’hinterland napoletano, ma anche nel resto d’Italia. Inoltre, ha creato a Scampìa il carnevale di quartiere divenuto una tradizione in oltre 20 anni di attività.
É stato un punto di riferimento importante per gruppi e associazioni in lotta che lo hanno trovato sempre disponibile a supportare le proprie battaglie con la sua poliedrica arte creativa.
Dal 1994 ha applicato anche la tecnica del mosaico, realizzato con mattonelle spaccate alla maniera di Antoni Gaudì, realizzando opere in Italia e a Marxloh-Duisburg, in Germania.
Felice è morto a Napoli, il 16 marzo 2004 per un tumore polmonare, lasciando il suo “testimone” a tutti quelli che l’hanno conosciuto e sono stati “contagiati” dalla sua creatività messa al servizio del riscatto sociale.

martedì 31 gennaio 2012

_______________________

un Edipo troppo grande.
_______________________

Solo con gli occhi aperti sott'acqua si può vedere la donna amata

giovedì 26 gennaio 2012

____________________________

un'idea esagerata di libertà
____________________________
‎'o bè, ì fors' nun torno cchiù. 'e cammenate senza dio. che voglia 'e te vedè. me manca assai na cumpagnia

venerdì 13 gennaio 2012

Questo è Franz Kafka




- NON SI SFUGGE ALLA MACCHINA


La definizione di 'kafkiano' è stata incredibilmente banalizzata, e viene usata indifferentemente per qualificare, nella sua accezione volgare, tutto ciò che presenta un aspetto labirintico, strano cupo o assurdo.
Per quanto riguarda il cinema pochi film in realtà testimoniano un’autentica ispirazione kafkiana, oltre che nelle tematiche anche nelle atmosfere, nelle inquadrature e nelle architetture.
Questo ci ha spinto a decidere di proiettare: 'Il processo' di Orson Welles (che riteniamo a distanza di tanti decenni dalla realizzazione, la migliore pellicola intorno a Kafka); e ad accompagnarla una più recente: Fuori Orario di Martin Scorsese (che sebbene su toni diversi e con meno elementi, richiama chiaramente ad alcune caratteristiche kafkiane che analizzeremo più avanti).
In questi due film non c'è soltanto Kafka, riferimenti minori in Welles vanno ricercati in tutti i suoi film di quel periodo (Citizen Kane, La signora di Shangai), e in Fuori Orario si noteranno riferimenti al Mago di Oz e ad alcune novelle di Boccaccio.
Di seguito analizziamo brevemente alcune caratteristiche dell'opera di Kafka che ci interessano come introduzione e approfondimento al ciclo di proieizioni, soffermandoci su alcuni elementi che ritroveremo nel Processo di Welles e in funzione di confronto e in maniera minore in Fuori Orario di Scorsese.
Tra i registi e film kafkiani, oltre ad Orson Welles, si potrebbero citare fra i tanti anche Alfred Hitchcock, David Cronenberg, Joseph Losey, e tutta una lunga lista di singoli film che si avvicinano alle caratteristiche del genio praghese.
Ad essere abusata non è solo la definizione di kafkiano, ma anche e soprattutto i temi dell’opera di Kafka, che sono ormai diventati, a distanza di decenni, patrimonio comune della cultura occidentale contemporanea (basti pensare, per ricordarne solo uno dei più inflazionati, al rapporto cittadino-sistema burocratico). Questo ha comportato inevitabilmente una loro banalizzazione, ma conferma anche la loro attualità e la loro dimensione problematica e angosciante.
Quello intorno a Kafka è un cinema politico, non fondato sulla possibilità di evoluzione-rivoluzione, ma sull'impossibilità-intollerabilità. Non ci risparmiamo questo vicolo cieco, anticorpo necessario per non cadere in popoli e rivoluzioni di cartapesta.
Il centro della nostra ricerca è riassunto nella frase 'non si sfugge alla macchina', ovvero l'analisi dell'individuo vittima di meccanismi totalizzanti che pervadono tutti gli aspetti della vita e della società, una rappresentazione che ci apre un vastissimo campo di analisi delle forze sociali e del potere, una rete di relazioni pregne di desiderio che permettono di spiegare in modo profondo la realtà, quella realtà che Kafka aveva saputo vedere con decenni di anticipo, e che oggi si rivela in tutta la sua potenza.

P.s.
Quelle che seguono sono solo alcune delle strade possibili per entrare nell'opera di Kafka.
Queste riflessioni non vogliono essere una spiegazione del Processo e di Fuori Orario, e non valgono neanche come analisi dell'opera di Kafka (che non sarebbe certo possibile realizzare in poche paginette). Senza pretesa di completezza, omettiamo volutamente tutta una lunga serie di ragionamenti che servirebbero per un'analisi complessiva.
Per un maggiore approfondimento consigliamo in fondo alla pagina una bibliografia minima.

- LA MACCHINA:

