martedì 29 settembre 2009

Napolirendesoli

A te si arriva solo attraverso te.
Ti aspetto.
Io sì che so dove mi trovo,
la mia città, la via,
il nome
con cui tutti mi chiamano.
Però non so dove sono stato con te.
Là mi hai portato tu.
Come avrei imparato la strada
se non guardavo nient'altro che te,
se la strada era dove tu andavi,
e la fine fu quando ti sei fermata?
Che altro poteva esserci
più di te che ti offrivi, guardandomi?
Però adesso che esilio,
che mancanza,
e lo stare dove si sta.
Aspetto, passano i treni,
i destini, gli sguardi.
Mi porterebbero dove non sono stato mai.
Ma io non cerco nuovi cieli.
Io voglio stare dove sono stato.
Con te, ritornarci.
Che intensa novità,
ritornare un'altra volta,
ripetere mai uguale
quello stupore infinito.
E fino a quando non verrai tu
io resterò sulla sponda
dei voli, dei sogni,
delle stelle, immobile.
Perché so che dove sono stato
non portano né ali, né ruote, né vele.
Esse vagano smarrite.
Perché so che dove sono stato con te
si va solo con te, attraverso te.

(Pedro Salinas da La voce a te dovuta - Einaudi 1979)
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Ciglia

le ciglia che un'anima, / dentro, nascondono viva; la pelle tenera; / e le pieghe dell'abito nel grembo, / tutte cose che vedevo da bambino. // E adesso mi alitano nella carne pallida / non solo l'amore ma le memorie; / e tutta la vita, la morte, / sento nel tuo corpo nato per caso
P_P_P

il tutto sta nel saper guardare dentro

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Genova, 25.09

venerdì 11 settembre 2009

Paura che passa

io sono un uomo antico, che ha letto i classici, che ha raccolto l'uva nella vigna, che ha contemplato il sorgere e il calare del sole sui campi, tra i vecchi, fedeli, nitriti, tra i santi belati; che è poi vissuto in piccole città dalla stupenda forma impressa dalle età artigianali, in cui anche un casolare o un muricciolo sono opere d'arte, e bastano un fiumicello o una collina per dividere due stili e creare due mondi. (P.P.P.)
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lunedì 31 agosto 2009

..

io, schiele, tom waits e tu. un casino

Hanno bocciato Tòtò e Simone

Hanno bocciato Totò e Simone attori nel film ‘Gomorra’ e nei teatri più famosi d’Italia. Il presidente Napolitano che era andato a vederli alla prima e poi li aveva salutati uno per uno gli aveva fatto i suoi complimenti. Il presidente si era pure lasciato dipingere la faccia di nero da un pulcinella nervoso inserito nello spettacolo. Al Festival di Cannes, il più importante festival del cinema internazionale, hanno ottenuto uno dei tre premi maggiori: il Premio speciale della giuria. Eppure alla scuola media Carlo Levi di Scampia li hanno bocciati.

Per Cannes parto insieme a loro e tutta la troupe, tranne Matteo Garrone che è venuto da Roma con un furgone. L’aereo si riempie delle voci e delle grida di Totò e Simone, Marco e Ciro, e tutti gli altri ragazzi del film. E poi di tutti colora che hanno lavorato nel film: parrucchieri, montatori, costumisti. Ma c’è un po’ di ansia per il volo e di emozione per i giorni che ci attendono. Dopo l’atterraggio le nostre strade si dividono. Mi aspettano all’uscita dell’aereo gli uomini della scorta francese, due auto blindate e tre motociclisti: una cosa mai vista prima. Sono i corpi speciali, ansiosi di rimarcare subito che loro non accompagnano divi del cinema, stelle e stelline. “Questo lo fanno i poliziotti privati, noi no”, mi dice il caposcorta tradotto da un altro poliziotto in uno strano napoletano, un napoletano con l’accento francese. “L’ho imparato ascoltando Pino Daniele”, spiega e aggiunge che l’ha perfezionato facendo da interprete a Vincenzo Mazzarella, camorrista di San Giovanni a Teduccio, arrestato proprio a Cannes qualche tempo fa. Colgono l’occasione per ricordarmi che la città è amatissima dai mafiosi di mezzo mondo. Infatti non sembrano proprio tranquilli.

Pure Luigi Facchineri, un boss della ‘ndrangheta, era stato qui dal 1987 sino al suo arresto nel 2002. Le mafie investono negli hotel, nei lidi, nei ristoranti, e rimpinzano di coca i nasi di villeggianti, turisti e gente del Festival di cui il Lido ora è gremito.

Fuori dagli alberghi si stipano sui marciapiedi centinaia di persone. Macchine fotografiche digitali, videocamere così piccole che stanno nel palmo di una mano. Alle persone importa solo degli americani. Passa Denvue, Kusturica, qualche piccolo scatto, niente di più. Quando arrivano le auto del Festival fuori l’hotel tutti spicciano il naso contro i vetri per capire chi si nasconde, e se non vedono Jhonny Depp Tom Cruise o Angelina Jolie restano delusi e mandano a quel paese.

Quando trovano altri attori magari asiatici o europei dicono: non c’è nessuno.

Toni Servillo ci scherza e quando elegantissimo sfila davanti all’hotel e lo inquadrano lui stesso dice: nun simme nisciun, che fotografate a fa, mo arriva indiana jones.

Gli attori europei sono fatti di carne. Li puoi avvicinare, senti le loro sensazioni.

Quelli americani non si pensa nemmeno a quanto guadagnino. Possono di tutto.

Alla proiezione per i giornalisti parte il primo grande applauso e la conferenza stampa è affollatissima. Io dedico il successo a Domenico Noviello, l’imprenditore ucciso proprio mentre stavamo per partire, perché sette anni fa si era rifiutato di pagare un’estorsione ai clan dei Casalesi. Per quanto la cosa sia accolta bene, devo scacciare la sensazione che in tutto questo vi sia qualcosa di sbagliato e di assurdo. Fuori le moto della scorta dei corpi speciali francesi, gli agenti sempre in tensione e al contempo sempre pronti a ragguagliarmi su tutti i peggio personaggi delle peggiori organizzazioni criminali al mondo che investono e circolano per la Costa Azzurra. E io qui, di fronte alla crème della critica cinematografica internazionale, accanto a tutti quelli che hanno dato vita a questo film, inclusi i ragazzi di Montesanto e di Scampia. Quello che parla più di tutti è Ciro ribattezzato Pisellino da uno zio perché somiglia al bambino arrivato a Braccio di Ferro e Olivia con un pacco postale. Ha una maschera secolare, il suo viso pallido dal naso lungo riassume magrezze seicentesche, un Pulcinella o un santo dipinto da un pittore spagnolesco. Ciro è fruttivendolo alla Pignasecca, un mercato del centro storico. Un mestiere tosto, ti tocca svegliarti all’alba, ma lui è allegro, guadagna bene rispetto ai suoi coetanei e si tiene lontano da casini. I giornalisti gli fanno delle domande a trabocchetto. “Se non avessi fatto il fruttivendolo?”. E lui secco: “Avrei fatto il barista”. “D’accordo, e se non avessi fatto nemmeno il barista?”. Allora lui capisce dove vogliono arrivare. “No, no, vi sbagliate: io il camorrista mai! A parte i soldi, fai una vita orrenda. E poi mia madre sta ancora piangendo per avermi visto morto ammazzato nel film, figuratevi se succedeva veramente”.

Applausi

Ciro e Marco - che sono anche più grandi – vengono dai quartieri popolari del centro storico, non da Scampia come Totò e Simone. Per loro la vita è un po’ più facile: le vicende di famiglia che hanno alle spalle se non possono dirsi idilliache, sono almeno un po’ meno pesanti. Invece per quei ragazzini di Scampia di 12 o 13 anni lo spettacolo tratto da Aristofane e da Alfred Jarry, e poi il film e il Festival di Cannes non dovevano essere soltanto vacanze di Natale da una vita che già alla loro età sembra segnata. No, era l’opportunità di provare a mettere i piedi in una vita fatta diversamente o almeno riuscire a immaginarsela possibile. Diceva Danilo Dolci: “Cresci soltanto se sei sognato”. E mi viene in mente proprio la sua più bella poesia: ‘Ciascuno cresce solo se sognato‘:

.

C’è chi insegna

guidando gli altri come cavalli

passo per passo:

forse c’è chi si sente soddisfatto

così guidato.

C’è chi insegna lodando

quanto trova di buono e divertendo:

c’è pure chi si sente soddisfatto

essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere

l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni

sviluppo ma cercando

d’essere franco all’altro come a sé,

sognando gli altri come ora non sono:

ciascuno cresce solo se sognato.

.

Non li hanno sognati questi ragazzini. Eppure avevano fatto molto per mostrare, forse fuori dall’aula scolastica, il loro talento, gli elementi per sognarli in maniera diversa da come la vita ti determina in queste zone. Eppure li hanno bocciati. Non stiamo parlando di studenti modello. Non stiamo neanche parlando di scolaretti fermi nelle loro sedie che si impegnano e però non ce la fanno. Stiamo parlando di ragazzini spesso esagitati, che ti rispondono con un ghigno, che appena possono non si presentano in classe, che aizzano i compagni alle peggio cose. Ma questo è solo un aspetto. I professori che hanno bocciato Totò, Simone e gli altri perché non sono stati rispettosi delle regole e non hanno raggiunto gli obiettivi didattici, credono di aver agito per il bene della scuola e si sentono in pace con se stessi. Invece hanno fallito clamorosamente nel confrontarsi con quegli alunni e pure con l’offerta di un’educazione alternativa che hanno incontrato fuori dalla scuola. Forse perché non riescono ad accettare che questa possa essere venuta da qualcun’altro, forse perché ritengono intollerabile che fosse presentata pure sotto forma di qualcosa che è anche divertente e gratificante, di certo più divertente e gratificante che andare a scuola. Non si è mai visto che dei ragazzini difficili di un degradato comune di periferia, possano per due giorni stare accanto alle star, essere autorizzati a sentirsi un tantino come loro. Meglio bocciarli che rischiare che si montino la testa! Per cui ha ragione Ciro quando a cena sostiene esaltatissimo che ora Monica Bellucci non potrà rifiutarsi di avvicinarsi a lui. È un attore e non un fan qualsiasi. Ora sono colleghi. E poi da Montesanto alla Pignasecca tutti gli hanno sempre detto che somiglia a Vincent Cassel. Il giorno dopo incrocia proprio Monica Bellucci. “Sai”, le fa, “mi dicono che sono tale e quale a tuo marito”. E Monica gli dà un bacio. Premiando la sua bravura come attore e forse pure la somiglianza col suo uomo.