PORTE SENZA USCITE [triangoli-segmenti-concatenamenti-ingranaggi]
Aprire la porta dell'opera di Kafka significa entrare in una rete di ingranaggi, connessi da porte e soggetti connettori (spesso triangoli sociali) che formano quella che definiremo 'la macchina', un sistema permeante e totalizzante di tutta la società, e per questo non riconoscibile nella sua completezza, denso di aspetti di potere e desiderio.
Partendo da quello che si può forse definire il triangolo sociale originario, cioè quello familiare (padre-madre-figlio), si diramano o si mischiano altri triangoli dai quali la famiglia mutua la propria missione di propagare la sottomissione, di abbassare e far abbassare la testa: il triangolo giudiziario, economico, burocratico, politico ecc..
Questi triangoli sono spesso sfocati, diffusi, totalizzanti, si trasformano e si confondono gli uni negli altri, ad esempio: giudice-avvocato-imputato, zio-avvocato-impiegati, impiegati-poliziotti-giudici donne-pittori-avvocati donne-giudici-imputati.
Man mano che emergono tutti i vari triangoli oppressivi, emerge la possibilità-impossibilità di una via d'uscita, di una linea di fuga.
Tutte le porte, le uscite, le fughe, non portano a liberarsi della macchina perchè seguono la direzione di altri segmenti a loro volta collegati: questo aspetto è anche 'geografico' e 'architettonico', ad esempio: aprendo la porta dello sgabuzzino della banca ci si ritrova in tribunale, aprendo la porta dietro lo studio del pittore ci si ritrova negli uffici di cancelleria, se si procede dietro al tribunale comincia un groviglio di uffici e tunnel, come un'invasione cancerosa, che occupa tutti gli spazi.
Quello che fa Kafka è estrarre dalle rappresentazioni sociali i concatenamenti e le macchine, per poi smontarli.
I personaggi del Processo, ad esempio, sono tutti funzionari o ausiliari della giustizia, e non solo i giudici gli avvocati e gli imputati, ma anche le donne le ragazzine il pittore e lo stesso K.
Durante il romanzo e durante il film, trasformando i triangoli sino all'illimitato, facendo sdoppiare i doppi fino all'indefinito, Kafka ci apre un vastissimo campo di analisi delle forze sociali e del potere , una rete di relazioni pregne di desiderio che permettono di spiegare in modo profondo la realtà.
“Il meccanismo fa parte della Macchina in quanto pezzo meccanico, ma anche quando smette di esserlo”.
Ecco il genio di Kafka, l’aver compreso che gli uomini e le donne sono parte integrante della Macchina dell'oppressione anche e soprattutto nel tessuto delle connessioni familiari, nel riposo, nell'amore, nella protesta, nell'indignazione, al di là della stessa “autentica” alienante e meccanizzante catena di montaggio.
Entrare nella macchina, uscirne, accostarla, fa sempre parte della macchina. Fuga - rivolta - protesta: sono gli stati del desiderio.
L'animale fa parte della macchina-tana anche quando ne è fuori. Il lavoratore fa parte della macchina-montaggio anche fuori dal lavoro. Nel romanzo Il Castello la differenza fra Castello e Paese si perde. Nel Processo abbiamo a che fare con una macchina-giustizia talmente totalizzante che non fa differenza sapere d'esserci dentro o fuori.

L'ILLUSIONE DELL'ARTE COME FUGA
Anche l'arte in Kafka fa parte dell'ingranaggio: oltre alla macchina della letteratura e della scrittura, prendiamo ad esempio la scena in cui K per risolvere il suo caso si reca dal pittore Titorelli su consiglio della cameriera dell'avvocato: il pittore è famoso “per avere una grossa influenza sulla corte, come nessun altro ne ha”, e perchè si occupa di 'aiutare il prossimo'.
Anche l'arte, come le donne, aprono delle vie di fuga apparenti.
Anzi Titorelli gli precisa che è proprio nel suo studio, quando arrivano i giudici a farsi fare il ritratto, che si muovono i fili del meccanismo della giustizia.
Arte e potere quindi. Arte di Stato.
Arte a cui Kafka assegna una funzione assai superiore che agli altri elementi.
Quando i due si congederanno, Titorelli regalerà a K. dei quadri tutti intitolati "fuga nella brughiera" ("vedo che il soggetto le piace"), e quando K aprirà la porta antistante lo studio per scappare, si ritroverà con stupore nei corridoi degli uffici della Corte Suprema: "che c'è, non lo sapeva? anche il mio studio appartiene alla Corte!".
Cameriera dell'avvocato - Pittore - Corte Suprema.
Un triangolo del meccanismo della macchina.
Anche in Fuori Orario l'arte è l'unico mezzo per il protagonista per fuggire da un circolo di eventi assurdi da cui non riusciva ad uscire: ma quell'arte sotto forma di scultura, lo riporterà nella stanza del suo ufficio, davanti al suo computer di lavoro.
L'arte dà quindi l'illusione di essere una via di fuga, per aiutare l'uomo ad uscire dal meccanismo. Ma è una libertà apparente, una libertà illusoria, di cartapesta.

SEGMENTI E DESIDERIO - LA DONNA E LA CONNESSIONE - PORNOGRAFIA IN KAFKA
La macchina collega segmenti fra loro anche distantissimi.
Ogni segmento è potere e insieme una figura del desiderio, e il desiderio è polivoco e pervade tutto.
Là dove si credeva che ci fosse la legge c'è invece il desiderio, e desiderio soltanto.
Nel Processo anche le donne equivoche e le ragazzine perverse sono funzionari della giustizia, non solo la corte e gli avvocati, e il libro del giudice è invece pieno di figure oscene. La legge scritta su un libro porno.
Non si può quindi parlare della macchina senza soffermarsi su un elemento fondamentale che connette svariati segmenti, e che è rappresentato dalle figure delle donne.
K nel Processo è funzionario di banca e su questo segmento in connessione con tutta una serie di funzionari, di clienti, e con Elsa, l'amichetta; ma è anche arrestato in connessione con ispettori testimoni e la signorina Burstner; ed imputato in connessione con uscieri, giudici, e con la lavandaia; esperto in procedura in connessione con l'avvocato e Leni; artista in connessione con Titorelli e le bambine.
Ognuna di esse è attaccata ad un segmento: una al sistema bancario, un'altra ai funzionari subalterni, un altra ancora al giudice istruttore e agli avvocati, e tutte a loro volta sono connesse con la funzione generale, cioè con il Processo.
Queste serie di donne nel Processo fanno godere indiscriminatamente giudici avvocati e imputati.
Ci si perde, eroticamente, con un inserviente nel retro di un ufficio, con una cameriera nel salone dell'avvocato, con un altra nell'aula di tribunale. Senza contare i riferimenti all'omosessualità di Titorelli nel far spogliare K nello studio.
Anche in Fuori Orario il protagonista per desiderio si abbandona ad una serie di relazioni che lo porteranno in quel circolo di eventi assurdi da cui non riesce ad uscire, e cercherà in altre donne l'aiuto per aprirsi una via di fuga; anche in questo caso ognuna di queste donne rappresenterà poi un ulteriore segmento di quel meccanismo misterioso che opprimerà il personaggio per tutta la notte.
Non c'è modo migliore per dire che la funzione generale è indissolubilmente sociale ed erotica.
Il ruolo delle ragazze è quasi sempre di rompere un segmento, aprire una linea di fuga, svelare la contiguità di ciò che invece si credeva remoto; ma è una fuga che porta ad attaccarsi ad un altro pezzo della macchina, ogni segmento ha una porta sul corridoio che lo collega con un altro.
Quindi l'erotismo di queste donne non ha affatto una funzione ritardante del processo o deviante dell'attenzione di K, come molti hanno invece scritto.
K si perde con queste donne, in un abbandono in cui si misconosce, e con queste donne K si fonde.
Ecco, i personaggi del Processo non sono più persone, ma una molteplicità irriducibile in divenire,valgono solo in quanto trasformazione gli uni degli altri. Tutti i personaggi, poliziotti colleghi studenti portieri bambine avvocati pittori preti formano una serie proiettiva di una stessa esistenza che non esiste al di fuori delle proprie metamorfosi.
Kafka si masturba davanti alle istituzioni, K tocca il culo alle donne, fa sesso in piena aula di tribunale, mentre di Kafka tutti hanno capito che è l'auto-processo! Mentre egli è imputato magistrato accusatore: tutto è in questo processo. E' l'immensità de Il Castello! Il pubblico crede che Kafka si è fatto il processo da solo per dire che siamo tutti colpevoli. Ne hanno fatto uno scrupolo di coscienza di questo grande pornografo che era Kafka.
Non è semplice sesso il suo, è pornografia. Eccesso di desiderio. Il vero senso dell'osceno.
Fece infatti scandalo fra tutti gli studiosi che non avevano capito questo aspetto di Kafka, la scoperta che lo scrittore possedeva in cassaforte numerose riviste porno e che usava frequentare spesso cinema per vedere film spinti, portandosi dietro anche le sorelle.
Altro che intimista ed esteta!