Mi fa uno strano effetto essere a Cannes con tutti loro, deluso da quella che mi sembra una Riccione solo più cara, marcia e pretenziosa, contento di stare insieme con tanti ragazzi di Napoli, cosa che non mi capitava più da molto. Ma non ci sono più abituato e quando me ne accorgo, faccio fatica a continuare a scherzare, mi irrigidisco.

La mattina mi siedo a fare colazione nella hall dello storico, sontuosissimo Hotel Majestic, ma dietro i poliziotti francesi mi costringono a consumare tutto in fretta. Prendo una spremuta che costa 20 euro, incredibile. Una ragazza mi chiede se si può sedere, gli agenti la perquisiscono e io mi sento in imbarazzo, ma non parlando una parola di francese, non so come dirgli di lasciar perdere. Lei inizia a discutere del mio libro, a farmi varie domande e infine dice: “Se oggi non hai molto da fare passerei del tempo con te, basta che mi paghi il ritorno in taxi a Nizza, 800 euro”. Al che capisco. “Hanno spostato Nizza in Corsica”, rispondo, “visto che costa tanto?”. Più tardi chiedo delucidazioni a un barista che ho scoperto essere mio paesano e la sua risposta è chiarissima: “Quelle che girano qui nella hall sono tutte mignotte”. Ce ne sono di arrivate da tutto il mondo e viene malinconia a vederle avvicinarsi ai proprietari degli yacht che galleggiano sui moli. Sembrano figlie con i padri pigri e chiatti, inoltre sistematicamente piuttosto alticci. Questo è solo l’esempio più evidente di come a Cannes non riesca a trovare proprio nulla di elegante e chic, solo la stessa cafonaggine di altrove concentrata e elevata all’ennesima potenza.

E poi è tutto vagamente schizofrenico. Marco comincia a ripetere che gli manca Napoli che non sono passati neanche due giorni, però la nostalgia non conosce limiti né orologi, e per la cena dopo la proiezione ufficiale ci portano in una pizzeria di nome Vesuvio. Matteo Garrone è stanco e riesce solo a dirmi, “abbiamo fatto tanto per evitare il folklore ed eccoci qua, in tutta Cannes, dove dovevamo capitare?”. Quel che continuamente rimbalza nella mia testa per tutta la serata è “che ci faccio qui ?”. I ragazzi del film sono fantastici, ma mi trattano come se fossi il loro datore di lavoro. Io col film c’entro pochissimo, eppure Marco non si convince e taglia corto “chi mi dà il pane mi diventa padre. Avverto insieme un senso straziante di solitudine e la felicità di assistere a quella che manifestano gli altri, soprattutto i ragazzi cui non gliene frega nulla di essere alla pizzeria Vesuvio. Perché loro dagli applausi della mattina e soprattutto da quelli ricevuti poco prima, hanno ricevuto la conferma di aver fatto una cosa grande e oltre a esserne felici, ne sono giustamente fieri.

Sul viaggio di ritorno che faccio sempre insieme ai ragazzi, il casino è anche maggiore che all’andata. Quando Simone si mette a fumare, scoppia il panico in tutto l’aereo, fumo, fuoco, oddio qualcosa brucia. “Mannamela a casa”, ossia mandami a casa la multa, risponde con noncuranza alle hostess che accorrono a ripetergli che è assolutamente vietato e che si prenderà una multa salatissima. Nessuno ci riprova più ad accendersi una sigaretta, però ci sono tanti altri modi per non stare belli e tranquilli per un’ora e mezza di volo. Alla fine però uno steward sa come prenderli: “Ma come, delle star del cinema come voi, si comportano così?”. E per quel tanto che occorre, in barba al corpo docente di Scampia, funziona.

Giorni dopo sono nella stanza del residence dove per il momento mi hanno messo. Fa caldo, sto a torso nudo, pantaloncini del Napoli, e non posso uscire. Ho davanti a me una bottiglia di Peroni. Mi arriva la telefonata di Tiziana Triana della Fandango, piange, è emozionatissima, si sente un gran vociare in sottofondo, si sente male, riattacca quasi subito. A Cannes pare che abbiano vinto, non ho manco capito bene quale premio, più tardi vado a controllare su Internet. Ne è valsa la pena? mi domando. E poi mi dico: forse se anche a momenti per quel che mi riguarda non ne sono certo, per qualcun altro invece sì. Poi mi porto alle labbra l’ultimo sorso di birra.

L’unico momento in cui il Festival e Cannes non deludono le aspettative di glamour e grandiosità, è la proiezione del film la sera. Mi tocca mettermi una cravatta, cosa che non ho mai fatto, nemmeno per la laurea, né per la lectio magistralis a Oxford. Non sono capace di fare il nodo. Xavier, il caposcorta, mi assiste con un certo imbarazzo, perché gli uomini non si fanno a vicenda i nodi alla cravatta. Visto che ho deciso di non fare la passerella sul tappeto rosso, perché la cosa non mi va e non mi spetta – sono uno che scrive, non uno che recita o dirige un film – mi fanno entrare da una porta laterale. Mi aspettavo una sala cinematografica, più grande, magari molto più grande, però normale. Invece è la versione ultramoderna di un anfiteatro. Centinaia di persone dinanzi allo schermo più grande al mondo.

Quando finisce il film, partono le note dei ‘Massive Attack’, un brano a cui tengo molto perché è nato dalla mente di uno del gruppo, Robert Dal Naja, che ha origini napoletane, e che dopo aver letto Gomorra mi volle donare questa musica.

Alla fine ci sono gli applausi. Iniziano a sprazzi, a singhiozzo, di qua e di là dell’immensa sala. Poi lentamente, come tessere di un domino allineate in piedi che quando fai cadere una si buttano giù le une con le altre, tutte le file cominciano ad applaudire. E non finisce. Non appena smettono da qualche parte, da un’altra riprendono a battere più forte le mani, contagiando di nuovo tutto il teatro, come un’onda che scende e che sale.

Dopo 15 minuti di applausi cominciano a piangere tutti i ragazzi. L’unico che non piange è Totò. Si vede che si trattiene, ha gli occhi lucidi, però non piange. Gli faccio apposta: “Eh, stai piangendo?”. E lui, sempre nella parte: “Io? Ma quann’ mai! A me non mi fanno proprio niente gli applausi”.

Forse Totò già allora aveva capito tutto. Che non esiste nessun sogno né a Cannes, né a Hollywood, né in un cinema, né in un teatro e in nessun altro luogo nel mondo che possa riguardarlo. Che per lui esiste solo Scampia. E il resto è fiction

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Roberto Saviano.



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pensiero debole 13.08.09

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venerdì 28 agosto 2009

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NAPOLI-BUENOS AIRES FILO DIRETTO

IL CALCIO E’ DI STRADA!

Mane' 'e mane'

Dal fondo di te, e inginocchiato,
un bimbo triste, come me, ci guarda.
Per quella vita che arderà nelle sue vene
dovrebbero legarsi le nostre vite.
Per quelle mani, figlie delle tue mani,
dovrebbero uccidere le mie mani.
Per quegli occhi aperti sulla terra
vedrò un giorno lacrime nei tuoi.

Io non lo voglio, Amata.
Perché nulla ci leghi
che non ci unisca nulla.
Né la parola che profumò la tua bocca,
né ciò che non dissero le parole.
Né la festa d'amore che non avemmo,
né i tuoi singhiozzi presso la finestra.

Amo l'amore dei marinai
che baciano e se ne vanno.
Lasciano una promessa.
Non tornano mai più.
In ogni porto una donna attende,
i marinai baciano e se ne vanno.
Una notte si coricano con la morte
nel letto del mare.

Amo l'amore che si distribuisce
in baci, letto e pane.
Amore che può essere eterno
e può essere fugace.
Amore che vuol liberarsi
per tornare ad amare.
Amore divinizzato che s'avvicina
Amore divinizzato che se ne va.

Più non s'incanteranno i miei occhi nei tuoi occhi,
più non s'addolcirà vicino a te il mio dolore.
Ma dove andrò porterò il tuo sguardo
e dove camminerai porterai il mio dolore.
Fui tuo, fosti mia. Che più? Insieme facemmo
un angolo nella strada dove l'amore passò.
Fui tuo, fosti mia. Tu sarai di colui che t'amerà,
di colui che raccoglierà nel tuo orto ciò che ho seminato io.
Me ne vado. Sono triste; ma sempre sono triste.
Vengo dalle tue braccia. Non so dove vado.
...Dal tuo cuore un bimbo mi dice addio.
E io gli dico addio (Pablo Neruda)
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giovedì 27 agosto 2009

Giocarsi tutto.

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Lo incontro negli spogliatoi del Camp Nou di Barcellona, uno stadio enorme, il terzo più grande del mondo. Dagli spalti invece Messi è una macchiolina, incontrollabile e velocissima. Da vicino è un ragazzo mingherlino ma sodo, timidissimo, parla quasi sussurrando una cantilena argentina, il viso dolce e pulito senza un filo di barba. Lionel Messi è il più piccolo campione di calcio vivente. La Pulga, la pulce, è il suo soprannome. Ha la statura e il corpo di un bambino. Fu infatti da bambino, intorno ai dieci anni, che Lionel Messi smise di crescere. Le gambe degli altri si allungavano, le mani pure, la voce cambiava. E Leo restava piccolo. Qualcosa non andava e le analisi lo confermarono: l'ormone della crescita era inibito. Messi era affetto da una rara forma di nanismo.



Con l'ormone della crescita, si bloccò tutto. E nascondere il problema era impossibile. Tra gli amici, nel campetto di calcio, tutti si accorgono che Lionel si è fermato: "Ero sempre il più piccolo di tutti, qualunque cosa facessi, ovunque andassi". Dicono proprio così: "Lionel si è fermato". Come se fosse rimasto indietro, da qualche parte. A undici anni, un metro e quaranta scarsi, gli va larga la maglietta del Newell's Old Boys, la sua squadra a Rosario, in Argentina. Balla nei pantaloncini enormi, nelle scarpe, per quanto stretti i lacci, un po' ciabatta. È un giocatore fenomenale: però nel corpo di un bimbetto di otto anni, non di un adolescente. Proprio nell'età in cui, intravedendo un futuro, ci sarebbe da far crescere un talento, la crescita primaria, quella di braccia, busto e gambe si arresta.

Per Messi è la fine della speranza che nutre in se stesso dal suo primissimo debutto su un campo da calcio, a cinque anni. Sente che con la crescita è finita anche ogni possibilità di diventare ciò che sogna. I medici però si accorgono che il suo deficit può essere transitorio, se contrastato in tempo. L'unico modo per cercare di intervenire è una terapia a base dell'ormone "gh": anni e anni di continuo bombardamento che gli permettano di recuperare i centimetri necessari per fronteggiare i colossi del calcio moderno.



si tratta di una cura molto costosa che la famiglia non può permettersi: siringhe da cinquecento euro l'una, da fare tutti i giorni. Giocare a pallone per poter crescere, crescere per poter giocare: questa diviene d'ora in avanti l'unica strada. Lionel, un modo di guarire che non riguardi la passione della sua vita, il calcio, non riesce nemmeno a immaginarlo.



Ma quelle dannate cure potrà permettersele solo se un club di un certo livello lo prende sotto le sue ali e gliele paga. E l'Argentina sta sprofondando nella devastante crisi economica, da cui fuggono prima gli investimenti, poi pure le persone, i cui risparmi si volatilizzano col crollo dei titoli di stato. Nipoti e pronipoti di immigrati cresciuti nel benessere cercano la salvezza emigrando nei paesi di origine dei loro avi. In quella situazione, nessuna società argentina, pur intuendo il talento del piccolo Messi, se la sente di accollarsi i costi di una simile scommessa.



Anche se dovesse crescere qualche centimetro in più - questo è il ragionamento - nel calcio moderno ormai senza un fisico possente non si è più nulla. La pulce resterà schiacciata da una difesa massiccia, la pulce non potrà segnare gol di testa, la pulce non reggerà agli sforzi anaerobici richiesti ai centravanti di oggi. Ma Lionel Messi continua a giocare lo stesso nella sua squadra. Sa di doverlo fare come se avesse dieci piedi, correre più veloce di un puledro, essere imbattibile palla a terra, se vuole sperare di diventare un calciatore vero, un professionista.



Durante una partita, lo intravede un osservatore. Nella vita dei calciatori gli osservatori sono tutto. Ogni partita che guardano, ogni punizione che considerano eseguita in modo perfetto, ogni ragazzino che decidono di seguire, ogni padre con cui vanno a parlare, significa tracciare un destino. Disegnarlo nelle linee generali, aprirgli una porta: ma nel caso di Messi, ciò che gli viene offerto, rappresenta molto di più. Non gli viene data solo l'opportunità di diventare un calciatore, ma la possibilità di guarire, di avere davanti una vita normale. Prima di vederlo, gli osservatori che sentono parlare di lui sono comunque molto scettici. "Se è troppo piccolo, non ha speranza, anche se è forte", pensano. E invece: "Ci vollero cinque minuti per capire che era un predestinato. In un attimo fu evidente quanto quel ragazzo fosse speciale". Questo lo afferma Carles Rexach, direttore sportivo del Barcellona, dopo aver visto Leo in campo. È così evidente che Messi ha nei piedi un talento unico, qualcosa che va oltre il calcio stesso: a guardarlo giocare è come se si sentisse una musica, come se in un mosaico scollato ogni tassello tornasse apposto.



Rexach vuole fermarlo subito: "Chiunque fosse passato di lì, l'avrebbe comprato a peso d'oro". E così fanno un primo contratto su un fazzoletto di carta, un tovagliolo da bar aperto. Firmano lui e il padre della pulce. Quel fazzoletto è ciò che cambierà la vita a Lionel. Il Barcellona ci crede in quell'eterno bimbo. Decide di investire nella cura del maledetto ormone che si è inceppato. Ma per curarsi, Lionel deve trasferirsi in Spagna con tutta la famiglia, che insieme a lui lascia Rosario senza documenti, senza lavoro, fidandosi di un contratto stilato su un tovagliolo, sperando che dentro a quel corpo infantile possa esserci davvero il futuro di tutti. Dal 2000, per tre anni, la società garantisce a Messi l'assistenza medica necessaria. Crede che un ragazzino disposto a giocare a calcio per salvarsi da una vita d'inferno abbia dentro il carburante raro che ti fa arrivare ovunque.



Le cure però spezzano in due. Hai sempre nausea, vomiti anche l'anima. I peli in faccia che non ti crescono. Poi i muscoli te li senti scoppiare dentro, le ossa crepare. Tutto ti si allunga, si dilata in pochi mesi, un tempo che avrebbe dovuto invece essere di anni. "Non potevo permettermi di sentire dolore", dice Messi, "non potevo permettermi di mostrarlo davanti al mio nuovo club. Perché a loro dovevo tutto". La differenza tra chi il proprio talento lo spende per realizzarsi e chi su di esso si gioca tutto è abissale. L'arte diventa la tua vita non nel senso che totalizza ogni cosa, ma che solo la tua arte può continuare a farti campare, a garantirti il futuro. Non esiste un piano b, qualsiasi alternativa su cui poter ripiegare.



Dopo tre anni finalmente il Barcellona convoca Lionel Messi e la famiglia sa che se non sarà in grado di giocare come ci si aspetta, le difficoltà a tirare avanti saranno insormontabili. In Argentina hanno perso tutto e in Spagna non hanno ancora niente. E Leo, a quel punto, ricadrebbe sulle loro spalle. Ma quando La Pulce gioca, sfuma ogni ansia. Allenandosi duramente con il sostegno della squadra, Messi riesce a crescere non solo in bravura, ma anche in altezza, anno dopo anno, centimetro dopo centimetro spremuto dai muscoli, levigato nelle ossa. Ogni centimetro acquisito una sofferenza. Nessuno sa davvero quanto misuri adesso. Qualcuno lo dà appena sopra il metro e cinquanta, qualcuno al di sotto, qualche sito parla di un Messi che continuando a crescere è arrivato al metro e sessanta. Le stime ufficiali mutano, concedendogli via via qualche centimetro in più, come se fosse un merito, un premio conquistato in campo.



Fatto è che quando le due squadre sono in riga prima del fischio iniziale, l'occhio inquadra tutte le teste dei giocatori più o meno alla stessa altezza, mentre per trovare quella di Messi deve scendere almeno al livello delle spalle dei compagni. Per uno sport dove conta sempre più la potenza e, per un attaccante, i quasi due metri di Ibrahimovic e il metro e ottantacinque di Beckham sono diventati la norma, Lionel continua a somigliare pericolosamente a una pulce. Come dice Manuel Estiarte, il più forte pallanuotista di tutti i tempi: "È vero, bisogna calcolare che le probabilità che Messi esca sconfitto da un impatto corpo a corpo sono elevate, come elevato è il rischio che venga totalmente travolto dai difensori. Ma solo a una condizione... prima devono riuscire a raggiungerlo".



E infatti nessuno riesce a stargli dietro. Il baricentro è basso, i difensori lo contrastano, ma lui non cade, né si sposta. Continua a tenere la corsa, rimbalza palla al piede, non si ferma, dribbla, scavalca, sguscia, fugge, finta. È imprendibile. A Barcellona malignano che le star della difesa del Real Madrid, Roberto Carlos e Fabio Cannavaro, non sono mai riusciti a vedere in faccia Lionel Messi perché non riescono a rincorrerlo. Leo è velocissimo, sfreccia via con i suoi piedi piccoli che sembrano mani per come riesce a tener palla, a controllarne ogni movimento. Per le sue finte, gli avversari inciampano nell'ingombro inutile dei loro piedi numero quarantacinque.



In una pubblicità dove era stato invitato a disegnare con un pennarello la sua storia, è divertente e malinconico vedere Messi ritrarre se stesso come un bimbetto minuscolo tra lunghissime foreste di gambe, perso lì tra palloni troppo grandi che volano lontano. Ma quando toccano terra, lui veloce li aggancia e piccolo com'è riesce a passare tra le gambe di tutti e andare in porta. Quando ci sono le rimesse laterali e gli avversari riprendono fiato, è proprio in quel momento che lui schizza e li sorpassa, così quando si immaginavano, i marcatori, di averlo dietro la schiena, se lo ritrovano invece già cinque metri avanti. Il grande giocatore non è quello che si fa fare fallo, ma quello cui non arrivi a tendere nessuno sgambetto.



Vedere Messi significa osservare qualcosa che va oltre il calcio e coincide con la bellezza stessa. Qualcosa di simile a uno slancio, quasi un brivido di consapevolezza, un'epifania che permette a chi è lì, a vederlo sgambettare e giocare con la palla, di non riuscire più a percepire alcuna separazione tra sé e lo spettacolo cui sta assistendo, di confondersi pienamente con ciò che vede, tanto da sentirsi tutt'uno con quel movimento diseguale ma armonico. In questo le giocate di Messi sono paragonabili alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa. Senza più separazione, distanza. È lì, e non si può vivere senza. E non si è mai vissuti senza, solo che quando si scoprono per la prima volta, quando per la prima volta le si osserva tanto da restarne ipnotizzati, la commozione è inevitabile e non si arriva ad altro che a intuire se stessi. A guardarsi nel proprio fondo.