KAFKA E LA LEGGE: "non è necessario credere che tutto sia vero, ma che tutto è necessario"
Tanto è stato scritto su Kafka e Il Processo, molte stupidaggini sull'allegoria, il simbolismo, dramma interiore, l'autoprocesso, la trascendenza della legge, l'apriori della colpa.
Ma Kafka ha un'intenzione ben diversa.
Il problema di Kafka non è tanto di costruire un immagine della legge trascendente e inconoscibile quanto di smontare il meccanismo di una macchina ben più grande che ha bisogno della legge solo per accordare i suoi ingranaggi.
Le figure della legge, i segmenti dei poliziotti o quello degli avvocati, non si presentano più come elementi gerarchizzati della legge ma come agenti di ingranaggi connessi e comunicanti con altri.
Il Processo è innanzitutto un'indagine scientifica sul funzionamento della macchina, in cui la legge svolge il ruolo di armatura esterna.
Certo nel Processo la legge ha un contenuto che resta inconoscibile, può essere solo enunciata in sentenza, e la sentenza appresa solo in una pena. Nessuno conosce l'interno della legge. La verità è sempre nell'ufficio accanto, e poi in quello accanto ancora.
Ma K si accorge che l'importante non è quello che avviene in tribunale, ma i movimenti delle parti, le agitazioni molecolari che si giocano nei corridoi, dietro le quinte, nella stanza accanto, tutti i micro-eventi che esprimono il desiderio e i suoi casi.
Anche la politica funziona così per Kafka. Nei congressi socialisti ad esempio, tutti i problemi si affrontano nei retroscena dei meeting, altrove, mentre nei dibattiti si affrontano solo le questioni ideologiche.
Se il potere è segmentato, la legge non è conoscibile, è inaccessibile e irrappresentabile.
"Posso ottenere per te un rinvio a giudizio illimitato", gli dice Titorelli. Il Processo è infinito.
Il pittore dipinge la giustizia come fortuna cieca, desiderio alato.
E' curiosa la giustizia con le ali, dice K, per non turbare la bilancia la giustizia non dovrebbe muoversi