Ascoltare i cronisti sportivi che commentano le sue cavalcate basterebbe per definire la sua epica di giocoliere. Durante un incontro Barcellona-Real Madrid, il cronista vedendolo assediato da tentativi di fallo smette di descrivere la scena e inizia solo un soddisfatto: "Non va giù, non va giù, non va giuuuuuù". Durante un'altra sfida fra le storiche arcirivali, l'ola estatica "Messi, Messi, Messi, Messi" riceve una "a" supplementare che gli rimarrà addosso: Messia. È questo l'altro soprannome che La Pulce si è guadagnata con la grazia beffarda delle sue avanzate, con lo stupore quasi mistico che suscita il suo gioco. "L'uomo si fece Dio e inviò il suo profeta", così dicono le scritte di un servizio televisivo dedicato a El Mesias, e a colui che come incarnazione divina del calcio lo precedette: Diego Armando Maradona.



Sembra impossibile ma Messi quando gioca ha in testa le giocate di Maradona, così come uno scacchista in un determinato momento della partita, spesso si ispira alla strategia di un maestro che si è trovato in una situazione analoga. Il capolavoro che Diego Armando aveva realizzato il 22 giugno 1986 in Messico, il gol votato il migliore del secolo, Lionel riesce a ripeterlo pressoché identico e quasi esattamente vent'anni dopo, il 18 aprile 2007, a Barcellona. Pure Leo parte da una sessantina di metri dalla porta, anche lui scarta in un'unica corsa due centrocampisti, poi accelera verso l'aria di rigore, dove uno degli avversari che aveva superato cerca di buttarlo giù, ma non ci riesce. Si accalcano intorno a Messi tre difensori, e invece di mirare alla porta, lui sguscia via sulla destra, scarta il portiere e un altro giocatore... E va in gol. Dopo aver segnato, c'è una scena incredibile coi giocatori del Barcellona pietrificati, con le mani sulla testa, si guardano intorno come a non credere che fosse possibile ancora assistere a un gol del genere. Tutti pensavano che un uomo solo fosse capace di tanto. Ma non è stato così.



La stampa si inventa subito il nomignolo "Messidona", ma c'è qualcosa nella somiglianza dei due campioni argentini che oltrepassa simili trovate e mette i brividi. In uno sport che la fase epica sembra essersela lasciata alle spalle, le prodezze di Messi somigliano al reiterarsi di un mito, e non di un mito qualsiasi, ma di quello che più fortemente è in contrasto con il nostro tempo: Davide contro Golia. Fisici minuscoli, quartieri poveri, incapacità nel vedersi diversi da come quando giocavano nei campetti, faccia sempre uguale, rabbia sempre uguale, come un'accidia che ti porti dentro. Teoricamente avevano tutto quanto bastava per sbagliare, tutto quanto bastava per perdere, tutto quanto bastava per non piacere a nessuno e per non giocare. Ma le cose sono andate diversamente.



Messi, quando Maradona segnava quel gol in Messico, non era neanche nato. Nascerà nel 1987. E la ragione per cui io l'ho seguito a Barcellona, al punto di volerlo incontrare, ha la sua origine proprio in questo: l'essere cresciuto a Napoli nel mito di Diego Armando Maradona. Non dimenticherò mai la partita dei mondiali del 1990, un destino terribile portò l'Italia di Azeglio Vicini e Totò Schillaci a giocare la semifinale contro l'Argentina di Maradona proprio al San Paolo. Quando Schillaci segna il primo gol, lo stadio gioisce. Ma si sente che nelle curve qualcosa non va. Dopo il gol di Caniggia il tifo non napoletano - non autoctono - inizia a prendersela con Maradona, e lì accade qualcosa che non succederà mai più nella storia del calcio e mai era successo sino ad allora: la tifoseria si schiera contro la propria nazionale di calcio. I tifosi della curva napoletana iniziano a urlare: "Diego! Diego!". D'altronde erano abituati a farlo, come biasimarli e come identificarsi in altri? Anche se dovrebbe essere cara la propria squadra nazionale, in quel momento è Maradona che rappresenta la tifoseria del San Paolo più di una nazionale di giocatori provenienti da altre città d'Italia, da Roma, Milano, Torino.



Maradona era riuscito a sovvertire la grammatica delle tifoserie. E a Roma gliela fecero pagare durante la finale Argentina-Germania, dove il pubblico per vendicarsi dell'eliminazione dell'Italia in semifinale e delle defezioni create all'interno della tifoseria, inizia a fischiare l'inno nazionale. Maradona aspetta che la telecamera, nella carrellata sui giocatori, arrivi sulle sue labbra, per lanciare un "hijos de puta" ai tifosi che non rispettano neanche il momento dell'inno. Una finale terribile, dove a Napoli si tifava tutti, ovviamente, per l'Argentina. Ma poi il momento del rigore assolutamente dubbio distrugge ogni speranza. La Germania chiaramente in difficoltà deve però vincere e vendicare l'Italia battuta. Un rigore dubbio per un fallo su Rudi Voeller, lo realizza Andreas Brehme. E il commento del cronista argentino fu: "Solo così fratello... solo così potevate vincere contro Diego".



Ricordo benissimo quei giorni. Avevo undici anni, e difficilmente tornerò mai a vedere quel tipo di calcio. Ma qualcosa sembra tornare, di quel tempo. Il gol del Messico contro l'Inghilterra, il gol rifatto dalla Pulce vent'anni dopo, segna uno dei momenti indimenticabili della mia infanzia. Mi chiedo che meraviglia e che vertigine sarebbe veder giocare Messi al San Paolo, lui, di cui lo stesso Maradona disse: "Vedere giocare Messi è meglio che fare sesso". E Diego, di entrambe le cose, se ne intende. "Mi piace Napoli, voglio andarci presto", dice Lionel, "Starci un po' dev'essere bellissimo. Per un argentino è come essere a casa".



Il momento più incredibile del mio incontro con Messi è quando gli dico che quando gioca somiglia a Maradona - "somiglia": perché non so come esprimere una cosa ripetuta mille volte, anche se devo dirgliela lo stesso - e lui mi risponde: "Verdad?", "Davvero?", con un sorriso ancor più timido e contento. Del resto, Lionel Messi ha accettato di incontrarmi non perché sia uno scrittore o per chissà cos'altro, ma perché gli hanno detto che vengo da Napoli. Per lui è come per un musulmano nascere alla Mecca. Napoli per Messi, e per molti tifosi del Barcellona, è un luogo sacro del calcio. È il luogo della consacrazione del talento, la città dove il dio del pallone ha giocato gli anni più belli, dove dal nulla è partito verso la sconfitta delle grandi squadre, verso la conquista del mondo.



Lionel appare il contrario di come ti aspetti un giocatore: non è sicuro di sé, non usa le solite frasi che gli consigliano di dire, si fa rosso e fissa i piedi, o si mette a rosicchiare le unghie dell'indice e del pollice avvicinandole alle labbra quando non sa che dire e sta pensando. Ma la storia della Pulce è ancora più straordinaria. La storia di Lionel Messi è come la leggenda del calabrone. Si dice che il calabrone non potrebbe volare perché il peso del suo corpo è sproporzionato alla portanza delle sue ali. Ma il calabrone non lo sa e vola. Messi con quel suo corpicino, con quei suoi piedi piccoli, quelle gambette, il piccolo busto, tutti i suoi problemi di crescita, non potrebbe giocare nel calcio moderno tutto muscoli, massa e potenza. Solo che Messi non lo sa. Ed è per questo che è il più grande di tutti.



Roberto Saviano

lunedì 3 agosto 2009

un altra Malastràna

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venerdì 17 luglio 2009

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non sparire

sabato 11 luglio 2009

As a night in car

Tutto intorno a me ci sono volti familiari

Luoghi logori

Volti logori

Sveglio e brillante per le corse quotidiane

Senza meta

Senza meta

Le loro lacrime hanno riempito i loro bicchieri

Nessuna espressione

Nessuna espressione

Nascondo la testa voglio affogare il mio dolore

Nessun domani

Nessun domani

E trovo un pò buffo

e trovo un pò triste

che i sogni in cui muoio

sono i più belli che abbia mai fatto

E trovo difficile da dirti

E trovo difficile da sopportare

quando la gente corre in circolo

E' davvero

Un mondo folle

Un mondo folle

Bambini che aspettano il giorno in cui si sentiranno bene

Buon compleanno

Buon compleanno

Ti fanno sentire come ogni bambino dovrebbe

Seduto ad ascoltare

Seduto ad ascoltare

Sono andato a scuola ed ero molto nervoso

Nessuno mi conosceva

Nessuno mi conosceva

Salve, prof, dimmi qual è la mia lezione

Mi guardi attraverso

Mi guardi attraverso

E trovo un pò buffo

e trovo un pò triste

che i sogni in cui muoio

sono i più belli che abbia mai fatto



Mad world - versione Michael Andrews e Gary Jules

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domenica 5 luglio 2009

Finiti gli esami fui preda del luglio

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giovedì 25 giugno 2009

M.J.

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mercoledì 24 giugno 2009

che sai che non verrà

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E' tempo di disprezzo
E' tempo di compassione
E' tempo di disgusto
E' tempo di rimozione
Di cervelli azzerati
E' tempo di insoddisfatti
E' tempo di pentimenti
E la voglia di vivere in un'Europa inutile
Serpeggia sotterranea e non riaffiora
E non è tempo di assaltare il cielo
Neanche di talpe
Inutili come le spiegazioni
Tempo di miserie tempo di pulsazioni
Tempo di miserie tempo di pulsazioni

Boomerang primitivi tornano incontrollabili
Sgravidano ossessioni sulle città splendenti
Di passate razzie di futuri spettacoli
Di viaggi solitari di percorsi arroganti
Sono finiti male senza proclami senza giubilei
Nelle piccole storie nelle teste pensanti
Nelle vite spezzate ricucite alla cazzo
E non si torna a casa
Si rimane così
Si rimane così
Si rimane così

Magari un po' perplessi
Sui treni fuori orario
Scendendo scale mobili
Aspettando un passaggio


CCCP – BBB. Live in Punkow

martedì 23 giugno 2009

Via Duomo, '43

un giorno racconterò la storia di questa foto...

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lunedì 22 giugno 2009

VOGLIO RIFUGIARMI SOTTO IL PATTO DI VARSAVIA
VOGLIO UN PIANO QUINQUENNALE,
LA STABILITÀ!

domenica 21 giugno 2009

4.12

Ci sono notti nelle quali
io domando di te.
Ci sono notti nelle quali
a me
e a te soltanto chiedo:
ci sei ancora?
Guardo nel buio di me,
di te,
e alla fine mi addormento cullato
dalle prime luci del mattino
Ma è notte.
Senza risposte.
Senza molte domande.
Notte di pensiero triste che si rifiuta,
ma da pensiero triste
si ribella.
Sera di bottiglie, pioggia e paura
cielo al rovescio,
come la tua mano, i tuoi occhi, i tuoi pensieri
nell'intimità,
come i miei sogni.
questo miscuglio pazzo
e senza senso
di sentimenti e finzioni
che non trova ordine,
non trova pace,
non trova visi che non siano il tuo.
Non trova che strada dinanzi a se.
Strada. Ancora strada.

A questo cielo in tempesta che non voglio guardare
A questa notte svenduta.
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venerdì 19 giugno 2009

Le squillo del Club Mensa

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- Quando sei un investigatore privato, devi imparare a seguire il tuo istinto. Ecco perché quando un tremolante panetto di burro di none Word Babcock entrò nel mio ufficio e stese le sue carte sul tavolo, avrei dovuto fidarmi del brivido di freddo che mi era salito lungo la schiena.
“Kaiser?” Disse “Kaiser Lupowitz?”
“Così è scritto sulla mia licenza” confessai
“Deve aiutarmi, mi stanno ricattando, la prego!”
Era agitato come un cantante di un complessino di rumba.
Gli allungai sul tavolo un bicchiere e una bottiglia di whisky che tenevo a portata di mano per scopi non terapeutici.
“Supponga di rilassarsi e di raccontarmi tutto”
“Lei..non lo dirà a mia moglie?”
“Sputi il rospo Word, non prometto niente!”
Tentò di versarsi da bere ma si poteva sentire il tintinnio al di là della strada e la maggior parte del liquido finì sulle sue scarpe.
“Sono una che lavora” disse “manutenzione meccanica. Costruisco e riparo cicalini. Ha presente quegli scherzetti che danno la scossa alla gente quando ti stringono la mano?”
“si, allora?”
“piacciono molto ai funzionari, specie a wall street”
“venga al sodo!”
“viaggio molto. Sa com’è, da solo. Oh non è quello che pensa lei. Vede Kaiser, fondamentalmente sono un intellettuale. Certo un uomo può incontrare tutte le pupe che vuole, ma quelle davvero intelligenti non sono così facili da trovare su due piedi”.
“Continui..”
“Bè vengo a sapere di questa ragazza. Diciotto anni. Studentessa al Vassar. Per una certa cifra viene a discutere di qualsiasi argomento, Proust Yeats o antropologia. Scambio di idee. Capisce dove voglio arrivare?”
“Mhh, non esattamente!”
“Voglio dire mia moglie è fantastica non mi fraintenda. Ma non discuterà mai di Pound con me. O di Eliot. Non lo sapevo quando l’ho sposata.
Vede ho bisogno di una donna che sia mentalmente stimolante, Kaiser. E sono disposto a pagare. Non voglio un legame Voglio una rapida esperienza intellettuale e poi che la ragazza se ne vada. Cristo Kaiserr sono un uomo felicemente sposato!”
“da quanto dura questa storia?”
“Sei mesi. Ogni volta che mi prende quella voglia telefono a Flossie. E’ una maitresse con un master in letteratura comparata e lei mi manda una intellettuale, capisce?”

Così, era uno di quei tipi con un debole per le donne brillanti. Provavo pena per quel povero stupido. Immaginai che ci fossero molti altri stupidi nella sua posizione affamati di un po’ di comunicazione intellettuale con l’altro sesso e disposti a pagare per averla.

“Adesso minaccia di dire tutto a mia moglie!” disse
“Chi?”
“Flossie! Hanno messo le microspie nella stanza del motel. Hanno delle registrazioni dove discuto di “La terra desolata” e “Stili di volontà radicale”..ehm…entrando a fondo negli argomenti.
Vogliono diecimila dollari o vanno da mia moglie! Kaiser deve aiutarmi! Mia moglie morirebbe se sapesse che quassù non mi eccita!”

Il vecchio racket delle ragazze squillo. Avevo sentito dire che i ragazzi del distretto stavano indagando su qualcosa che c’entrava con un gruppo di ragazze colte, ma non avevano prove.

“Mi chiami Flossie a telefono”
“Cosa?”
“Accetto di occuparmi del suo caso. Ma prendo cinquanta dollari al giorno più le spese.”
“sempre meno di diecimila dollari”

Sollevò la cornetta e fece il numero. Presi io la cornetta e parlai. Pochi secondi dopo rispose una voce vellutata e le dissi cosa avevo in mente. “So che può aiutarmi in un ora di buona conversazione…”
“Certo. Cosa le piacerebbe?”
“Vorrei discutere di Melville”
“Moby Dick o romanzi brevi?”
“Qual è la differenza?”
“Il prezzo”
“Quanto vuole?”
“Cinquanta forse cento dollari per Moby Dick. Cento dollari sicuri per una discussione comparata Melville-Hawtorne”
“La cifra va bene” Le diedi il numero di una stanza al Plaza.
“Bionda o mora?”
“A sorpresa” e attaccai.

Mi preparai e ripassai le dispense del Monarch College.
Quando arrivai trovai una rossa che era impachettata nelle sue brachette come due grandi cucchiaiate di gelato a vaniglia.
“Ciao, sono Sherry”

Sapevano davvero come eccitare la tua fantasia. Lunghi capelli lisci, borsa di pelle, orecchini d’argento, niente trucco.
“Cominciamo?” dissi indicandole il divano.
Accese una sigaretta e attaccò. “Penso che potremmo cominciare da Billy Budd come la giustificazione di Melville del comportamento di Dio nei confronti dell’uomo n’est ce pas?
“E non nel senso miltoniano!”…stavo bluffando, volevo vedere se abboccava.
“No. A Paradiso perduto, manca il fondamento di pessimismo”
Aveva abboccato.
“Penso che Melville abbia riaffermato le virtù dell’innocenza in un senso ingenuo eppure sofisticato”
La lasciai continuare. Aveva a malapena diciannove anni ma aveva già sviluppato la navigata naturalezza della pseudointellettuale. Snocciolava le sue idee ma era tutto meccanico.
Parlammo per un ora circa poi disse che doveva andare. Si alzò e le porsi un centone.
“Grazie tesoro”
“Sai nel mio portafoglio ce ne sono altri di centoni..”
“cioè?”…avevo stuzzicato la sua curiosità
“Cioè metti caso che io voglia dare una festa in cui tipo due o tre ragazze mi parlassero di Choamsky?”
“Oh. WOW!”
“Devi parlare con Flossie”
Era arrivato il momento di stringere. Mostrai il mio distintivo da investigatore privato e la informai che era in arresto.
“Cosa?”
“Sono uno sbirro cara, e discutere di Melville a questi prezzi è articolo 802. Potresti finire dentro”
“Bastardo!”
“Vuota il sacco bimba, a meno che tu non voglia raccontare la tua storia in ufficio e non credo che molti vorranno sentire le tue versioni”
Cominciò a piangere. “Non portarmi dentro Kaiser, mi servono i soldi per il master! Non mi hanno dato la borsa di studio, Cristo!”
Venne fuori tutto, origini a Central Park, campeggi estivi socialisti, la vedevi fare le file alle biblioteche o annotare frasi sotto libri di Kant. Solo che poi aveva presto una strada sbagliata.
“Mi servivano soldi e un giorno un amico mi disse che un uomo sposato voleva parlare un po’ perché la moglie non era molto profonda. Lui era un amante di Blake e la moglie non era all’altezza. E accettai per una certa somma. All’inizio fingevo molto ma a loro non importava. Poi mi dissero che ce n’erano altri.
In realtà sono già stata arrestata. Mi beccarono a leggere Commentary in un auto parcheggiata e un altro paio di volte. Alla prossima finisco dentro…”
“Allora portami da Flossie”
“La libreria dello Hunter College fa da copertura”
“Come quei posti da scommesse nei retrobottega dei barbieri”

La lasciai libera ma le dissi di rimanere in città.
Entrai nella libreria dello Hunter College.
Finsi di chiedere dei libri rari, poi dissi “Mi manda Sherry”
Pigiò un bottone e da una parete di libri si aprì quel luogo di piacere che era da Flossie.
Tappezzeria rossa e arredamento vittoriano per creare l’atmosfera.
Pallide ragazze con gli occhiali dalla montatura nera oziavano sui divani sfogliando i classici.
Una bionda mi fa l’occhiolino e sussurrandomi un autore inglese mi fa segno a una stanza al piano superiore…Smerciavano un po’di tutto.
Per cento dollari in più potevi relazionarti un po’ in più senza però avvicinarti troppo.
Per altri cento una ragazza ti prestava i suoi dischi di classica veniva a cena con te e simulava di stare male.
Per il triplo veniva a prenderti un ebrea magra coi capelli neri legati fuori al Museo d’arte, ti faceva leggere la sua tesi, ti coinvolgeva sulle tesi di Freud sulla donna e poi fingeva un suicidio a tua scelta.
Una racket simpatico a New York.
Quando capirono che non ero lì per smerciare mi ritrovai una pistola puntata allo stomaco.
Era Flossie, ma Flossie era un uomo con la maschera.
Con un paio di movimenti lo disarmai e chiamai la polizia.
“Ottimo lavoro Kaiser” disse il sergente.
“Quando abbiamo finito lo passiamo all’FBI, vuole farci una chiacchierata circa delle scommesse clandestine e un edizione critica dell’Inferno di Dante sotto inchiesta….Portatelo via!”

Più tardi quella notte cercai una mia vecchia conoscenza di nome Gloria. Era bionda. Laureata con lode. La differenza era che si era specializzata in educazione fisica. Fu piacevole.