ISTITUZIONI TOTALIZZANTI_POLITICA IN KAFKA
Ciò che è inquietante in Kafka oltre agli eventi, è che i soggetti si comportino come se si trovassero davanti a fenomeni normali, e il personaggio K nei vari romanzi non fa mai la domanda ovvia che ci si aspetta davanti agli eventi assurdi di cui è parte.
Questa normalità ci dice due cose:
1. per Kafka terrificante è la quotidianità del grottesco
2. se il potere non è piramidale ma è segmentato, i soggetti non lo riconoscono; il potere diviene imperscrutabile, e quindi i soggetti non si rendono conto di essere parte della macchina (da qui l'importanza dei subalterni).
Nei paesi sovietici Kafka fu duramente attaccato per " l'intimismo piccolo-borghese e l'assenza di ogni critica sociale, e per lo spietato ritratto della burocrazia e dei lavoratori".
Kafka è proprio quello che il Partito comunista estromette.
Ne è lontano perchè mette in discussione lo schema di ogni potere, sfuma le distanze fra oppressi e oppressori, contesta i regimi e in particolare la burocrazia sovietica e ci parla del welfare-state che accudisce il cittadino "dalla culla alla tomba" (fra scuola lavoro dopolavoro cral e pensione, tipico delle socialdemocrazie), ne è lontano perchè per Kafka lo sfruttamento non avviene solo sulla catena di montaggio, ma soprattutto lo scrittore mette in discussione il mito dell'emancipazione attraverso il lavoro.
"Qualora noi meritassimo una libertà, dovrebbe essere affrancamento dal lavoro e non occupazione sul lavoro. Anche se non si scappa mai dalla catena di montaggio. On n'échappe pas de la machine. Non si sfugge alla macchina. L'oppressione durissima si fa sentire poi in auto, in famiglia, in casa, nella rivoluzione, nell'amore, nella speranza."
Il potere, e quindi anche lo sfruttamento, è diffuso in tutto il campo sociale e assume forme molteplici.
Nel Processo K è un burocrate, e il luogo di lavoro viene rappresentato come un alienante capannone fatto da piccole scrivanie per ogni funzionario e una macchina da scrivere per lavoratore. Una fabbrica di burocrati, che verrà poi messa in connessione con la sua famiglia, con il segmento delle donne e con quello della giustizia.
In Fuori Orario il protagonista è un programmatore informatico che nelle ore del dopolavoro prova a svagarsi fra letture erotiche e appuntamenti con ragazze appena conosciute, e alla fine del giro ritornerà senza volerlo davanti al computer del suo ufficio. L'oppressione non è dovuta solo al lavoro quindi (che di sicuro non rende liberi) ma a tutta la serie di segmenti a cui è connesso l'individuo anche al di fuori del posto di lavoro.
Le macchine fanno coesistere macchinisti carnefici e vittime, potenti e impotenti, un eros burocratico, che potrebbe essere capitalista comunista o fascista. E non esiste un desiderio rivoluzionario che si opponga alle macchine del potere.
Guardando gli eventi del suo tempo, Kafka vide l'America precipitare e indurire il capitalismo, lo sfacelo economico aprire la strada ai fascismi, la rivoluzione russa e le altre rivoluzioni aprire le strade a nuove inaudite forme di stato onnipresente e burocratizzato, altro che rinnovamento e liberazione dell'uomo.
Allora con la sua macchina letteraria Kafka cercherà di anticipare queste precipitazioni, superarle, come un orologio che anticipa il tempo. Se non è possibile distinguere fra oppressi e oppressori, fra potere e desiderio, occorre trascinarli tutti in un avvenire troppo possibile nella speranza che così facendo si schiudano anche delle linee di fuga o di difesa vacillanti e deboli. Afferrare il mondo per farlo fuggire, invece di fuggire o accarezzarlo. La chiave della ricerca starà proprio nel riconoscere di essere parte integrante della Macchina. Questa la presa di coscienza che può distruggere la spersonalizzazione.
Tutto il mondo di Kafka vive una grande spersonalizzazione. Non c'è soggetto, ci sono solo concatenamenti collettivi.
La lettera K non designa più nè un narratore nè un personaggio ma un concatenamento macchinistico.
Non esiste più una condizione privata che non sia immediatamente anche politica, dal momento in cui i triangoli oppressivi della macchina collegano famiglia, potere, giustizia, economia, sesso e sentimenti.
Kafka è politico da cima a fondo, indovino del mondo futuro e dei concatenamenti vecchi e nuovi.
Uno scrittore al di sopra delle leggi degli stati dei regimi. Tutto è politica in Kafka.

ORSON WELLES E KAFKA: ARCHITETTURE DI UN FEELING
Il cinema di Orson Welles, al di là del Processo ma già in Citizen Kane, Falstaff, La signora di Shangai, ha un rapporto profondo con l'architettura. Architetture di splendori e decadenze, barocchi degradati, salite e discese, scalinate infinite, edifici mastodontici, soffitti bassissimi, riprese dall'alto e controriprese. Grandi angoli e grandi profondità di campo, corridoi illimitati, trasversali contigue.
Le architetture e i movimenti di macchina di Welles sono già quelli che animano l'opera letteraria di Kafka, e il film Il Processo combina benissimo questi elementi come possiamo vedere nella scena del pittore Titorelli con le bambine nel lungo corridoio sbarrato di legno, le lontananze, le contiguità e le linee di fuga.
Welles esplora ogni regione (quella delle donne, dell'infanzia, dell'arte), non rivelando immagini-ricordo ma liberando presenze allucinatorie: il libro più serio è anche pornografico, gli adulti più minacciosi sono anche bambini e vengono picchiati, le donne sono al servizio della giustizia, ma la giustizia forse è amministrata da bambine, e la segretaria dell'avvocato è una donna una bambina o un dossier sfogliato?
Se Welles ha affrontato Kafka con successo è perchè ha saputo mostrare come regioni spazialmente distanti comunicavano fra loro. In questi cunicoli stretti Antony Perkins apre le porte e si ritrova dentro la macchina.
Il sistema del giudizio diventerà definitivamente impossibile anche e soprattutto per lo spettatore.

P.S.
Kafka era restio a pubblicare le sue cose, e quel poco che pubblicò in vita, lo fece sotto insistenza degli amici, e insistendo con gli editori per la correttezza della pubblicazione.
Gran parte delle sue opere è stata pubblicata postuma.
Prima di morire Kafka aveva dato l'incarico al suo amico e testamentario Max Brod di bruciare tutta la sua opera.
Una parte di scritti Kafka li aveva già bruciati precedentemente, e altri li aveva sequestrati e distrutti la Gestapo.
Brod contro le sue indicazioni conservò e sistemò il materiale rimasto che tramite passaggi di eredità anche indiretti sono arrivati fino a noi. Il processo, come quasi tutte le opere di Kafka, è quindi un romanzo incompleto, rivisto e modificato da Brod.
Su questa volontà quasi di segretezza dello scrittore praghese non vogliamo elaborare teorie.
Dopo aver fatto un pò di chiarezza (si spera), concludiamo con una frase di Bene che ci confonde di nuovo le idee:

"Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l'arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l'arte è diventata decorativa, consolatoria. L'abuso d'informazione dilata l'ignoranza con l'illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso."

Auguri.

___________________________________________________________________

bibliografia minima consigliata:
- Gilles Deleuze Felix Guattarì : Kafka, per una letteratura minore _Quodilbet editore
- Gilles Deleuze: Cinema L'immagine-tempo L'immagine-movimento _Ubueditore
- Franz Kafka: Racconti - Romanzi _Mondadori_I meridiani

mercoledì 11 gennaio 2012

non perde un colpo Gilles

La pansè

Ogni giorno cambi un fiore
e lo appunti in petto a te...
Stamattina, sul tuo cuore,
ci hai mettuto una pansé...
E perché ce l'hai mettuta?
se nun sbaglio l'ho capito...
Mi vuoi dire, o bella fata,
che tu pensi sempro a me...
Ah!....