Woody Allen 1975

martedì 16 giugno 2009

Tom, pigliammc' 'sta nuttat' comm' ven'

She sends me blue valentines

all the way from philadelphia

to mark the anniversary

of someone that I used to be

and it feels just like there's

a warrant out for my arrest

got me checkin' in my rearview mirrror

and I'm always on the run

thats why I change my name

and I didn't think you'd ever find me here



to send me blue valentines

like half forgotten dreams

like a pebble in my shoe

as I walk these streets

and the ghost of your memory

is the thistle in the kiss

and the burgler that that can break a roses neck

it's the tattooed broken promise

that I hide beneath my sleeve

and I see you every time I turn my back



she sends me blue valentines

though I try to remain at large

they're insisting that our love

must have a culogy

why do I save all of this madness

in the nightstand drawer

there to haunt upon my shoulders

baby I know

I'd be luckier to walk around everywhere I go

with a blind and broken heart

that sleeps beneath my lapel



she sends me blue valentines

to remind me of my cardinal sin

I can never wash the guilt

or get these bloodstains off my hands

and it takes a lot of whiskey

to make these nightmares go away

and I cut my bleedin' heart out every nite

and I die a little more on each st. valentine day

remember that I promised I would

write you...

these blue valentines

blue valentines

blue valentines



da Blue Valentine – Tom Waits, Asylum Records 1978



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Mio diario inconcluso, è tempo di bruciare.

A questo pianto che non esplode
Mio diario inconcluso, è tempo di bruciare.

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lunedì 15 giugno 2009

Congo - Svezia - Venezuela

ho pensato d'invitarti
al vagabondaggio più dolce.
Prenderti la mano
senza allontanarsi dai sogni.
Prenderti la mano
e scendere per strada.
Che sia essa d'asfalto,
di lenzuola, di poesia
o di ghiaccio.
Prenderti la mano.
E volare. Semplicemente volare.

Manoscritto trovato in una tasca

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Adesso che scrivo, per qualcuno questo poteva essere la roulette o una scommessa di cavalli, ma non era denaro quello che stavo cercando, in qualche momento avevo iniziato a sentire, a decidere che un vetro del finestrino nella metropolitana poteva darmi la risposta, l’incontro con qualche felicità, proprio qui dove ogni cosa succede sotto il segno della più implacabile rottura, in un tempo sottoterra che un percorso tra stazioni disegna e limita così, definitivamente sotto.

Dico rottura per comprendere meglio ( avrei dovuto comprendere tante cose da quando iniziai a giocare il gioco ) quella speranza di una convergenza precisa che magari mi fosse data dal riflesso in un vetro di finestrino. Aumentare la rottura che la gente non sembra se ne sia accorta quando va’ a sapere che cosa pensa questa gente stanca che sale e scende dai vagoni della metro, quello che cerca oltre al trasporto questa gente che sale prima o dopo per scendere dopo o prima, che coincide soltanto in una zona del vagone dove tutto è già deciso in precedenza senza che nessuno possa sapere se usciremo dal treno insieme, se scenderò prima io o quest’uomo magro con un rotolo di fogli al braccio, se la vecchia vestita di verde seguirà fino alla fine, se questi bambini scenderanno adesso, è evidente che scenderanno perché raccolgono i quaderni e le loro cose , si avvicinano ridendo e scherzando alla porta mentre lì nell’angolo c’è una ragazza che si accomoda per durare, per restare ancora molte stazioni sul sedile finalmente libero, e quest’altra ragazza sembra imprevedibile, Ana era imprevedibile, si manteneva dritta contro lo schienale del posto attaccato al finestrino, era già lì quando io salii alla stazione Etienne Marcel e un nero liberò il posto di fronte e a nessuno pareva gli interessasse e io riuscii a scivolare con una scusa vaga tra le ginocchia dei due passeggeri seduti ai posti esteriori e rimasi di fronte a Ana e quasi subito, perché ero sceso alla metro per giocare un’altra volta al gioco, cercai il profilo di Margrit dentro al riflesso del vetro del finestrino e pensai che non era male, che mi piacevano i capelli neri con una specie di ala corta che le pettinava in diagonale la fronte.

Non è vero che il nome di Margrit o di Ana venisse dopo o che sia ora un modo per differenziarle nella scrittura, cose del genere si davano per decise all’istante dal gioco, voglio dire che in nessun modo il riflesso nel vetro del finestrino poteva chiamarsi Ana, così come neanche si poteva chiamare Margrit la ragazza seduta di fronte a me senza guardarmi, con gli occhi persi nella noia di quest’interregno nel quale tutti quanti sembrano consultare una zona di visione che non è la circostante, tranne i bambini che guardano fisso e in pieno le cose fino al giorno che gli si insegna a situarsi anche negli interstizi, a guardare senza vedere con quella civile ignoranza di tutte le cose che appaiono vicine, di tutti i contatti sensibili, ognuno sistemato nella sua bolla, allineato tra parentesi, facendo attenzione alla validità del minimo spazio libero tra le ginocchia e i gomiti degli altri, che si rifugiano in France Soir o in libri tascabili anche se quasi sempre come Ana, degli occhi situandosi nel buio tra tutte le cose veramente guardabili, in questa distanza neutra e stupida che andava dalla mia faccia a quella dell’uomo concentrato nel Figaro.

Ma allora Margrit, se qualcosa potevo prevedere era che in qualche momento Ana si sarebbe girata distratta verso il finestrino e allora Margrit avrebbe visto il mio riflesso, l’incrocio di sguardi nelle immagini di questo vetro dove il buio del tunnel mette il suo mercurio attenuato, la sua spugna violetta che trema e da alle facce una vita in altri piani, gli toglie questa orribile maschera di gesso delle luci municipali del vagone e soprattutto, e sì, non l’avresti potuto negare, Margrit, gli fa veramente guardare quest’altra faccia di vetro perché nel tempo istantaneo del doppio sguardo non esiste censura, il mio riflesso nel vetro non era l’uomo seduto di fronte a Ana e che Ana non doveva guardare in pieno in un vagone della metropolitana, e ancora quella che stava guardando il mio riflesso non era più Ana ma Margrit nel momento in cui Ana aveva staccato rapidamente gli occhi dall’uomo seduto di fronte a lei perché non stava bene che lo guardasse, girandosi verso il vetro del finestrino aveva visto il mio riflesso che aspettava questo istante che lo sguardo di Margrit cadesse come un passerotto nel suo sguardo, per sorridere senza insolenza né speranza.

Dovette durare un secondo, o forse anche di più perché sentii che Margrit aveva avvertito quel sorriso che Ana biasimava anche se soltanto con il gesto di abbassare la faccia, di esaminare vagamente la chiusura lampo della sua borsa rossa di cuoio; ed era quasi giusto continuare a sorridere anche se Margrit non mi stesse più guardando perché in qualche modo il gesto di Ana accusava il mio sorriso, continuava a saperlo lì e non era più necessario che lei o Margrit mi guardassero, concentrate nel lavoro insignificante di controllare la chiusura della borsa rossa.

Come già con Paula ( con Ofelia ) e con tante altre che s’erano concentrate nel lavoro di verificare una chiusura, un bottone, la piega di una rivista, ancora una volta fu il pozzo dove la speranza si irretiva al timore in un crampo mortale di ragni, dove il tempo iniziava a battere come un secondo cuore nel polso del gioco; da questo momento in poi ogni stazione della metro veniva a essere una trama differente del futuro perché così l’aveva deciso il gioco; lo sguardo di Margrit e il mio sorriso, il regresso istantaneo di Ana alla contemplazione della chiusura della sua borsa erano l’apertura di un rito che qualche volta avevo iniziato a celebrare contro ogni cosa ragionabile preferendo i peggiori disincontri alle stupide catene del caso di ogni giorno. Spiegarlo non è difficile ma giocarlo voleva dire molti combattimenti alla cieca, era un tremante sospensione colloidale in cui qualsiasi rotta alzava un albero di imprevedibile percorso. Un piano della metropolitana di Parigi definisce nel suo scheletro mondrianesco, nei suoi rami rossi, gialli, azzurri e neri una vasta ma limitata superficie di pseudopodi sottintesi: e quest’albero resta vivo venti ore di ogni ventiquattro, una linfa tormentata lo percorre con precise finalità, quella che scende a Châtelet o sale a Vaugirard, quella che all’Odeon cambia per continuare fino a La Motte-Picquet, le duecento, trecento, va’ a sapere quante possibilità di combinazione perché ogni cellula codificata e programmata faccia ingresso in un settore dell’albero e affiori in un altro, esca dalle Gallerie Lafayette per posare una confezione di tovaglie o una lampada in un terzo piano della Rue Gay-Lussac.

La mia regola di gioco era maniacale e semplice, era bella, stupida e tirannica, se mi piaceva una donna, se mi piaceva una donna seduta di fronte a me, se mi piaceva una donna seduta di fronte a me attaccata al finestrino, se il suo riflesso nel finestrino incrociava lo sguardo col mio riflesso nel finestrino, se il mio sorriso nel riflesso del finestrino turbava o faceva piacere o disgustava il riflesso della donna nel finestrino, se Margrit mi vedeva sorridere e allora Ana abbassava la testa e iniziava a esaminare con attenzione la chiusura della sua borsa rossa, in quel caso c’era gioco, faceva lo stesso che il sorriso fosse attaccato o corrisposto o ignorato, il primo tempo del rito non andava al di là di questo, un sorriso registrato da chi se lo meritava. Allora iniziava la lotta nel pozzo, i ragni nello stomaco, l’attesa col suo pendolo di stazione in stazione.

Mi ricordo di come m’ero ricordato quel giorno: adesso erano Margrit e Ana, ma una settimana prima erano state Paula e Ofelia, la ragazza bionda era scesa in una delle stazioni peggiori, Montparnasse-Bienvenue che apre la sua idra maleodorante alle moltissime possibilità di fallimento. La mia corrispondenza era con la linea della Porte de Vanves e quasi subito, nella prima galleria, capii che Paula ( che Ofelia ) avrebbe preso il corridoio che portava alla coincidenza con la Marie d’ Issy.