Che bella pansé che tieni,
che bella pansé che hai...
me la dai?
me la dai?
me la dai la tua pansé?
Io ne tengo un'altra in petto
e le unisco tutt'e due:
Pansé mia e pansé tua...
in ricordo del nostro amor!

Questo sciore avvellotato,
tanto caro io lo terrò...
Quando si sará ammosciato,
io me lo conserverò....
Ci ha tre petali, tesoro,
e ogneduno ci ha un pensiero...
sono petali a colori:
uno giallo e due marrò...
Ah!...
Che bella pansé che tieni...

Tu sei come una fraffalla
che svolacchia intorno a me...
Poi ti appuoi sulla mia spalla
con il pietto e la pansé...
Io divento un mammalucco,
poi ti vaso sulla bocca
e mi sembra un tricchi-tracco
questo vaso che do a te!
ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più - ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più -ogni giorno sotto ogni riguardo progredisco sempre di più..

venerdì 30 dicembre 2011

jammuncenne guagliò. [30.12.11]

sabato 24 dicembre 2011

di cosa parliamo quando parliamo d'amore

Miseria dell'ambiente studentesco

Introduzione alla vita non-fascista

Come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari ? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri sentimenti e i nostri piaceri dal fascismo? Come snidare il fascismo rintanato nel nostro carattere ?

- Azione politica libera da qualsiasi paranoia totalizzante e unitaria.
- Sviluppo di azioni, pensieri e desideri mediante proliferazione, giustapposizione, disgiunzione, e non per suddivisione e gerarchizzazione piramidale.
- Non fidarsi più delle vecchie categorizzazioni del Negativo (legge, limite, castrazione, carenza, lacuna), per troppo tempo sacralizzate dal pensiero occidentale come forma di potere e accesso alla realtà. Preferire ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità, i flussi all’unità, le disposizioni mobili ai sistemi. Credere che ciò che è produttivo è nomadico e non sedentario.
- Non credere che occorra essere tristi per essere militanti, per quanto sia abominevole ciò che si combatte. E’ la connessione del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nella forma della rappresentazione) che possiede forza rivoluzionaria.
- Non usare il pensiero per fondare una pratica politica sulla Verità, né l’azione politica per screditare – in forma meramente speculativa – una linea di pensiero.
- Usare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e degli ambiti d’intervento dell’azione politica.
- Non chiedere alla politica il ripristino dei “diritti individuali”, come sono stati definiti dalla filosofia. L’individualità è un prodotto del potere. Ciò che occorre è “de-individualizzarsi”, con la moltiplicazione e la dislocazione, in combinazioni diverse.
- Il gruppo non dev’essere un legame organico che unisce individui gerarchizzati, ma un costante generatore di”de-individualizzazione”.
- Non innamorarsi del potere.

Michel Foucault

tratto dalla prefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari, Antiedipo (1972)

lunedì 12 dicembre 2011

Porta in una notte come questa, dispiacere,
recare a voi disturbo, in fondo all'occhio, al cuore,
sia che lo spettro che v'arriva è pura fiamma,
sia che provenga solo da una debole scintilla.
Una delle prime sorprese della vita, a ritornarci,
consiste nel sentirsi costretti a spiegazione, di continuo.

Eccoci qua, a 'nfettarce 'a stessa freva, sonnolenta, contenta
azzeccate sott' a pelle, quasi comm' 'e vene
capillari.

Io ve parlo, ve tocco, che bellizze, che sollievo!
O' tengo ancora astipato nu ricordo e stu sollievo
Ero n'acqua na vota, sapite? Che pigliava forme

O' vveco, pure vuie tenite l'uocchie chiuse
Comme a duie malate, ca s'alleccano a freva, stamme stis'
int' 'a lentezza
nell'arresto do Tiempo.

Porta in una notte come questa, dispiacere
insistere a restare in una forma
Ci sfiliamo, adesso, fianco a fianco
'e lato a vvuie
o preferiamo darci spalle ad angolo
o 'nzieme a nu lato solamente
caricatura oscena
di parziali e squilibrati desideri, imperfezioni.
Ci strusciamo cu 'e parole ca ce simme ditte
ca ce simme sciusciate
a risucchio, senza emettere rumore
muvenne 'a vocca, in pantomima
comme fanno 'e pisce.

venerdì 2 dicembre 2011

La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.

lunedì 21 novembre 2011

[eresia un è mondo il cambiare]

lunedì 7 novembre 2011

fuori dalle 4 mura statali

le strade di Genova distrutte.

martedì 1 novembre 2011

Mai daremo pace a chi rende invivibile questa vita

Traiano_Montesanto_Gesù

a squarciagola. Franco vive, i morti siete voi.

‎"..io e franco siamo gli unici ad aspettare l’ultima corsa per Napoli che tarda ad arrivare. giunti a traiano poche parole di saluto, il suo abbraccio esageratamente forte e lungo, la sua frase: fabio, grande compagno. ma lo diceva a tutti quelli che voleva bene. e poi: il comunismo si farà! poi una risata di entrambi e un cenno di dita sul cappello."

A Franco Basile e a quella notte di ottobre del 2006, e a tutti gli altri momenti ,anche quelli assurdi, passati insieme. Un pugno alto verso il cielo.

giovedì 27 ottobre 2011

e allora fui di nuovo dentro il tempo. ascoltando l'orologio. era l'orologio del nonno. e quando mio padre me lo diede disse: "te lo do non perché tu possa ricordarti del tempo ma perché ogni tanto tu possa dimenticarlo per un attimo. e non sprecare tutto il tuo fiato nel tentativo di vincerlo. poichè le battaglie non si vincono mai, disse, non si combattono nemmeno."

martedì 25 ottobre 2011


nemmeno il destino

lunedì 24 ottobre 2011

Venivi innanzi uscendo dalla notte
recavi fiori in mano
ora uscirai fuori da una folla confusa,
da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
mi adirai quando sentii dire il tuo nome
in luoghi volgari.
Avrei voluto che le onde fredde sulla mia mente fluttuassero
e che il mondo inaridisse come una foglia morta,
o vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
per poterti ritrovare,
sola.