Impossibile fare qualcosa, solo guardarla per l’ultima volta nell’incrocio del sottopassaggio, vederla allontanarsi, scendere delle scale. La regola del gioco era questa, un sorriso nel vetro del finestrino e il diritto di seguire una donna e aspettare disperatamente che la sua coincidenza si richiamasse a quella decisa da me prima d’ogni viaggio; e allora – sempre, fino a oggi – vederla andare per un altro sottopassaggio e non poterla seguire, obbligato a tornare al mondo di sopra e entrare in un café e continuare a vivere fino a che poco alla volta, dopo ore giorni o settimane, di nuovo la sete che reclama la possibilità di far coincidere tutto una volta, donna e vetro di finestrino, sorriso accettato o biasimato, coincidenze di treni e allora finalmente sì, allora il diritto di avvicinarmi e dire la prima parola, ispessita dal tempo affaticato, dall’infinito vagabondaggio nel fondo del pozzo tra i ragni del crampo.

Adesso stavamo entrando nella stazione Saint- Sulpice, qualcuno al mio fianco si alzava per andarsene, anche Ana restava sola di fronte a me, aveva smesso di guardare la borsa e una o due volte i suoi occhi mi spazzarono distratti prima di perdersi nella pubblicità dei bagni termali che si ripeteva nei quattro angoli del vagone. Margrit non era tornata a guardarmi nel finestrino ma questo provava il contatto, il suo battito segreto; Ana doveva essere timida o semplicemente le sembrava assurdo accettare il riflesso di questa faccia che avrebbe continuato a sorridere per Margrit; e in più arrivare a Saint-Sulpice era importante perché sebbene mancassero otto stazioni ancora per la fine del percorso alla Porte d’Orléans, soltanto tre avevano coincidenze con altre linee, e soltanto se Ana fosse scesa in una di questa tre mi sarebbe restata la possibilità di coincidere; quando il treno iniziava a frenare a Saint Placide guardai e guardai Margrit cercandole gli occhi che Ana continuava ad appoggiare blandamente sulle cose del vagone come a voler ammettere che Margrit non mi avrebbe più guardato, che era inutile aspettare che guardasse di nuovo il riflesso che l’aspettava per sorriderle.

Non scese a Saint Placide, lo seppi prima che il treno iniziasse a frenare, ci sono questi preparativi del passeggero, soprattutto delle donne che nervosamente verificano pacchetti, si aggiustano il cappotto o guardano di lato alzandosi, evitando ginocchia in quell’istante che la perdita di velocità fa impedimento e stordisce i corpi. Ana ripassava vagamente le pubblicità della stazione, il viso di Margrit si cancellò dalle luci del binario e non potevo sapere se era tornata a guardarmi; neanche il mio riflesso sarebbe stato visibile in quella marea di neon e pubblicità fotografiche, di corpi che entravano e uscivano. Se Ana scendeva a Montparnasse- Bienvenue le mie possibilità sarebbero state minime; come non potevo ricordarmi di Paula ( di Ofelia ) lì dove una quadrupla corrispondenza possibile rinsecchiva ogni previsione; e senza dubbio il giorno di Paula ( di Ofelia ) ero stato assurdamente sicuro che saremmo coincisi, fino all’ultimo momento avevo camminato a tre metri da quella donna lenta e bionda, vestita come con foglie morte, e la sua biforcazione a destra m’aveva preso la faccia con un colpo di frusta. Per questo adesso Margrit no, per questo la paura, di nuovo poteva orribilmente accadere a Montparnasse-Bienvenue; il ricordo di Paula ( di Ofelia ), i ragni nel pozzo contro la piccola speranza che Ana ( che Margrit ). Ma chi può verla vinta su questa ingenuità che ci lascia vivere… quasi immediatamente mi dissi che forse Ana ( che forse Margrit ) non sarebbe scesa a Montparnasse-Bienvenue bensì in una delle altre stazioni possibili, che probabilmente non sarebbe scesa nelle intermedie dove non m’era dato seguirla; che Ana ( che Margrit ) non sarebbe scesa a Raspail ch’era la prima delle due possibili; e quando non scese e seppi che restava soltanto una stazione in cui potevo seguirla contro le tre finali dove già tutto sarebbe stato lo stesso, cercai di nuovo gli occhi di Margrit nel vetro del finestrino, la chiamai da un silenzio e da un’ immobilità che le sarebbero dovute arrivare come un reclamo, come un’ondosità, le sorrisi col sorriso che Ana non poteva più ignorare, che Margrit doveva ammettere anche se non guardasse il mio riflesso colpito dalle semiluci del tunnel che sbucava a Denfert- Rochereau. Forse il primo colpo di freni aveva fatto tremare la borsa rossa sulle gambe di Ana, forse solo la noia le muoveva la mano fino al ciuffo nero che le attraversava la fronte; in quei tre, quattro secondi in cui il treno andava immobilizzandosi nel binario, i ragni inchiodarono le unghie nella pelle del pozzo per vincermi ancora una volta da dentro; quando Anna si raddrizzò con una sola e pulita flessione del corpo, quando la vidi di spalle tra due passeggeri, credo che cercai assurdamente ancora il viso di Margrit nel vetro accecato da luci e movimenti. Scesi come se non me ne rendessi conto, ombra passiva di quel corpo che scendeva al binario, fino a svegliarmi per quello che doveva succedere, la doppia scelta finale che si compiva irrevocabilmente.

Credo sia chiaro, Ana ( Margrit ) avrebbe preso un cammino quotidiano o di circostanza, mentre prima si salire su quel treno io avevo deciso che se qualcuna fosse entrata nel gioco e scendeva a Denfert-Rochereau, la mia corrispondenza sarebbe stata la linea Nation-étoile, nello stesso modo che se Ana ( se Margrit ) scendeva a Châtelet avrei potuto seguirla soltanto nel caso che prendesse la corrispondenza Vincennes- Neuilly. Nell’ultimo tempo del rito il gioco era perso se Ana ( se Margrit ) prendeva la corrispondenza della Ligne de Sceaux o usciva direttamente in strada; immediatamente, già per il fatto che in questa stazione non c’erano gli interminabili sottopassaggi di altre volte e le scale portavano rapidamente a destinazione, a quella che nei mezzi di trasporto pure si chiamava destinazione.

La stavo vedendo muoversi tra la gente, la sua borsa rossa come un pendolo da gioco, alzando la testa cercando le indicazioni scritte, vacillando un attimo fino a orientarsi poi verso sinistra; e la sinistra era l’uscita che portava alla strada.

Non so come dirlo, i ragni mordevano troppo, non fui disonesto nel primo minuto, semplicemente la seguii per accettarlo forse dopo, lasciarla andare per qualsiasi dei suoi giri lì sopra; per le scale capii che non potevo, che forse l’unico modo per ucciderle era negare per una volta la legge, il codice. Il crampo che mi aveva stretto in quel secondo in cui Ana ( in cui Margrit ) cominciava a salire la scala vietata, cedeva di colpo a una commozione sonnolenta, a un golem di gradini lenti; non volevo pensare, bastava sapere che continuavo a vederla, che la borsa rossa saliva verso la strada, che a ogni passo i capelli neri le tremavano sulle spalle.

Era già sera e l’aria era freddissima, con qualche fiocco di neve tra lampi e la solita pioggia; so che Ana ( che Margrit ) non ebbe paura quando mi misi al suo fianco e le dissi – Non possiamo separarci così, prima di esserci incontrati -.

Nel café, più tardi, già solamente Ana mentre il riflesso di Margrit cedeva a una realtà di cinzano e parole, mi disse che non capiva niente, che si chiamava Marie-Claude, che il mio sorriso nel riflesso le aveva fatto male, che per un attimo aveva pensato di alzarsi e di cambiare posto, che non mi aveva visto seguirla e che per strada non aveva avuto paura, contraddittoriamente, guardandomi negli occhi, bevendo il suo cinzano, sorridendo senza vergognarsi di sorridere, di aver accettato quasi subito la mia persecuzione in strada. In quel momento di una allegria come di ondosità a pancia all’aria, di abbandono a uno scivolare pieno di pioppi, non potevo dirle ciò che lei avrebbe capito come pazzia e che lo era in un altro modo, da altre rive della vita; le parlai del suo ciuffo, della sua borsa rossa, del suo modo di guardare la pubblicità delle terme, del fatto che non le avevo sorriso per farmi il Don Giovanni né per noia ma per darle un fiore che non aveva, il segnale che diceva mi piaci, che mi fai bene, che il fatto di viaggiare di fronte a te, che un’altra sigaretta e un altro cinzano. In nessun momento siamo stati esagerati, parlammo come da un qualcosa già conosciuto e accettato, guardandoci senza commuoverci, io credo che Marie-Claude mi lasciava venire e restare nel suo presente come forse Margrit avrebbe risposto al mio sorriso se non per il trarre conclusioni da pregiudizi, dal fatto che non devi rispondere a quelli che ti parlano per la strada o ti offrono caramelle e vogliono portarti al cinema, fino a che Marie-Claude, già liberata dal mio sorriso a Margrit, Marie-Claude per la strada e nel café aveva pensato che era un bel sorriso, che lo sconosciuto di laggiù non aveva sorriso a Margrit per tastare un altro terreno, e il mio modo assurdo di abbordarla era stato il solo comprensibile, l’unica ragione per dire di sì, che potevamo bere qualcosa e chiacchierare in un café.

Non mi ricordo di quello che le raccontai di me, forse tutto tranne il gioco e allora ci mettemmo a ridere, qualcuno fece il primo scherzo, scoprimmo che ci piacevano le stesse sigarette e Catherine Deneuve, lasciò che l’accompagnassi sotto il palazzo di casa sua, mi tese la mano con dolcezza e acconsentì per lo stesso café alla stessa ora di martedì. Presi un taxi per tornare nel mio quartiere, per la prima volta dentro di me come in un incredibile paese straniero, ripetendomi sì, Marie-Claude, Denfert-Rochereau, avvicinando le palpebre per conservare meglio i suoi capelli neri, quel modo di inclinare la testa prima di parlare, di sorridere.