[Francesca_Ezra Pound]

mercoledì 19 ottobre 2011

Un giorno verso la fine dell'estate io e Jared facevamo un giro in centro...
ad un certo punto gli ho detto: 'non so se mi sento pronto per Paranoid park'. al che lui si è messo a ridere e mi ha risposto: 'nessuno è mai pronto per Paranoid park'

martedì 18 ottobre 2011

policlinico linea 1. senza via di uscita il mio ragionamento sull'italia i giovani la sinistra il potere e il #15oct.
il cuore sta bene. e allora molto meglio perdersi in cumana, int' 'a capa allucche e strille, 'e scale a doie a doie e 'o fridd' rint' all'anema.

lunedì 10 ottobre 2011

#3

#2

#1

sabato 8 ottobre 2011

«Tre volte ho attraversato la linea di confine, la prima volta di frodo, con l'aiuto di un contrabbandiere, in qualche modo, almeno una volta legittimamente, sicuramente sono stato uno dei rarissimi che sono tornati di spontanea volontà al punto di partenza». [Georges Simenon, Le passage de la ligne]

Hermitage. suite 804


Cara, è un divino errare. Ma destino ti accompagnò alla mia casa. Il passato tuo e mio non conta più. Quindi devi tornare. Credimi. Tuo.
Marzo: nu poco chiove
e n'atu ppoco stracqua...
Torna a chiovere, schiove...
ride 'o sole cu ll'acqua.

Mo nu cielo celeste,
mo n'aria cupa e nera...
Mo, do vierno, 'e ttempeste,
mo, n'aria 'e primmavera...

N'auciello freddigliuso,
aspetta ch'esce 'o sole...
'Ncoppo tturreno 'nfuso,
suspirano 'e vviole...

Catarí', che vuó' cchiù?
'Ntiénneme core mio:
Marzo, tu 'o ssaje, si' tu...
e st'auciello, songh'io...

Palazzo Corigliano

lunedì 26 settembre 2011

se si avverasse per me il miracolo di Faust e mi fosse dato di ricominciare da capo.

Trasmigrare in un altro corpo

Si overo more 'o cuorpo sulamente
e ll'anema rinasce 'ncuorpo a n'ato,
i' mo so' n'ommo, e primma che so' stato?
na pecora, nu ciuccio, nu serpente?
E doppo che sarraggio, na semmenta?
n'albero? quacche frutto prelibbato?
Va trova addò starraggio situato:
si a ssulo a ssulo o pure 'mmiez' 'a ggente.
Ma i' nun 'e faccio sti raggiunamente:
i' saccio che songh'io, ca so' campato,
cu tutt' 'o buono e tutt' 'o mmalamente.
E pe' chello che songo sto appaciato:
ca, doppo, pure si nun songo niente,
sarraggio sempe n'ommo ca so' nato.

Underground

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella da 'Nfrascata!

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
po sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...

Scetáteve guagliune 'e malavita!...

E' accumparuta 'a luna a ll'intrasatto,
pe' lle dá 'o sfizio 'e mme vedé distrutto...
Pe' chello che 'sta fémmena mm'ha fatto,
vurría cha luna se vestesse 'e lutto!...

Quanno se ne venette â parta mia,
ero 'o cchiù guappo 'e vascio â Sanitá...
Mo, ch'aggio perzo tutta guapparía,
cacciatemmenne 'a dinta suggitá!...

Scetáteve guagliune 'e malavita!...

Sunate, giuvinò', vuttàte 'e mmane,
nun v'abbelite, ca stó' buono 'e voce!
I' mme fido 'e cantá fino a dimane...
e metto 'ncroce a chi...mm'ha miso 'ncroce...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutto cuncertino,
addó' ch'avessa chiagnere sul'i'...

Chiágnono sti guagliune 'e malavita!..

mercoledì 14 settembre 2011

La casa su Coroglio

Il passato è uscito di spalle. / Restano solo tracce di memoria e forme / che si dissolvono. / Piccole grandi storie. / Questo è stato. / Misura della notte, del giorno, del tempo, dell’amore, dell’ombra, della luce. Questo è stato. / Una volta / in una città.
tutte e due avemmo a diventa’ na cosa sola. C’avemmo a consola’, vecchi e contenti, preganno grazie a Dio pe sta realtà. vicino a te, senza parlà.

martedì 13 settembre 2011

le mani legate come Andromeda.

giovedì 18 agosto 2011

A Sud del Sud dei Santi - da Leuca risalendo la china verso Napoli [frammenti estate 2011][estratti C.B.]

Attiguo a casa sua stava un palazzo moresco, denunciato dal salmastro, orientale, come un riflesso sbiadito. Scrostato sotto le volte degli archi e sulle cupole. Abitato d'inverno da Cristiani comodi che nell'estate pagana cedevano le due ali sul mare per non morire di fame. Proclamato la fine dello stato d'assedio, quel palazzo sarebbe diventato il quartier generale dei Turchi che tra le viole del cielo assolato avevano ammainato le mezzelune.

Quella costruzione era un sunto di storia, oppure no. Era il suo carnefice convertito proprio quando toccava a lui, cinquecento anni fa. Le esecuzioni di 800 e più martiri ebbero luogo in un campo di grano di quei coloni inturbantati che mietevano spighe d'oro ingemmate in cinabro, impazziti all'incanto di quella miniera di Fede.

In quell'occasione egli pensò che sarebbe stato facile incontrarsi un'ultima volta. Era un santo a pregarla. Perciò le aveva scritto: "Vieni, stavolta è grave". E la risposta di Lei fu "stai tranquillo, ora non posso davvero. Vedrai che tutto andrà bene". Pose il capo su un sasso e la sognò. Si ridestò che ancora non l'avevano decapitato. Guardò in alto cercando il suo carnefice e lo trovò crocifisso. Gli spiegarono che era stato così punito perché aveva all'improvviso mutato fede. Poi gli dissero di levarsi e andarsene. Lui non aveva osato insistere, lo avevano umiliato, non c'è dubbio, ma l'avrebbe rivista.





Se fosse stato vero il palazzo moresco, sarebbe anche vero oggi che le sue ossa figurerebbero sui velluti rossi nella cripta della Cattedrale di Otranto, incastrate, nel prodigio che le vuole ancora rivestite di carne, dopo tanto, come in quell'altro tutto suo miracolo che dopotutto la pensava ancora.





Bisogna pensare che Otranto aveva a quel tempo trentamila abitanti, era tanto allora.

Lo sbarco dei turchi fu improvviso, la città fu letteralmente distruttta dopo un lungo assedio in un mare di sangue;

si ebbero due specie di martiri:

quelli caduti in difesa delle mura "martiri della patria"

e quelli (in numero di 800 e i superstiti) che posti di fronte all'alternativa di rinnegare il Cristo per Maometto rifiutarono e condotti in un campo di grano (ecco perchè figurano delle spighe fra le membrane e le ossa vedete) furono giustiziati decapitati o impalati, sono "martiri della fede".

In questa cripta noi custodiamo soltanto le reliquie di 800 martiri perchè i corpi degli altri Ferdinando d'Aragona se li portò a Napoli.

vedete ancora la carne le dita i pezzi di fegato le membrane i tendini

questo qui stava immobile come nell'urna perduta come gli altri, ma differenza degli altri martiri ha conservato perfino gli occhi





Mattinata piovosa, le arcate come rondini allineate, ali aperte, le bifore animate,il Palazzo Moresco se ne va, rimpatria, dove sono altri stormi di follie, si autentica incastrato in una via popolare di Tunisi, dimora inconsapevole a eccezionali vicende ordinarie...se ne va galleggiando sull'acqua, corroso dalle obiezioni occidentali, santuario vagante alla ricerca di sacerdoti sempre che lo inventino, incurante del pubblico africano...e dove toccherà la sponda oltremare starà naturalmente come non se ne fosse mai staccato, e i turchi lo abiteranno a poco prezzo.

Dormi, cambiamo i fiori.

Se non fossi un palazzo, mi crederebbero





Cavaliere di un ordine misterioso, (una volta decisa la ventura) spezzò la sua lancia da torneo per ricavarne una bacchetta magica da gettare nel lago, disarmato e disarmante si era messo a ruotare su se stesso, era più che brandire una mascella d'asino.

Fin da ragazzo un monaco gli aveva insegnato che non esiste l'ingiustizia o i nemici, come tutto è una vasta pineta.

Dormi, cambiamo i fiori.

Oh tu allora eri un prato di camomilla, quando dormiva d'estate, l'ultima di lei, a meno che non sia anche senza di me di camomilla un prato, sonno che dolce di un estate giunonica ventilata da un aria di emicrania e superata sempre che la testa era l'ultima ma anche l'ultima a cadere.

Dormi, se avesse avuto più pazienza.

Dormi, la testa è mia non la mia, è qui nel reliquiario, nel sangue delle gocce dei petali più rossi dei gerani più riusciti, nella cantina dove nulla va male, nell'illusione e poi nella mia testa.

Dormi, quell'idiota ha creduto di andarsene, se ne è andato e gli piacciono i fiori ma non ha testa, ma lui la pensa sempre che non vivono insieme, si è fermato in un prato di camomille e papaveri e basta il pensiero.

Dormi.

Non li raggiungeremo mai più quei due a cavallo, si fermeranno al tronco di lei che aspetta o aspetta semplicemente dei fiori (un mazzetto primavera nel collo).

Il nostro amore sarà color del fumo, preciso artigianale, al riparo dalle inesattezze dell'arte.

Firenze non fu mai una repubblica marinara

tutto qui.





Cinque secoli fa ad Otranto ti sarebbe piaciuto morire

oggi vorresti vivere .

Questo lusso di sangue non ti si addice

e il male non sta nel povero ragazzo che sei, tanto peggio per te se lo sai.

Ma tu non sai pregare, non sai desiderare ne toccare

vedi tutto e non puoi mutare niente

ti ci vorrebbe intorno una barbarie, fortune che non capitano più



Otranto. religiosissimo bordello, casa di cultura tollerante, confluenze islamiche ebraiche turche arabe cattoliche. Ne è testimone la stupenda cattedrale. Il suo favoloso mosaico figurante 'l'albero della vita' dell'anno 1100. un etnia sposata ad una vita immaginaria



Non esiste la Puglia. Ci sono le Puglie. Mettere insieme Otranto e Bari sarebbe come dire che Milano e Roma sono la stessa cosa. La terra d'Otranto è fuori di se. Nel sud del sud dei santi. Se ne è andata chissà dove. E' un rosso stupendo. Lo usano molti pittori per la tempera. E' una terra nomade. Gira su se stessa, a vuoto . Quando si dice Puglia non si deve mai confonderla con quella fascia del Salento, giù, giù fino a Capo Leuca, detta ancora Magna Grecia. Dove fino a poco fa i portuali greci si lasciavano intendere nei dialetti indigeni di Calimera o Gallipoli...
e poi una mescolanza di sì disparate correnti, come il trascolorare dello Ionio, non si è mai verificata in nessun altra zona d'Italia.
Qui comincia la Magna Grecia. scendendo da qui fino a Capo Leuca. A sud del sud. La Magna Grecia è il depensamento del pensiero del Sud. E' il sud in perdita. Il suo guadagno. Anche se umiliato, oltraggiato, vilipeso dalla sciagurata inflazione consumistica, è ancora qui. A questo Sud azzoppato non resta che volare. L'anno medesimo (1600) in cui brucia il pensiero a Campo de' Fiori (Giordano Bruno), poco distante da Copertino nasce la Grazia.