Fummo puntuali e ci raccontammo film, lavoro, verificammo differenze ideologiche parziali, lei continuava ad accettarmi come se meravigliosamente le bastasse questo presente senza ragioni, senza domande; neanche sembrava rendersi conto che qualsiasi imbecille l’avrebbe creduta facile o scema; accettando anche che io non cercassi di dividere lo stesso sgabello nel café, che nel tratto della rue Froidevaux non le passassi il braccio sulla spalla nel primo gesto di una intimità, che sapendola quasi sola – una sorella minore, molto spesso assente dal suo appartamento al quarto piano – non le chiedessi di poter salire.

Se c’era qualcosa di cui non poteva sospettare erano i ragni, c’eravamo incontrati tre o quattro volte senza che mordessero, immobili nel pozzo e aspettando fino al giorno in cui venne a saperlo come se non l’avesse saputo da sempre, ma i martedì, arrivare al café, immaginare che Marie-Claude fosse già lì o vederla entrare con passi agili, il suo moro ricorrere che aveva lottato innocentemente contro i ragni di nuovo svegli, contro la trasgressione del gioco che lei soltanto aveva potuto difendere senz’altro che darmi una breve, limpida mano, senza altra cosa che quel ciuffo nero che le passeggiava sulla fronte.

Qualche volta dovette rendersene conto, restò guardandomi senza dire niente, aspettando; era già impossibile che non notasse il mio sforzo per far durare la tregua, il mio sforzo di non ammettere che stavano tornando nonostante Marie-Claude, contro Marie-Claude che non poteva capire, che restava a guardarmi senza dire niente, aspettando; bere e fumare e parlarle, difendendo fino all’ultimo pezzo di quel dolce spazio senza ragni, sapere della sua vita semplice e puntuale e sorella studentessa e allergie, desiderare tanto quel ciuffo nero che le pettinava la fronte, desiderarla come un termine, come davvero l’ultima stazione dell’ultima metro della vita, e allora il pozzo, la distanza della mia sedia a quello sgabello dove ci saremmo baciati, dove la mia bocca avrebbe bevuto il primo profumo di Marie-Claude prima di portarmela abbracciata fino a casa sua, salire quella scala, spogliarci finalmente di tanti vestiti e tanta attesa.

Allora glielo dissi, mi ricordo del muro del cimitero, che Marie-Claude si appoggiò lì e mi lasciò parlare con la testa persa nel muschio caldo del suo cappotto, va’ a sapere se la mia voce le arrivò con tutte le parole, se fosse stato possibile che capisse; le dissi tutto quanto, ogni dettaglio del gioco, le improbabilità confermate da tante Paula ( da tante Ofelia ) perse alla fine di una galleria, i ragni a ogni fine. Piangeva, la sentivo tremare contro di me sebbene continuasse a coprirmi, sostenendomi con tutto il suo corpo appoggiato alla parete dei muri; non mi chiese niente, non volle sapere perché e nemmeno da quando, non le venne di lottare contro una macchina montata tutta una vita al contrario di se stessa, della città e delle sue parole d’ordine, soltanto questo pianto lì come un piccolo animale ferito, resistendo senza forze al trionfo del gioco, alla danza esasperata dei ragni nel pozzo. Sotto al palazzo di casa sua le dissi che non tutto era perso, che da noi due dipendeva tentare un incontro legittimo; adesso lei conosceva le regole del gioco, forse ci sarebbero servite se solo non avremmo fatto altro che cercarci. Mi disse che poteva chiedere quindici giorni di licenza, viaggiare portandosi un libro perché il tempo fosse meno umido e ostile nel mondo di sotto, passare da una coincidenza all’altra, aspettarmi leggendo, guardando le pubblicità. Non volevamo penare all’improbabile, al fatto che forse ci saremmo incontrati in un treno e che non sarebbe bastato, che questa volta non si poteva scappare a quello che era già stabilito; le dissi di non pensare, di lasciar correre la metro, di non piangere mai durante queste due settimane in cui l’avrei cercata; senza parole capimmo che se il termine di giorni si chiudeva senza che ci fossimo rivisti o che ci vedessimo fino a quando due sottopassaggi differenti facevano il resto, non avrebbe più avuto senso ritornare al café, al palazzo di casa sua. Ai piedi di quella scala di quartiere che una luce arancione tendeva dolcemente verso l’alto, verso l’immagine di Marie-Claude nel suo appartamento, tra i suoi mobili, nuda e addormentata, le baciai i capelli, le accarezzai le mani, lei non cercò la mia bocca, si allontanò e la vidi di spalle, salendo un’altra delle tante scale che se la portavano senza che potessi seguirla; ritornai a casa a piedi, senza ragni, vuoto e pulito per la nuova attesa; adesso non potevamo fare niente, il gioco cominciava come tante altre volte ma soltanto con Marie-Claude, il lunedì scendendo alla stazione di Couronnes di mattina, uscendo a Max Doromoy in piena notte, il martedì che entro a Cromée, il mercoledì a Philippe Auguste, la regola precisa del gioco, quindici stazioni tra cui quattro avevano coincidenze, e allora nella prima delle quattro sapendo che mi sarebbe toccato seguire per la linea Sèvres-Montreuil come nella seconda avrei preso la corrispondenza Clichy- Potre Dauphine, ogni itinerario scelto senza una ragione particolare perché non potevano esserci ragioni, Marie-Claude sarebbe salita probabilmente vicino casa sua, a Denfert-Rochereau o a Corvisart, stava cambiando a Pasteur per continuare verso Falguière, l’albero mondrianesco con tutti i suoi rami secchi, l’azzardo delle tentazioni rosse, azzurri, bianche, punteggiate; il giovedì, il venerdì, il sabato. Da qualsiasi binario vedere i treni che entravano, i sette o otto vagoni, lasciandomi guardare mentre passavano sempre più lenti, correre verso la fine e salire in un vagone senza Marie-Claude, lasciar passare un treno o due, salire nel terzo, continuare fino al capolinea, ritornare in una stazione da dove potevo passare ad un’altra linea, decidere che avrei preso soltanto il quarto treno, abbandonare la ricerca e salire a fare un boccone, ritornare quasi subito con una sigaretta amara e sedermi su una panchina fino al secondo, fino al quinto treno. Lunedì, martedì, mercoledì, giovedì, senza ragni perchè aspettavo ancora, perché aspetto ancora su questa panchina della stazione di Chemin Vert, con questo taccuino su cui una mano scrive per inventarsi un tempo che non sia solamente questa raffica che mi lancia a sabato prossimo quando forse tutto sarà concluso, quando tornerò solo e li sentirò che si stanno svegliando e mordono, le loro zampe rabbiose che esigono un nuovo gioco, altre Marie-Claude, altre Paula, la reiterazione dopo ogni insuccesso, il ricominciare canceroso. Ma è giovedì, è la stazione Chemin Vert, fuori è caduta la notte, si può ancora immaginare qualsiasi cosa, addirittura potrebbe non sembrare incredibile che nel secondo treno, che nel quarto vagone, che Marie-Claude su un posto attaccato al finestrino, che m’abbia visto e si sia messa dritta con un urlo che nessuno tranne me può leggerle in piena faccia, in piena corsa per attraversare il vagone pieno, spingendo qualche passeggero indignato, mormorando scuse che nessuno le vuole o se le aspetta, restando in piedi davanti al doppio sedile occupato da gambe e ombrelli e buste, da Marie-Claude col suo cappotto grigio attaccato al finestrino, il ciuffo nero che la corsa brusca del treno agita appena come le sue mani che tremano sulle gambe in un richiamo che non ha nome, che è soltanto ciò che succederà adesso.

Non c’è bisogno di parlarsi, non ci si potrebbe dire niente su questo muro sconfinato e impassibile di facce e ombrelli tra Marie-Claude ed io; restano tre stazioni che coincidono con altre linee, Marie-Claude dovrà scegliere una di quelle, ricorrere il binario, seguire uno dei sottopassaggi o cercare la scala per uscire, aliena alla mia scelta cui questa volta non trasgredirò. Il treno entra nella stazione Bastille e Marie-Claude continua lì, la gente sale e scende, qualcuno lascia libero il posto al suo fianco ma non mi avvicino, non posso sedermi lì, non posso tremare insieme a lei come lei starà tremando. Adesso vengono Ledru-Rollin e Froidherbe-Chaligny, in queste stazioni senza corrispondenza Marie-Claude sa che non posso seguirla e non si muove, il gioco si deve giocare a Reuilly-Diderot o a Daumesnil; mentre il treno entra a Reuilly-Diderot girò gli occhi dall’altra parte, non voglio che lo sappia, non voglio che possa capire che non è lì. Quando il treno si mette in marcia vedo che non si è mossa, che ci resta un’ultima speranza, a Daumesnil soltanto una coincidenza e l’uscita per la strada, rosso o nero, sì o no. Allora ci guardiamo, Marie-Claude ha alzato la testa per guardarmi in pieno, afferrato alla sbarra del sedile sono quello che sta guardando, qualcosa di così pallido, come quello che guardo io, la faccia senza sangue di Marie-Claude che stringe la borsa rossa, che farà il primo gesto per alzarsi mentre il treno sta entrando nella stazione Daumesnil.



da Julio Cortàzar - Ottaedro (Manoscritto trovato in una tasca) - Einaudi 1974

domenica 14 giugno 2009

SONO UBRIACO DA 18 ORE E' INCREDIBILE

Se invece il buio scivolasse dentro

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sabato 13 giugno 2009

parzialità totalizzanti

Cercami

anche quando non mi trovi,

anche quando non mi senti,

perchè è quando non mi senti

che ho più bisogno di te.

Cercami,

urla il mio nome.

Urlalo forte. Gridalo se puoi.

Perchè io ci sono qualche emozione più in là.

Cercami

anche quando non mi vedi.

Perchè io ci sono qualche mondo più in là.

Magari sto solo sfarinando ricordi

che si amalgamano con qualche lacrima.

Cercami e se puoi trovami

perchè io ci sono.

Anche se sono solo una parte del mondo

in un mondo a parte