Qui nasce l'ignoranza. è un altro frutto della manìa greca. Nasce il santo che non ha il senso della gravità. Levita. Vola. Si faceva chiamare 'Frate Asino'. Se ne andò in giro per il mondo con la bocca aperta. Illetterato et idiota. è l'apoteosi del depensamento.



il nazismo ha inventato le vacanze di massa. la sinistra c'ha messo il folklore. buone vacanze

martedì 2 agosto 2011

Moscato

da voi invece tutto sembra piano

liscio, euclidèo

tutto è senza rischio, o almeno così appare

tutto è senza orrore curve inibizioni

nu muro eterno a voi vi libera dai raggi

li rimanda, li riflette, scherma

la luce non vi acceca no

non è per voi tortura

una fissa ed atroce compagnia

pittuosto vi accarezza, vi lusinga

talvolta vi cola dalle ciglia come pianto

o 'a scazzimma rugiadosa de' 'ccriature

'a matina appena svegli, dall'angolo d'a còrnea

a C.V.

...e invero, piccoli cresciuti o grandi, giovani anziani o vecchi, al buio si è tutti uguali.
buona notte biondino.

[elsa morante - l'isola di arturo]

giovedì 21 luglio 2011

Ammore mio 'nnucente

Napule mio se sceta
dint' a na festa 'mpruvvisata 'e sole
comme a na sposa fresca 'e gioventù

Comme vulesse addeventà pueta
ma dint' o core moreno 'e pparole
resto 'ncantato comme rieste tu

Ammore mio 'nnucente
statte abbracciato a me senza parlà
Mo nun me 'mporta 'e niente
Nun è nu suonno sta felicità
Si bella comm'a Napule
e comm' a Napule nun può tradì

Napule mio s'addorme
dint'a na seta 'argiento 'e luna chiara
comme na mamma stanca d'aspettà

Comm'e vulesse chiesti stelle a chiorme
pe' farte na cullana scicca e rara
ma sulo cu 'o pensiero 'e può afferrà


mercoledì 20 luglio 2011


comm' vuless' addivintà poeta

martedì 12 luglio 2011

A quest'aria irrespirabile
Quanno vien'a 'appuntamento
guarde 'o mare, guard' 'e ffronne.
S'i' te parlo nun rispunne,
staje distratta comm'a che.

Io te tengo dint' 'o core,
sóngo sempe 'nnammurato
ma tu, invece, pienze a n'ato
e te staje scurdanno 'e me.

Quanno se dice si, tiènelo a mente,
nun s' ha da fá murí nu core amante.
Tu mme diciste si 'na sera 'e maggio
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá.

St'uocchie tuoje nun só sincere
comm'a quanno mme 'ncuntraste,
comm'a quanno mme diciste:
"Te voglio bene, sulo a te".

E tremmanno mme giuraste,
cu na mano 'ncopp' 'o core:
"Nun se scorda 'o primmo ammore".
Mo te staje scurdanno 'e me.

Quanno se dice si, tiènelo a mente.
nun s' ha da fá murí nu core amante.
Tu mme diciste si na sera 'e maggio
e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá.

sabato 9 luglio 2011

Ossessione

venerdì 8 luglio 2011

come diavolo fanno a riprendere fiato

A piccoli sorsi interrotti

Mostro, Caligola. Mostro per aver troppo amato. È ridicolo pensare che l’amore possa rispondere all’amore. La gente ci muore intorno, tutto qui. Questo mondo così com’è non è sopportabile. Gli uomini muoiono e non sono felici. Su questa terra lei solo mi amava. Ma ho tanto da fare. Bisogna che la porti via, lontano da qui, nella campagna che amava.
Si! Arricchirò le tue nozioni insegnandoti che non esiste che una sola libertà, quella del condannato a morte. Perché tutto gli è indifferente al di fuori del colpo che farà scorrere il suo sangue.
Ecco perché non siete liberi. Ecco perché in tutto l’impero romano l’unico uomo libero è Caligola, circondato da una nazione di schiavi. Per questo popolo orgoglioso delle sue libertà irrisorie è infine giunto un imperatore in grado di donare anche a lui una libertà profonda.

domenica 3 luglio 2011

Sul classico

Nu pianefforte 'e notte
sona luntanamente,
e 'a museca se sente
pe ll'aria suspirà.

È ll'una: dorme 'o vico
ncopp' a nonna nonna
'e nu mutivo antico
'e tanto tiempo fa.

Dio, quanta stelle 'n cielo!
Che luna! e c'aria doce!
Quanto na della voce
vurria sentì cantà!
Ma sulitario e lento
more 'o mutivo antico;
se fa cchiù cupo 'o vico
dint'a ll'oscurità..

Ll'anema mia surtanto
rummane a sta fenesta.
Aspetta ancora. E resta,
ncantannese, a pensà.

venerdì 1 luglio 2011


Agg itt accussì e accussì ha da essere

giovedì 30 giugno 2011

Compagni, camerati,
- mi spetterebbe - ha detto Majakovskij -
un monumento da vivo! -
Son'io quel desso che non vi spiegate
ancora ieri poi stanotte o mai
sono quel tu generico, la statua
d'un centravanti dell'azzurro in corsa
con la testa tra i piedi senza palla
Cento all'ora del campo,
sono l'affanno che si disamora
trovando tondo tondo nella rete
nient'affatto avversaria
un mondo già segnato da nessuno
altro che me quando non ero nato.
Ed ecco fatto quello che non faccio
ed ecco detto quello che dicevo
ecco premiato quello che volevo
esatto a dirmi che non sono esatto
Eccomi morto quando più vivevo -
Tattica - mi rispondono le stelle -
tu non sai stare al gioco della corsa -
- Oh, risultare! - Torna, ma stanotte,
se vuoi tornare, dopo la partita,
ché bianca verde rossa oltre Montale
è finita lo sai perché finita
dentro un solo comune meriggiare
è l'eccezione che credevi tale:
occasione di folla sminuita
il tuo tardo arrivare
rimette in palio il palio d'una vita
vinta quell'altra notte in fondo al mare
E la speranza è tanta
che non mi basta più
ma tale che m'avanza musicale
la vita.

da L'orecchino mancante - Carmelo Bene 1970 - Lettera al PCI